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I deboli non combattono.
Quelli
più forti
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Ricordare il passato può dare
origine
a intuizioni pericolose, e la società stabilita sembra temere i contenuti sovversivi della memoria.
Herbert
Marcuse
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La
piazza. Fin dall’antichità centro della vita pubblica. Testimone di riti
religiosi, commerci, spettacoli. Politica. Coreografico scenario propagandistico
di regime o lugubre sfondo di esecuzioni capitali. Ma anche vivace teatro
dell’agire sociale, della contestazione, della rivolta, dell’opposizione al
potere.
Le
piazze narrate in questo libro, antitesi degli enigmatici spazi deserti
raffigurati da De Chirico, sono le piazze delle lotte popolari, proletarie, le
piazze delle bandiere rosse, dei cori dell’Internazionale e di Bella
ciao. Sono i luoghi della partecipazione collettiva, il punto di incontro
delle speranze di moltitudini che rivendicano diritti negati, esprimono volontà
di cambiamento. Fianco a fianco, in una vicinanza fisica resa unica, nella gioia
come nel dolore, dalla sensazione di appartenenza a una comunità ideale, da
quella dimensione di esperienza completa che nel diciottesimo secolo venne
definita «felicità pubblica».
Nei
primi anni del dopoguerra le “nostre” piazze furono spesso macchiate del
sangue di operai, braccianti, disoccupati, uccisi dalle forze di polizia mentre
reclamavano lavoro, salario, pace. Lottavano
per un mondo migliore in nome di principi e valori di uguaglianza e giustizia
sociale identificati nel comunismo, nel socialismo, nell’antifascismo,
nell’anarchia.
Le piazze della sinistra erano allora organizzate e gestite solo da
partiti e sindacati, che pure talvolta a fatica controllarono la combattività
della base, come nel 1948, dopo l’attentato a Togliatti, o nell’imponente
mobilitazione di Genova del 1960, alla quale è dedicato il primo racconto,
quando la città ligure, medaglia d’oro alla Resistenza, riuscì a impedire il
congresso del Msi.
Durante
gli anni Sessanta si ebbe un processo di modernizzazione economica, che non fu
però accompagnato da un rinnovamento delle istituzioni politiche. Nel corso del
decennio la contestazione iniziò a diffondersi nella società coinvolgendo
nuovi soggetti, che affiancarono i protagonisti “storici”: operai,
mobilitati dall’acuirsi dello sfruttamento nell’Italia del boom economico, e
braccianti, che si battevano contro l’arretratezza delle condizioni di vita
nelle campagne. Da allora, e per tutto il decennio successivo, i vari
protagonisti si passarono il testimone della lotta, tenendo sempre vivo il fuoco
della protesta.
Nel
1968 il movimento studentesco irruppe prepotentemente sulla scena con forme
inedite di contestazione, denunciando il potere baronale nelle università e una
didattica dai metodi e contenuti antiquati. La piazza conquistò un’egemonia
che seppe condizionare anche i luoghi “ufficiali” della politica.
Protagonisti dell’anno successivo furono gli operai, con quell’autunno caldo
che portò a conquiste sostanziali per l’insieme dei lavoratori.
Poi fu la volta delle donne, che si
ribellarono al ruolo subordinato nella famiglia e
nella società. Poi entrarono in scena soldati di leva, detenuti, ospedalieri,
psichiatri… in un crescendo che mise in discussione le istituzioni
tradizionali, a partire dalla famiglia.
Dal
Sessantotto, e per tutti gli anni Settanta, la piazza della sinistra perde però
la sua unitarietà. I percorsi collettivi si diversificano, incontrandosi solo
occasionalmente, a volte per testimoniare sdegno e rabbia comune contro
bombe e stragi.
Più spesso si
dividono, in qualche caso si contrappongono. Cortei e comizi di partiti e
sindacati continuano a mobilitare grandi masse operaie e popolari, ma la loro
politica «di lotta e di governo», la linea del compromesso storico del Pci,
lanciata dal segretario Enrico Berlinguer dopo il golpe in Cile del 1973, viene
fortemente criticata da quei settori della sinistra che si identificano
nell’ipotesi rivoluzionaria.
Nasce
così una “nuova” piazza rossa, non istituzionale, conflittuale nei
comportamenti, affollata prevalentemente da giovani operai, studenti,
disoccupati, donne, delusi dalle organizzazioni storiche della sinistra e
determinati nella loro aspirazione a una radicale trasformazione della società.
Con
lo slogan Riprendiamoci la città i militanti della nuova sinistra
invadono
le piazze nella prima metà degli anni Settanta.
L’esplosione della
crisi economica, il susseguirsi di stragi che appaiono il preludio di
imminenti colpi di stato acuiscono le tensioni, rendendo più duri gli scontri
di piazza e la repressione. I servizi d’ordine dei gruppi organizzano forme di
autodifesa. Alle cariche, sempre più frequenti, rispondono con determinazione. Non
siam scappati più… cantava Paolo Pietrangeli dopo la battaglia di Valle
Giulia del 1 marzo ‘68, parole che ben rappresentano lo stato d’animo dei
manifestanti di quegli anni. In un clima di intenso conflitto sociale viene
emanata, nel 1975, la Legge Reale, che aumenta la discrezionalità e i poteri
delle forze di polizia. Lo scontro si inasprisce.
L’incomunicabilità
fra le due piazze della sinistra si accentua con il Settantasette, quando nel
movimento si diffondono la pratica dell’illegalità diffusa, gli espropri di
massa.
I lavoratori organizzati dai sindacati si pongono a
baluardo della difesa dell’ordine costituzionale, accusando il movimento, in
particolare l’Autonomia operaia, di essere bacino di coltura delle
organizzazioni clandestine. L’opposizione è in alcuni casi totale. Nel
febbraio 1977, a Roma, durante un comizio del segretario della Cgil Luciano Lama
nell’università occupata, si arriva a un duro scontro fisico.
Nel
periodo successivo migliaia di militanti sono arrestati per reati di lotta
armata. La tortura, le leggi dell’emergenza, le carceri speciali diventano,
agli inizi degli anni Ottanta, uno dei terreni di battaglia della sinistra
rivoluzionaria. Il ricordo della manifestazione dell’estate del 1983, per la
chiusura del supercarcere femminile di Voghera, conclude la raccolta, dedicata
prevalentemente alle piazze “conflittuali”.
Non
è questa la sede delle ricostruzioni storiche, presentate, solo in estrema
sintesi, nelle schede pubblicate in appendice, compilate con il pensiero rivolto
principalmente ai
giovani di oggi, cresciuti, come sottolinea E. J. Hobsbawm, «in una sorta di
presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato
storico del tempo in cui essi vivono.»
Una
sola precisazione. C’è attualmente un clima di
revisionismo
storico, di rimozione e cancellazione di valori. Da tempo assistiamo a tentativi
di equiparazione dei percorsi umani e
collettivi di oppressi e oppressori, dei martiri della Resistenza e dei ragazzi
di Salò. Di
recente ci si è spinti oltre. Il rinnovato
interesse nei confronti degli anni Settanta segue infatti gli stessi criteri,
interpretando quella conflittualità come uno scontro tra “opposti
estremismi”. Una chiave di lettura che rischia di produrre confusione. La
chiarezza non può venire da una presentazione degli avvenimenti sotto il mero aspetto fenomenologico,
come una catena di tragiche azioni e reazioni che in qualche modo si
equivalgono. Per essere compresi appieno, i singoli fatti vanno inseriti nel
tessuto generale di un contesto politico e sociale ma, soprattutto, devono
essere individuate ed evidenziate le ragioni e i valori che muovevano i
protagonisti di quella stagione.
L’asprezza
del conflitto va quindi inquadrata nell’accerchiamento che istanze di
trasformazione radicale della società hanno subito nel clima della guerra
fredda, della strategia della tensione, delle stragi. Del resto, per tutto il
Novecento si sono contrapposte due inconciliabili concezioni del mondo. Una
basata sul fascismo, il razzismo, la prevaricazione, l’altra fondata
sull’ideale del comunismo, sulla giustizia sociale, la liberazione dal lavoro
salariato. I limiti e i fallimenti che hanno sinora segnato i tentativi di
costruire una società impostata sui principi di uguaglianza non annullano il
loro basilare valore di possibile alternativa sociale. L’aspirazione a vivere
in un mondo in cui sia superata l’enorme disparità nella distribuzione delle
ricchezze è più che mai attuale.
Ricordare
i valori di quelle piazze assume quindi anche un significato politico e di
“cronaca”. I racconti, che parlano di mobilitazioni dal 1960 agli albori
degli anni Ottanta, intendono ricostruire, attraverso frammenti che non hanno
alcuna pretesa di esaustività, le policrome tessere del mosaico di una storia
vissuta con passione e conflitto, dedizione e scontro. Piccole storie, dense di
suggestioni, nelle quali prevale la dimensione emotiva e apertamente
“partigiana”, confluiscono nella Storia di uno straordinario ciclo di lotte
che ha attraversato la società e che tante modificazioni ha prodotto nella
coscienza collettiva del paese, nei costumi, nel modo di vivere. Nonostante gli
errori commessi, e nonostante il mancato raggiungimento dell’obiettivo
politico generale, quella stagione di forte contestazione, dai contenuti
egualitari e dalla dirompente carica rivoluzionaria, ha positivamente rinnovato
la società.
I primi anni di questo nuovo secolo dimostrano che la piazza non ha
affatto esaurito il suo ruolo vitale. La cronaca ha vistosamente contraddetto
tutti coloro che, convinti fautori di piazze virtuali e televisive, erano
intenti a celebrarne i funerali. La piazza è tornata
prepotentemente viva, partecipata, scenario della
protesta e della volontà di cambiamento di milioni di persone di ogni
generazione. Luogo di festa, lotta, indignazione.
Purtroppo anche di sangue, versato in nome di nuovi/antichi ideali di libertà.
Come piazza Alimonda.
Paola Staccioli
Gli autori devolvono, tramite l’Associazione Walter Rossi, l’intero importo dei diritti loro spettanti per questo libro a progetti di solidarietà internazionale.
I Racconti
La
maglietta a strisce
Oltre la barriera
La
caponatina
Nixon
boia
Corso
Traiano 1969
L’altra
parte
C’era una volta di Erri
De Luca e Giovanni Alimonti
Quarto
Oggiaro story
Sassi, bottiglie e candelotti
di
Le
brave ragazze vanno in paradiso
Marzo
Via
della Ghiara
Vetri divisori
Postfazione:
Appendice:
Questo
libro si inserisce nel progetto lanciato con In ordine pubblico, un
lavoro culturale a più mani di ricostruzione di storie e memoria collettiva
attraverso la narrativa.
I
racconti pubblicati sono tutti inediti, ad eccezione di Corso Traiano 1969
di Nanni Balestrini, che costituisce il capitolo x
del libro Vogliamo tutto, pubblicato per la prima volta da
Feltrinelli nel 1971 e qui ripreso da La grande rivolta (Bompiani 1999)
che raccoglie tre romanzi dell’autore (Vogliamo tutto, Gli invisibili,
L’editore).
Le vicende storiche narrate nei racconti sono fedelmente corrispondenti al vero, a differenza dei personaggi, in alcuni casi frutto della fantasia degli autori.