Tentare di condensare in
poche pagine la storia del teatro moderno (come edifici e rappresentazioni) in
una città quale Roma, permeabile alle più diverse influenze, risulterebbe
certo un'impresa vana. Se si abbandona però la pretesa di fornire una
informazione esauriente, che necessariamente deve comprendere anche elenchi di
nomi, date e titoli di opere, è forse possibile, pur nei ristretti limiti di
questo lavoro, suscitare almeno un po' di curiosità e di interesse nei
confronti di alcuni aspetti della vita teatrale romana dei secoli scorsi e delle
vicende delle numerose sale della città, una realtà composita e variegata che
include maestose strutture storiche ma anche piccoli e precari teatrini.
Nella Roma dei papi il
teatro, molto amato da tutte le classi sociali - dai nobili alla popolazione -
ebbe particolare importanza e vivacità, ma non sempre vita facile. In linea
generale, a parte rare eccezioni (ad esempio quelle di Leone x,
che amava farsi accompagnare da un buffone, di Clemente ix
Rospigliosi, autore di libretti teatrali, e di Alessandro viii
Ottoboni), esso fu osteggiato o, al massimo, tollerato dai pontefici. Qualche
papa, ritenendolo un diabolico covo di “eresie”, lo boicottò apertamente,
combattendo «gli spettacoli come occasioni prossime a peccare» mentre i più
lo sopportarono, pur se spesso - ricordano gli scrittori dell'epoca - «con
sommo rammarico»: costoro, più realisti, ritenevano meno dannose per la morale
le pubbliche rappresentazioni piuttosto che gli incontri privati, che sarebbero
proliferati in caso di divieto dei primi. Una caratteristica del teatro romano
dei secoli scorsi fu quindi la discontinuità, generata dalla diversa politica
adottata da ciascun pontefice.
I più acerrimi nemici degli
spettacoli furono forse due papi della seconda metà del Seicento, Innocenzo xi
Odescalchi e Innocenzo xii Pignatelli.
Il primo, un milanese che diceva sempre no
tanto da essere soprannominato papa-minga,
era ossessionato dalla morale: proibì tra l'altro la chiusura dei palchetti
(l'unico risultato fu però quello di rendere pubblici gli scandali), vietò le
scene alle donne e agli evirati, impedì le vesti scollate (inviò persino gli
sbirri a sequestrare «quelle camisce da donna, le quali saranno trovate con
maniche corte e basse di scollo di petto»), e arrivò a far indossare alle
marionette i pantaloncini sotto le gonne per evitare visioni “oscene” nel
caso in cui, durante i balli, le vesti si fossero sollevate! Innocenzo xii
non fu certo da meno e decretò persino, nel 1699, la chiusura dei teatri, dopo
aver in precedenza impedito gli spettacoli a pagamento (al divieto si era
ovviato vendendo i palchi) e imposto la rovinosa tassa di un giulio per ogni bollettino
venduto (così veniva allora chiamato il biglietto), che doveva essere devoluta
a favore dei poveri del San Giovanni in Laterano.
Agli inizi dell'età moderna
il teatro romano, indissolubilmente legato alla festa, non era ancora concepito
come forma espressiva autonoma rivolta al pubblico, ma ricorrenze o celebrazioni
di vario tipo (quali incoronazioni, matrimoni e nascite regali) divenivano
occasione di rappresentazioni private - dei nobili e per i nobili - nei cortili
dei palazzi. Solo nel Seicento, quando gli spettacoli acquistarono sempre
maggiore fastosità anche grazie all'intervento di celebri artisti, si iniziò a
sentire l'esigenza di dedicare loro appositi spazi pubblici. Nella seconda metà
del secolo qualcuno pensò al teatro come investimento economico e vennero
create, accanto alle sale private nei palazzi signorili, le prime strutture a
pagamento, pur se ancora architettonicamente dimesse e nulla affatto
monumentali, mentre si moltiplicarono le rappresentazioni nei collegi religiosi
e nelle chiese. Nel Settecento nacque invece una nuova figura, quella
dell'impresario, che iniziò a sostituire i proprietari nella gestione delle
sale. Con il passare del tempo il teatro passò dunque dalle mani della nobiltà
a quelle della borghesia, mentre aumentò la partecipazione popolare agli
spettacoli. La stagione teatrale rimase comunque a lungo limitata al Carnevale,
durante il quale le numerose sale della città erano sempre gremite di
spettatori.
Il
Rinascimento: la nascita del teatro moderno
Nel Medioevo il teatro si
identificava con la festa, religiosa e profana, e con la liturgia drammatizzata,
che divenne occasione di sontuose rappresentazioni sacre. Spettacolo tipico del
Tre-Quattrocento, effettuato in vie, piazze e chiese, era la lauda
drammatica, recita di testi tratti dalle sacre scritture o dalle vite dei
santi.
All'inizio del Rinascimento
dunque, Roma non aveva appositi luoghi destinati allo spettacolo, che pure erano
stati così numerosi nei tempi più antichi. Le prime rappresentazioni
dell'epoca moderna, fenomeno rigidamente d'élite che risale agli ultimi decenni
del Quattrocento, si svolsero a Castel Sant'Angelo, al Foro, e soprattutto in
quelle strutture, in genere chiamate stanze,
ricavate nei cortili dei palazzi dei principi. Il pubblico, seduto a
semicerchio, era composto da spettatori colti in grado di apprezzare e
comprendere complesse scene mitologiche e raffinate simbologie allegoriche.
La nascita del teatro
moderno passò attraverso la riscoperta dei testi classici, soprattutto per
merito degli umanisti e, in primo luogo, dell'Accademia Romana fondata da
Pomponio Leto (processata persino per eresia ma poi ricostituita) che organizzò
annualmente le celebrazioni del Natale di Roma e si pose l'obiettivo di far
rivivere sulla scena l'antico teatro, e soprattutto le commedie latine di Plauto
e Terenzio. Il testimone fu quindi raccolto da Tommaso Inghirami, prefetto della
Vaticana celebre per aver impersonato la parte di una donna, Fedra - soprannome
con il quale continuò poi a essere conosciuto - nella sfortunata recita della
tragedia Ippolito di Seneca del 1486
in piazza San Lorenzo in Damaso quando, bloccatasi la scena a causa della
rottura di alcuni apparati, si trovò costretto a improvvisare un lungo
monologo. Altre figure chiave nella ripresa del teatro furono, oltre al
cardinale Raffaele Riario, anche papi quali Alessandro vi
Borgia e Giulio ii, che individuò
nello spettacolo un ottimo mezzo di propaganda ideologica e di rafforzamento del
potere.
Grande importanza nella
storia del teatro romano ebbe la costruzione nel 1513 di una struttura
provvisoria in Campidoglio in occasione del conferimento della cittadinanza a
Giuliano e Lorenzo de' Medici. Nel 1514 invece Baldassarre Peruzzi introdusse
nella rappresentazione de La Calandria
del Bibbiena (il cardinale Bernardo Dovizi) la scena prospettica
tridimensionale. Da allora iniziò un periodo di splendida fioritura e vivacità
per il teatro, che acquistò un ruolo centrale nella vita culturale della città.
Il Rinascimento fu soprattutto il periodo della commedia - che si era ormai
sostituita alle recite in latino - e della pastorale, una via di mezzo fra la
commedia e la tragedia, raramente messa in scena.
Inizialmente semplici e
essenziali, i luoghi delle rappresentazioni accrebbero via via le componenti
spettacolari, mentre grandi artisti quali Raffaello si cimentarono nella
creazione di scenografie e nella progettazione delle strutture. I primi
sporadici tentativi di realizzazione di teatri pubblici risalgono agli ultimi
decenni del Cinquecento - si ha ad esempio notizia di una sala in via Giulia ma
non se ne conosce l'esatta ubicazione - quando però furono emanati anche
numerosi divieti e provvedimenti restrittivi nei confronti dello spettacolo. Il
clima della Controriforma iniziava a condizionare pesantemente il teatro romano
influenzandone i repertori ma anche vietando le rappresentazioni pubbliche e
restringendo quindi gli spettatori al nugolo di privilegiati ammessi nelle
strutture private.
Il
Seicento e il teatro barocco
Nella prima metà del
Seicento il teatro romano, ancora pienamente inserito nella cornice della festa,
è caratterizzato da una costante “gara di sontuosità”, ottenuta
soprattutto grazie alla realizzazione, ad opera di artisti del calibro di
Bernini, di apparati scenografici sempre più imponenti. Lo spettacolo iniziò
così a essere usato come strumento di propaganda ideologica e politica dalle più
autorevoli famiglie dell'aristocrazia romana e dalle potenze straniere, le
uniche in grado di sostenere il costo sempre più elevato di tali grandiosi
eventi. Spagnoli e francesi organizzarono numerose rappresentazioni nelle piazze
e nei palazzi, portando sulle scene romane una significativa presenza di attori
stranieri. Nel 1637 il governatore Spada annotava nel suo diario di essersi
rivolto al cardinale Barberini per sapere come comportarsi nei confronti di
alcuni comici spagnoli che avevano iniziato a esibirsi senza licenza. Questi gli
rispose: «Fate quello che Dio v'inspira; et il Governatore disse, che Dio
l'inspirava di farli carcerare». Un suggerimento proveniente da così alte
sfere non poteva che essere eseguito immediatamente, e i poveri comici finirono
dritti dritti in prigione. Vennero però ben presto rilasciati, con tanto di
autorizzazione per recitare.
Agli inizi del secolo le
rappresentazioni, soprattutto musicali, si svolgevano un po' ovunque: nei
palazzi come nelle chiese, nelle piazze come negli oratori, nei fienili come nei
carri, “teatrini” mobili molto apprezzati tra i quali si ricorda quello
della Fedeltà dell'Amore realizzato
da Pietro della Valle nel Carnevale del 1606. Mentre il teatro laico riceveva un
notevole impulso, contemporaneamente si rafforzava pure quello religioso,
soprattutto per iniziativa dei gesuiti, con la rappresentazione nei collegi
romani di spettacoli morali a scopo educativo. Il secolo si era aperto con un
evento di notevole rilevanza nel campo musicale, gloria artistica della Roma
seicentesca: l'esecuzione in forma teatrale, con tanto di scene e costumi, della
Rappresentazione di anima e di corpo
di Emilio de' Cavalieri, «dramma
posto in musica... per recitar cantando», capolavoro nato nell'ambito
dell'Oratorio della Vallicella fondato da san Filippo Neri, che aveva impresso
un notevole impulso al teatro musicale con scopi educativi.
Il Seicento vide però anche
lo sviluppo della commedia dell'Arte - nota già negli ultimi decenni del secolo
precedente e dissoltasi ad opera di Goldoni solo alla metà del Settecento -
trionfo del teatro “effimero” fondato prevalentemente sulla bravura degli
attori, che recitavano sulla base di un canovaccio improvvisando i dialoghi.
Teoricamente la censura obbligava gli attori teatrali a non discostarsi mai dai
testi scritti; nella pratica però, soprattutto nella commedia dell'Arte, la
norma veniva in genere disattesa.
Alla metà del Seicento,
mentre la vita musicale andava pian piano laicizzandosi, alcuni significativi
eventi stavano profondamente modificando il teatro romano.
Il
soggiorno di Cristina di Svezia e la nascita dei teatri pubblici
La seconda metà del secolo
fu positivamente influenzata dal soggiorno romano di Cristina di Svezia e dalla
nascita delle grandi strutture teatrali pubbliche, sorte anche grazie
all'influsso della ex-regina. Giunta a Roma nel 1655 dopo aver abiurato il
protestantesimo e rinunciato al trono, l'eccentrica donna organizzò continui
spettacoli nella sua “corte” sistemata in palazzo Riario ma fu anche assidua
frequentatrice dei teatri, pubblici e privati, come di tutti gli incontri
culturali e delle feste che si svolgevano nella città. Al suo servizio ebbe
pure alcuni cantanti con stipendio fisso (ma alla morte improvvisa di un paio di
loro qualcuno insinuò che li avesse avvelenati) e protesse artisti come il
palermitano Alessandro Scarlatti. Negli ultimi decenni del secolo, quando si
iniziò a pensare al teatro in termini di investimento economico, nacquero le
prime grandi sale romane a pagamento.
Il
Settecento: il massimo splendore del teatro romano
Dopo un inizio un po'
stentato, dovuto soprattutto alle restrizioni papali, il Settecento divenne ben
presto il secolo d'oro del teatro romano di prosa, musica e figura. Mentre nei
primi decenni rimasero ancora prevalenti le rappresentazioni private, in seguito
il teatro uscì prepotentemente dal chiuso dei palazzi dei principi e raggiunse
un pubblico più vasto, soprattutto con la nascita e l'affermazione delle grandi
strutture pubbliche: l'Alibert, il Valle, l'Argentina. Fu il secolo del trionfo
del melodramma metastasiano, dell'opera in musica, dello splendore degli
allestimenti scenici. Nonostante l'iniziale supremazia del teatro musicale, fu
anche l'epoca del superamento goldoniano della commedia dell'Arte e della prima
rappresentazione in un teatro privato (nei locali pubblici la tragedia rimaneva
un'eccezione) dell'Antigone del
giovane conte astigiano Vittorio Alfieri.
I rigoristi continuarono
imperterriti a far sentire la loro voce, ma non ebbero più un'influenza
determinante. Ancora nel 1755 padre Daniele Concina nel suo De'
teatri moderni contrari alla professione cristiana si scagliava contro il
teatro «venereo pagano», fonte di molti mali: per sradicarli bisognava a suo
avviso «sbandire le donne tutte, tutt'i balli, tutt'i buffoni, tutt'i castrati
vestiti da donne, tutti i vestimenti lascivi, tutte le pompe vane». Ma quasi
tutti i pontefici erano ormai convinti che il teatro, ben regolato, avesse un
importante ruolo educativo e sociale, mentre gli abati, figura a metà fra il
laico e l'ecclesiastico, riempivano le sale romane, affiancati da preti e
cardinali che partecipavano appieno alla vita teatrale, con tutti i relativi
corollari di lusso e galanteria.
Alla fine del secolo gli
avvenimenti politici ebbero il sopravvento, e per alcuni anni le sale rimasero
chiuse, «perché l'affollamento causava disgrazie». Durante la breve
esperienza della Repubblica romana il teatro, unica attività culturale di
massa, fu concepito quale strumento educatore capace di formare l'opinione
pubblica: le sale vennero aperte tutto l'anno, le donne tornarono sulle scene,
fu spesso consentito l'ingresso gratuito alle rappresentazioni. I teatri si
riempirono di gente, propensa però a divertirsi più che a istruirsi, e a
preferire dunque gli spettacoli musicali, al più le commedie, mentre le
tragedie, ritenute troppo pesanti, dovevano almeno essere interrotte da
intermezzi musicali.
Il Monitore di Roma recensiva le principali rappresentazioni: l'attività
teatrale era fervida al punto che venne pubblicato un apposito periodico,
intitolato Notizie dei Teatri Repubblicani.
Si verificarono però scandali e persino risse soprattutto perché il pubblico
non era abituato a spettacoli che, pur se approvati dalla censura ancora in
vigore, gli apparivano osceni. L'Argentina, eletto teatro repubblicano per le
simpatie filofrancesi del duca Cesarini - che diede anche “il comodo” di
dipingere nell'edificio un albero della libertà - fu la prima sala a riprendere
la programmazione, con la Virginia di
Alfieri e il Matrimonio democratico di
Sografi.
Al ritorno del papa molti
teatri rimasero chiusi per qualche anno nel timore di disordini: nessuno riuscì
però a cancellare le tracce di quanto era accaduto. Le donne non furono più
allontanate dalla scena, anche se la morale rimase l'ossessione dei pontefici
tanto che ad esempio nell'Enea in
Cartagine si dispose che «nel sedile ove si ponevano a sedere Enea e Didone
fosse posto un tramezzo... per impedire il contatto».
Nato da umili origini nel
1698 a Roma, in via dei Cappellari, Pietro Trapassi ebbe la fortuna di essere
casualmente ascoltato da un letterato mentre a circa dieci anni improvvisava
versi davanti ad alcuni suoi amici in piazza Sant'Andrea della Valle: l'uomo,
affascinato, lo fece studiare, “grecizzò” il suo cognome trasformandolo in
Metastasio e in seguito gli lasciò una cospicua eredità. Accolto nell'Arcadia,
Metastasio si trasferì poi a Napoli, dove lavorò nello studio di un avvocato
con cui si impegnò ad abbandonare le sue “frivolezze”: in realtà, pur non
firmando le composizioni, continuò a scriverle. Ottenne infine il posto di
poeta cesareo a Vienna, dove morì nel 1782.
Con la sua abilità tecnica
e metrica, Metastasio rappresentò un fenomeno artistico di portata
internazionale. Fu uno degli ultimi grandi interpreti dell'ancien régime, in grado di cogliere la sensibilità del suo tempo
ma non di individuare e comprendere le tendenze al mutamento e il ruolo di
servizio pubblico del teatro (rifiutò ad esempio di partecipare all'Encyclopédie).
Il suo scarso rapporto con la verosimiglianza, testimoniato dal verso «Sogni e
favole io fingo», il costante richiamo alla mitologia e alla storia antica lo
resero ben accetto ai potenti (l'Alfieri rimase scandalizzato per averlo visto
inchinarsi all'imperatrice Maria Teresa): piacque però a tutte le classi
sociali, unite da un comune desiderio di evasione, e continuò ad essere
rappresentato anche dopo la sua morte, pur se i tempi stavano ormai mutando.
L'Ottocento:
dalla decadenza alla belle époque
I repertori proposti nei
teatri romani alla fine del Settecento erano invecchiati, ma la prima breve
esperienza repubblicana non riuscì a rinnovarli, tanto che l'unico mutamento
significativo negli spettacoli fu a volte la semplice aggiunta dell'appellativo
di “cittadino” davanti ai nomi di autori e attori.
Agli inizi dell'Ottocento i
teatri romani continuavano ad agire prevalentemente durante il Carnevale, pur se
iniziavano ad essere rilasciate licenze per altre stagioni. L'istituzione della
Deputazione dei Pubblici Spettacoli, nata per controllare e regolamentare gli
edifici oltre che le rappresentazioni, portò alla ricostruzione in muratura di
alcuni teatri, che vennero dotati anche di ingressi adeguati, facciate
monumentali e ambienti più comodi per il pubblico. Nel 1818 gli architetti
Stern e Camporesi, incaricati dal governatore di visitare le principali sale e
controllare le misure di sicurezza, conclusero che Roma avrebbe avuto urgente
bisogno di un nuovo teatro, moderno e adeguato alle esigenze della città,
esortando quindi a costruirlo. Ancora una volta però non se ne fece nulla: per
la realizzazione dell'opera bisognò quindi attendere circa sessant'anni e
l'iniziativa di un privato, il Costanzi. Nei primi decenni del secolo - quando
iniziarono a essere pubblicate riviste e gazzette dedicate all'argomento - il
teatro a Roma stava comunque accrescendo la sua importanza, grazie allo stimolo
dei francesi, al ritorno delle donne sulle scene ma anche all'intervento di
valenti artefici quali Rossini, Bellini, Donizetti.
Verso la metà
dell'Ottocento i teatri divennero luoghi di impegno civile, vi entrarono idee
innovative e sentimenti patriottici. Durante la seconda Repubblica romana ebbero
un ruolo importante nella vita politica ospitando anche numerose manifestazioni,
nonostante la persistente censura, che paradossalmente continuava a essere
effettuata da un prete. Negli ultimi anni del governo papale i controlli si
fecero sempre più rigidi e le sale, frequentate prevalentemente da reazionari,
rimanevano spesso vuote.
Dopo la proclamazione di
Roma capitale d'Italia il pubblico teatrale divenne invece molto più vasto e
attento: in campo operistico nacque il Costanzi, mentre ricevettero un forte
impulso il teatro dialettale e soprattutto la prosa, genere maggiormente in
sintonia con l'evoluzione sociale e le esigenze della nuova borghesia. Alla fine
del secolo iniziarono a proliferare, in primo luogo intorno all'elegante e
rappresentativo centro sorto nella zona di via Nazionale, i café-chantant, una
realtà composita che comprendeva lussuosi locali di richiamo internazionale ma
anche sale piccole e modeste, “onesti” ritrovi per famiglie oppure
“peccaminosi” luoghi di incontro per viveur.
Il
Novecento, tra crisi e riprese
Per il teatro, offuscato
dall'interesse provocato dalla nascita del cinema, il nuovo secolo non si apriva
certo sotto i migliori auspici: la situazione di crisi non impedì comunque la
realizzazione di esperienze di basilare importanza quali, tra le altre, gli
spettacoli futuristi del primo dopoguerra oppure, intorno al 1920, le
rappresentazioni delle opere di Pirandello.
Il fascismo, nel tentativo
di legare strettamente le espressioni culturali al regime, lanciò una intensa
promozione teatrale, che si poneva tra gli obiettivi anche quello di diffondere
l'interesse per gli spettacoli nei settori popolari attraverso l'organizzazione,
ad esempio al Pincio, di iniziative rivolte a un vasto pubblico o tramite la
realizzazione, fra gli anni Venti e Trenta, di alcuni cinema teatro di grandi
dimensioni, che però nella pratica si limitarono a ospitare quasi
esclusivamente proiezioni cinematografiche. Mentre Marcello Piacentini,
architetto del sistema, ristrutturava numerose sale, nascevano nel 1930 la
Corporazione dello Spettacolo, e nel 1935 la Direzione Generale del Teatro
presso il Ministero della Cultura Popolare.
Dal secondo dopoguerra
invece la ricerca di una migliore gestione ha portato alla creazione di
strutture più piccole di quelle dei secoli precedenti (il Sistina rappresenta
un'eccezione!) e ormai specializzate in un singolo genere di spettacolo, a
differenza del passato, quando nelle sale romane la prosa e la musica spesso si
alternavano.
Intorno alla metà del
Novecento sul teatro ha iniziato a pesare negativamente la nascita della
televisione; la crisi è stata però in parte superata negli anni Sessanta anche
grazie all'impulso proveniente da un teatro “alternativo” e politicamente
impegnato che, dopo essersi in un primo tempo limitato a mettere in discussione
la staticità, l'isolamento del teatro ufficiale e la sua incapacità di stare
al passo con l'evoluzione e i fermenti sociali, ne ha in seguito più
lucidamente individuato e denunciato il collegamento con l'ideologia e la
gestione borghese del potere. Negli anni Sessanta il teatrino La Fede, a porta
Portese, poi ridotto a deposito, divenne un luogo di incontro dell'avanguardia e
uno dei primi punti di riferimento per la creazione di un nuovo circuito - la
cui programmazione è stata spesso di notevole valore artistico e sociale -
composto da una miriade di teatri di piccole e piccolissime dimensioni, che
hanno notevolmente contribuito, fra gli anni '60 e '70, a raddoppiare il numero
complessivo dei posti nei teatri romani. Ricavati in spazi talvolta poco idonei
e persino in scantinati, sono concentrati prevalentemente nel centro della città
pur avendo assunto il decentramento come indirizzo di lavoro. La mappa di tali
strutture, che si costituiscono in genere in associazioni culturali per ragioni
burocratiche e fiscali, è ancora oggi estremamente mutevole e eterogenea: a
fianco a situazioni stabili e durevoli nel tempo ne sorgono infatti pure di
molto effimere, che si esauriscono in un breve arco di tempo anche perché
schiacciate dalle difficoltà e dalla mancanza di un adeguato sostegno in grado
di valorizzare le esperienze migliori.
Negli ultimi decenni sono
stati ridefiniti pure i circuiti “ufficiali”, in seguito alla costituzione
dell'Ente Teatrale Italiano prima e poi, nel 1965, del Teatro Stabile con sede
all'Argentina. Contemporaneamente vi è stato uno sviluppo della produzione
privata anche nelle grandi sale dove, mirando principalmente alla realizzazione
del profitto, si è puntato in genere sulla rappresentazione di spettacoli
“fruttuosi” quali le commedie musicali. Recentemente si è poi assistito,
oltre che a una trasformazione in multisale di alcuni dei cinema più vasti
della città, anche a un fenomeno inverso a quello verificatosi nel periodo
precedente, ovvero la riconversione in teatri di qualche sala cinematografica.
Nella Roma dei papi per
alcuni secoli la stagione teatrale fu limitata al periodo di Carnevale: anche in
quel periodo però le rappresentazioni erano vietate il venerdì, in occasione
delle vigilie dei santi e di particolari festività religiose.
Le date e gli orari degli
spettacoli venivano annualmente stabiliti da appositi provvedimenti legislativi.
Le sale pubbliche - tranne qualche temporanea eccezione - potevano quindi aprire
solo dopo Natale: quando andava bene il giorno di santo Stefano oppure, più
spesso, il 2 o il 7 gennaio. Vennero esonerati dalla chiusura unicamente i
teatri di burattini.
Negli anni di giubileo i
teatri pubblici rimanevano chiusi, così come dopo la morte di un pontefice o di
un sovrano oppure in periodi di epidemie e particolari calamità: le sale dei
collegi e quelle private, prediletti luoghi di incontro per principi e
cardinali, venivano però aperte anche in tali occasioni. Insomma, chi doveva
rinunciare realmente agli spettacoli era solo la popolazione, che però non
sempre si dava per vinta, improvvisando spettacoli minori in strada oppure
inventando, con molta creatività, rappresentazioni con “attori” non
previsti nei divieti... come quando arrivò a calcare le scene una
“compagnia” veramente singolare, interamente composta di gatti!
Cristina di Svezia, nella
seconda metà del Seicento, cercò di ottenere il permesso per far rimanere
aperte le sale oltre i limiti del Carnevale. Non ottenne però lo scopo, e fu
necessario attendere i francesi, alla fine del Settecento, perché ai teatri
venisse concessa l'agibilità per tutto l'anno.
E' vero che nella città dei
papi vigeva una censura molto rigida, che condizionava pesantemente anche il
teatro. E' pure vero però che alcuni autori, insistendo molto su questo aspetto
del teatro romano, hanno perso di vista il fatto che, nonostante tutto, la vita
culturale nella città fu comunque in certi periodi particolarmente rigogliosa,
e in ogni caso molto intensa anche se non sempre di qualità.
Del resto, va anche detto
che il compito della censura era spesso reso arduo dall'abitudine degli attori
di inserire numerose battute a braccio, prassi che, pur se vietata, nessuno era
in grado di impedire. Alle autorità non restava quindi che chiudere un occhio.
Meglio di tutti riusciva ad aggirare i controlli il teatro di figura, ovvero gli
spettacoli di marionette e burattini, che godevano quindi di una maggiore libertà.
Talvolta si eludeva la censura stampando le opere in altre città, magari a
Venezia, con un semplice mutamento del titolo e delle prime battute, come fu
fatto con alcune commedie di Pietro Aretino che erano state poste all'Indice.
Le parole più innocue
venivano talvolta cambiate dalla censura per evitare “fraintendimenti”
politici oppure morali. In proposito si raccontano numerosi aneddoti. Sembra ad
esempio che persino Pio ix, dopo la
sostituzione di «arpe angeliche» con «arpe armoniche», espressione più
adatta, secondo lo zelante censore, per un testo profano, si sia abbandonato
all'ironia affermando: «Andiamo verso Porta Armonica!
Non diciamo Porta Angelica perché il
Nostro censore non lo permette!».
Particolarmente bersagliato
dalla satira fu l'acerrimo Somai - il suo cognome, ovviamente modificato in
Somari, era già di per sé un'“istigazione” per i suoi critici! - che
ricoprì la carica dal 1823 e impose numerosi tagli e modifiche ai titoli,
tartassando i copioni anche per questioni che oggi appaiono banalissime.
Circolava voce che il venerdì, essendo vietata la carne, il solerte censore
proibisse la rappresentazione della farsa I
tre salami in barca.
Intorno al 1850
nell'incarico gli successe - incredibile ma vero! - un Belli “pentito”, che
forse voleva far dimenticare i peccati precedenti e che comunque, divenuto
vedovo e stretto da difficoltà economiche, si trovava a vivere una situazione
particolare. Ci è difficile immaginarlo in questo ruolo, che pure esercitò con
estrema severità: viene certo più naturale ricordarlo “dall'altra parte”,
ad esempio quando, non molto tempo prima, nel sonetto Li
scrupoli de' li mi' stivali aveva lanciato i suoi strali contro i
persecutori del teatro: «Chi cià scrupolo resti a casa sua: / ma se stii zitto
si ciannamo noi: / nun dico bene? Eh sì, sangue d'un dua!»
Divieto
per le donne di calcare le scene....
Una delle caratteristiche
del teatro romano fu l'esclusione delle donne dalle scene - dove, secondo il
cardinale Ranuzzi, portavano un «deterioramento grande del costume» - il
cosiddetto divieto misogino che venne abolito solo alla fine del Settecento, con
l'arrivo dei francesi.
La proibizione era in vigore
nei teatri pubblici (più attenuata in quelli privati) di Roma, Comarca e
Marche; non valeva invece a Bologna, in Romagna e in occasione della fiera di
Sinigaglia. Il momento in cui divenne operante è però controverso. Mentre i più
affermano che fu con il provvedimento emanato da Sisto v nel 1588, alcuni autori interpretano invece l'espressione
«che non vi vadano donne a teatro» unicamente come divieto di recarsi alle
rappresentazioni, a cui potevano assistere solo in particolari occasioni
accompagnate dal loro consorte.
In ogni caso il fatto certo
è che, a parte una breve revoca ottenuta intorno al 1670 da Cristina di Svezia,
nel Sei-Settecento le donne non comparvero sulle scene romane. In pochi
apprezzarono questa scelta: fra costoro va però menzionato Goethe che la
considerava in sintonia con il teatro classico e che a suo avviso restituiva «il
piacere di vedere non la cosa stessa, ma la sua imitazione; di essere
intrattenuti non dalla natura, ma dall'arte; di contemplare non un'individualità
ma un risultato». Questo genere di arte
non convinceva però, fra gli altri, Fernandez De Moratin, che in proposito
scriveva: «Quelli che fra i ballerini facevano le dame, formavano la più
ridicola collezione di mostri; che facce, che corpacci, che piedi! Una delle
singolarità dei teatri di Roma è di veder quei mascalzoni calcare le scene,
ballare cantare o recitare facendo la parte di dame delicate, di pastorelle, di
ninfe e di dee; la modestia ecclesiastica non permette che il bel sesso trionfi
sulla scena con le sue grazie seduttrici».
Nelle rappresentazioni di
prosa e nelle danze la situazione diveniva talvolta ridicola, perché queste
particolari “donne”, che indossavano gonnelle e vesti sbracciate, erano
spesso paragonabili a goffi scimmiotti con tanto di barba oltre che, ovviamente,
voce e gesti non proprio femminili. Bisogna però ricordare che, nell'economia
degli spettacoli, il ballo era allora considerato un elemento secondario,
semplice intermezzo che integrava, spesso senza logica e nesso, le
rappresentazioni di prosa, tanto che alcuni osservatori stranieri nel Settecento
arrivarono ad affermare che i romani confondevano le danze con i salti.
Nel teatro musicale i ruoli
femminili venivano invece interpretati dai musici, cantori evirati che colpivano
gli osservatori perché a distanza erano veramente ingannevoli. Pur se non tutti
amavano le loro voci, i castrati in genere piacevano, e furoreggiavano sui
palcoscenici (anche quando interpretavano le parti delle ballerine) divenendo
l'elemento predominante del melodramma settecentesco.
Ma la simulazione nel teatro
romano assumeva talvolta anche altre forme: Casanova, con il suo occhio
“clinico”, un giorno si accorse ad esempio che un comico castrato, tal
Bellino, era in realtà una donna. Ovviamente, non si lasciò sfuggire
l'occasione per lanciarsi nella sua ennesima avventura.
Per lungo tempo si è
creduto che la prima donna tornata sulle scene romane fosse la soprano
Bertinotti, esibitasi al teatro Alibert, ma potrebbe invece essere Angelica
Catalano, che nel 1799 cantò l'Ifigenia
in Aulide all'Argentina.
...
e loro sostituzione con i castrati
Per alcuni secoli furono
dunque i castrati a interpretare sulle scene romane molti ruoli femminili.
Certo, con la sensibilità dell'oggi appare quantomeno curioso il fatto che
all'epoca si potesse considerare meno immorale travestire gli uomini, dopo
averli privati del loro sesso, anziché lasciar recitare le donne, ma tant'è.
Pur se nel Concilio di Trento la chiesa aveva condannato la castrazione, i
cantori evirati furono infatti accettati anche nella Cappella pontificia.
Subita l'operazione verso i
sette, otto anni - quando ancora quei poveretti non erano certo in grado di
poter decidere della propria sorte - gli evirati acquistavano una incredibile
estensione di voce, mentre sul loro corpo comparivano alcuni caratteri secondari
femminili.
Fra gli altri furoreggiò
Loreto Vettori, sopranista e compositore, maestro di musica di Cristina di
Svezia: si racconta che un giorno la popolazione per ascoltarlo abbatté persino
le porte di un palazzo dove si doveva esibire in uno spettacolo privato. Amara
ironia della sorte, morì vittima di un marito geloso. Viene da dire: oltre al
danno, pure la beffa! Eppure questa tragica fine toccò anche ad altri castrati,
di cui le nobildonne si innamoravano molto spesso. Più fortunato (si fa per
dire!) fu Gaetano Majorana, che riuscì a sottrarsi ai mariti infuriati
rifugiandosi a Venezia.
Su questi cantori evirati
circolarono voci e pettegolezzi a non finire. De Brosses riferisce che uno di
loro presentò a «Innocenzo xi una
supplica per ottenere il permesso di ammogliarsi, adducendo quale
giustificazione il fatto che l'operazione era stata fatta male; il papa scrisse
in margine alla domanda: Che si castri meglio». A un certo punto a Roma circolò
anche questo tagliente sonetto anonimo: «Sarà dunque permesso alli villani /
nello Stato Papale, impunemente / di castrar i lor figli empiamente / acciò
strillin cantando in modo strano? / Che si castrino i gatti oppure i cani, / un
cavallo, un somar, non dico niente, / mai i figlioli, per Cristo Onnipotente, /
ah! son padri assai crudi e inumani! / E Roma soffrirà che nei suoi Stati / un
mutilato attor dei più bricconi / funga la donna a spasso dei Prelati? / Ma se
i Prelati vogliono esser buoni / castrin piuttosto gli altri Porporati / ché il
Collegio sarà senza coglioni!».
Nel Settecento la proprietà
dei teatri, in genere in mano ai nobili, si disgiunse dalla loro gestione. Le
sale iniziarono quindi a essere affittate, per una o più stagioni, agli
impresari, che dovevano addossarsi le spese di allestimento degli spettacoli. A
Roma, dove il teatro - considerato spettro di un male sempre incombente - in
alcuni periodi fu a malapena tollerato, la loro attività fu spesso più ricca
di guai e preoccupazioni che di soddisfazioni.
Ogni anno l'impresario
chiedeva al governatore la concessione della licenza. L'architetto del
tribunale, inviato a vagliare l'agibilità della sala, concedeva la licenza
oppure ordinava lavori di ristrutturazione. Dalla seconda metà del Settecento
dovette pure versare un deposito cauzionale che, in caso di inadempienza,
sarebbe andato a risarcire attori e artigiani. Nacque così la figura del
finanziatore, che talvolta divenne influente al punto da condizionare la stessa
messa in scena degli spettacoli.
All'inizio gli impresari
furono prevalentemente nobili e loro amici, a cui nel tempo subentrarono
artigiani e altri personaggi, che considerarono il teatro alla stregua di una
qualsiasi attività commerciale. La loro gestione, spesso senza scrupoli, andava
talvolta a discapito della qualità tanto che i più “tirchi” arrivavano a
provocare il fallimento degli spettacoli servendosi di interpreti di
second'ordine. Dal 1754 il governo poté anche sottoporre la gestione del teatro
a un uomo di sua fiducia.
Celebre impresario romano dell'Ottocento fu Vincenzo Jacovacci, uno di quei
tipi che una ne fa e cento ne pensa, sempre alla ricerca di nuove idee che, se
non gli furono sufficienti per doventare ricco - morì, nonostante tutto, senza
una lira - certo gli evitarono il rischio di una esistenza monotona! Su di lui
si raccontano numerose storie. Vale sicuramente la pena di ricordarne una, perché
molto simile a quella del protagonista di una fortunata serie di romanzi degli
ultimi anni. Alle sue dipendenze infatti il sor Cencio - come lo chiamavano i
romani del tempo - aveva un vero e proprio capro
espiatorio, tal Giovannino. In cosa consisteva il lavoro del singolare
impiegato? Per quattro paoli al giorno - anche per quell'epoca, ben poca cosa -
Giovannino doveva star lì, in teatro - l'Apollo, una delle più prestigiose
sale romane del tempo - a sorbirsi i reclami e le lamentele della gente. C'è
anche da dire che le proteste il sor Cencio se le andava pure a cercare con i
suoi comportamenti, che certo non sempre brillavano quanto a correttezza!
In occasione di spettacoli
particolarmente importanti i palchetti spesso risultavano esauriti senza che
fossero soddisfatte tutte le richieste. Se si presentava un nuovo acquirente,
insistendo per avere un posto, il sor Cencio non ce la faceva proprio a
lasciarsi sfuggire l'occasione per guadagnare di più, e allora poco prima
dell'inizio dello spettacolo inviava il "capro" a venderne uno che in
quel momento era ancora vuoto. Se il legittimo proprietario quel giorno non si
faceva vedere tutto filava liscio; in caso contrario, quando arrivava al
botteghino a prendere la chiave del suo palco e si infuriava perché trovava il
posto occupato, allora Giovannino interveniva sfoderando le sue doti di attore:
innanzi tutto affermava di aver effettuato la vendita interamente di sua
iniziativa. Seguivano quindi fra uno scandalizzato sor Cencio e il “capro”
discussioni drammatiche, minacce di licenziamento, commuoventi pianti per
inesistenti figli che non avrebbero più avuto di che sopravvivere. Il truffato,
impietosito, arrivava quindi in genere a supplicare l'impresario di dimenticare
quanto era successo e di non prendere provvedimenti contro il suo povero
dipendente. La storia finiva lì, per la gioia dell'astuto sor Cencio.
Ma non sempre, nel corso
della sua carriera, lo Jacovacci riuscì a farla franca. Nel febbraio 1841, il
principe Chigi annotò nel suo diario che fu arrestato al Tordinona per aver
venduto biglietti di ingresso «al di là della capacità del locale», evento
che non doveva certo risultare eccezionale in un'epoca in cui i bagarini,
ma anche i falsificatori di biglietti e chiavi di palchi erano molto diffusi!
Nel 1844 invece il cardinale Vicario protestò con il governatore perché
l'impresario non faceva indossare alle ballerine «i calzoncini cosiddetti alla
napoletana»: chiamato dal tribunale per essere ammonito, rispose «con somma
arroganza». Nonostante la sua indubbia abilità, lo Jacovacci non riuscì mai
ad arricchirsi.
Fra gli stranieri che
visitarono la città nel Sette-Ottocento, molti rimasero profondamente colpiti
dalla passione dei romani per il teatro, che coinvolgeva le differenti classi
sociali e spingeva talvolta i più poveri a sacrificarsi tutto l'anno pur di
assistere a qualche spettacolo durante il Carnevale.
A prima vista dunque appare
strano il fatto che, mentre alcuni viaggiatori dedicarono a questo importante
capitolo della vita culturale romana molte pagine dei loro diari, altri non ne
parlarono affatto: le cose appaiono però subito più chiare se si tengono
presenti i ristretti limiti della stagione teatrale che impedirono, a coloro che
giungevano a Roma fuori del Carnevale, di assistere agli spettacoli.
Durante il Settecento,
accanto a descrizioni ammirate e entusiastiche, se ne trovano anche di molto
critiche, talvolta espressione più che di un giudizio obiettivo, di una vera e
propria incomunicabilità fra stranieri e romani: alcuni viaggiatori infatti,
anziché tentare di comprendere gli usi e le tradizioni della città in cui
soggiornavano, vi cercarono ciò che avevano lasciato in patria. Nell'Ottocento
invece prevalsero nettamente i giudizi negativi, concordi nel sottolineare che a
Roma, anche nel campo dello spettacolo «tutto è decadenza, tutto è ricordo,
tutto è morte», secondo le parole di Stendhal. Lo scrittore ricorda anche il
rigido regolamento di polizia allora in vigore, segno di un potere in crisi che
tentava invano di salvarsi: «Sono leggi atroci. Cento colpi di bastone
somministrati seduta stante sul patibolo eretto in permanenza a piazza Navona,
con una torcia e una sentinella, per lo spettatore che prende il posto d'un
altro; cinque anni di galera per chi alza la voce contro il portiere del teatro
(«la maschera») incaricato di distribuire i posti».
Più benevolo fu invece
Stendhal nei confronti degli spettacoli dei burattini, attori di «appena un
piede d'altezza» amati dai romani perché permettevano di «prendere in giro i
potenti e ridere alle loro spalle». In particolare ricorda una piacevole serata
trascorsa nel 1817 al teatro Fiano: dopo l'iniziale diffidenza - il prezzo,
apparsogli troppo basso, gli aveva fatto temere «la cattiva compagnia e le
pulci» - si era infatti ben presto dovuto ricredere, trovando al suo fianco «grassi
e pacifici» borghesi romani.
Molti osservatori
sottolineano anche lo scarso interesse dei romani per le tragedie, rappresentate
spesso nei collegi ma altrove apprezzate solo.... quando facevano ridere,
impresa comunque non molto ardua se è vero, come afferma Gregorovius, che
talvolta bastava la cadenza romanesca degli attori a rendere ridicole le parti
più drammatiche! Nel 1835 anche Belli si faceva interprete di quella voglia di
evasione tanto diffusa nella popolazione romana, e in un suo sonetto un deluso
spettatore dell'Argentina affermava: «Che! A la commedia cce se va ppe ppiagne?
/ Lo fo ddiscide a vvoi, lo fo ddiscide. / A la commedia sce se va ppe rride».
I romani dei secoli passati
amavano dunque molto le opere buffe e le commedie, «sia premeditate che
all'improvviso», come ricorda il Diario
ordinario, il Cracas, unico giornale del Settecento romano. Per far
accettare al pubblico le rappresentazioni serie a volte si arrivava a snaturarle
al punto da inserirvi parodie, lazzi di Pulcinella e intermezzi comici fra un
atto e l'altro.
Il comportamento dei romani
dei secoli scorsi durante gli spettacoli teatrali, che oggi definiremmo
quantomeno singolare, è stato oggetto di numerose trattazioni. Mentre Giovanni
Gherardo de Rossi ha dedicato all'argomento alcune divertenti commedie, gli
stranieri di passaggio per la città - tranne rare eccezioni - non hanno fatto
altro che lamentarsi per la turbolenza e l'indisciplinatezza dei romani nei
teatri. Nelle sale, è vero, si faceva di tutto: gli spettatori della platea «non
si rifiutano né di mangiare, né di bere, né le operazioni che seguono»,
troviamo scritto in un diario del 1773, mentre il padre Bresciani ricorda come
durante gli spettacoli si «sguscian noci, sbucciano castagne, sgretolano
avellane e nocciuole, o biascian lupini e semi di zucca». Il De Moratin
racconta invece di aver visto un uomo che, sistemato «comodamente un piatto di maccheroni
[...] con la salvietta sulle spalle e il piatto sulla balaustra cominciò a
mangiare e a sollevare di quando in quando una gran bottiglia».
Tali comportamenti, lungi
dall'essere espressione dell'“ignoranza” di alcuni, costituivano
un'abitudine molto diffusa nella Roma dell'epoca e i nobili, che usavano i
palchi come luoghi di incontro, non erano certo “più educati” dei popolani:
nel corso delle rappresentazioni conversavano a voce alta, provocavano
“scandali” con i loro intrighi galanti, offrivano rinfreschi e cene,
giocavano a scacchi. Nel teatro Tordinona il palco dei Torlonia comunicava con
un appartamento che il principe utilizzava per feste private.
L'atteggiamento del pubblico
risulta certo più comprensibile se si pensa che le rappresentazioni duravano
spesso molte ore - quattro, cinque, a volte persino sei o sette - e che il
teatro era allora uno dei principali luoghi di incontro e di divertimento. Va
detto comunque che il carattere allegro e vivace dei romani dell'epoca non
poteva che esprimersi con la partecipazione attiva agli spettacoli, che talvolta
intimoriva però gli attori arrivando persino a dissuaderli dal recitare nella
città. Gli spettatori più insofferenti non avevano scampo: dovevano
rassegnarsi ad ascoltare commenti a voce alta, fischi di dissenso oppure
interminabili applausi! Nelle sale gremite dei teatri popolari i presenti
reclamavano spesso a gran voce l'amato Pulcinella, oppure intervenivano per
eliminare le scene troppo drammatiche arrivando a parlamentare con gli attori
per imporre i desiderati cambiamenti nella trama.
Ripetuti editti, spesso
disattesi, stabilivano le norme di comportamento cui attori e pubblico dovevano
attenersi all'interno dei teatri e le pesanti pene, anche corporali, per i
trasgressori. Nell'Ottocento, quando gli affollamenti erano, di per sé,
potenzialmente pericolosi per la stabilità di un potere in profonda crisi,
furono persino eretti cavalletti per la tortura davanti ai teatri. Ma in genere
erano gli stessi soldati di guardia a cavarsela, magari con metodi un po'
sbrigativi, come nel 1792 quando in un teatrino di marionette uno sbirro, persa
la pazienza, ferì con «un colpo di fucile in testa» un giovane che faceva «molto
grande schiamazzo».
Le frequenti liti fra i
nobili erano invece generate da disaccordi provocati dall'assegnazione dei posti
(in genere estratti a sorte): com'è noto, alle espressioni formali di prestigio
nella Roma dei papi si dava una notevole importanza. L'ordine di palchi
preferito era il secondo, ma anche il primo e il terzo andavano ai nobili; il
quarto e quinto venivano invece in genere assegnati alla borghesia, mentre il
sesto al popolo, che stava pure ammassato in platea. Fino al Settecento l'arredo
dei palchetti rimase a cura dei singoli affittuari o acquirenti, che si
lanciarono spesso in una sorta di gara del lusso. Il colpo d'occhio d'insieme
non era però dei migliori: i teatri apparivano infatti come una sorta di
“bazar” in cui ogni palco aveva un colore differente. Nella platea invece a
un certo punto si diffuse l'uso di inserire una divisione delle panche per
evitare gli “sconfinamenti” degli spettatori. A qualcuno però il
provvedimento non piacque, e il Belli, nello spassoso sonetto Li
posti si mise nei panni di uno spettatore “ciccione”: «E si so' grasso,
ce n'ho corpa io? / Potevio fa' più granne la porzione. / Quanno spenno, pe'
Cristo, er mi' testone, / vojo un posto adattato ar culo mio».
Una curiosità:
l'appellativo di «portoghesi» attribuito ancora oggi a coloro che non pagano
il biglietto nacque nel Settecento, quando il re del Portogallo, non essendo
riuscito a recapitare in tempo gli inviti per uno spettacolo allestito al teatro
Argentina, consentì l'ingresso gratuito a tutti coloro che si fossero
dichiarati suoi connazionali. Inutile dirlo, molti romani in quell'occasione
riscoprirono... origini dimenticate!
Belli fu un assiduo
frequentatore delle sale romane, tanto che insieme ad alcuni amici (amavano
definirsi Compagnia dei Guitti) prese
in affitto un palco all'Argentina. Tra i suoi sonetti teatrali, molto
descrittivi e quindi utili per la conoscenza della realtà dell'epoca,
particolarmente polemici sono quelli dedicati alle sale del tempo, che a suo
avviso erano vuote «com'un corno» perché vi si rappresentavano «commediacce»
«che nun ze ponno soffrì» oppure spettacoli di alcidi, ovvero «arte der
demonio». Nel comporre i sonetti Belli amava spesso indossare i panni del
popolano ignorante che deforma i nomi di attori, autori e personaggi, e numerosi
versi ricordano i comportamenti del pubblico nei teatri, dagli schiamazzi alle
liti per i posti.
Rispetto ai «commedianti»
Belli fu tutt'altro che indulgente, ma non lesinò lodi agli attori (e
soprattutto attrici!) che riteneva più bravi. Fra le sue preferite figurava
Amalia Bettini, «un angelo de dio, 'na cosa rara», che vide recitare nel 1835
e di cui forse si innamorò tanto da soffrire quando l'attrice si sposò e
abbandonò le scene. Mantenne però un'amicizia con la donna, che al suo primo
figlio diede come secondo nome proprio Giuseppe Gioacchino.
Le ballerine gli ispiravano
invece sentimenti meno nobili, e non sopportava che alcune di esse, come la
Cerrito, fossero idolatrate dal pubblico. Si scagliò inoltre contro il
ballerino Marco Priora, che riteneva reo di atteggiamenti troppo femminili, e
contro «er Zor Giuvanni Davide», tenore che nonostante l'età avanzata
continuava a cantare anche se le sue note, incurante dell'aiuto della
liquirizia, erano ormai simili al «chiudese e a l'uprisse d'un cancello».
Belli fu pure autore di
manifesti pubblicitari per il Pallacorda, oltre che critico e censore teatrale,
mentre il suo tentativo di scrivere commedie non ebbe alcun successo.
Nella Roma dei papi gli
attori non ebbero certo vita facile, in primo luogo perché furono per lunghi
periodi considerati “impuri” al punto da essere privati dei sacramenti,
sepolti in terra sconsacrata, incarcerati oppure espulsi dalla città, come
accadde fra il Cinque e il Seicento ai primi comici dell'arte e, tra gli altri,
al veneziano Benedetto Cantinella, che pure nel 1546 aveva recitato «con li
suoi compagni una commedia in Castello nanti a Sua Santità» Paolo iii.
A musici, comici e ballerini furono intimate fino all'Ottocento numerose
restrizioni: periodicamente vennero infatti emanati provvedimenti legislativi
per imporre loro modestia, decenza e rigide norme comportamentali. Solo dopo
l'unità d'Italia gli attori poterono finalmente integrarsi appieno nella società.
Ma le difficoltà, nella
Roma dei secoli passati, derivavano agli attori anche dal fatto che i teatri
erano aperti solo durante il Carnevale: per poter vivere essi dovevano quindi
recitare per lunghi periodi in altre città, oppure esercitare un secondo
mestiere, spesso a discapito della professionalità. Molti comici romani erano
quindi anche e soprattutto artigiani, talvolta analfabeti: «un ammasso di
canaglia, tintori, barbieri, camerieri, e gente di tal fatta» a dare per buoni
i giudizi degli aristocratici osservatori del tempo. Spesso gli stessi comici, i
vari Pulcinella per intenderci, dovevano cimentarsi pure nella rappresentazione
di tragedie. I risultati erano in questi casi veramente “drammatici”... nel
senso di disastrosi!
Leopoldo
Fregoli. Nato a Roma nel 1867, inventò un suo personalissimo genere che
riscosse un enorme successo. Con un'abilità senza pari e una incredibile
ampiezza vocale riuscì a rappresentare, dando l'illusione della contemporaneità,
anche cinque personaggi in una stessa scena e sessanta ruoli diversi in un unico
spettacolo. Questo “eccentrico trasformista” era molto amato dalla borghesia
della Roma umbertina: piaceva ad Adelaide Ristori come a Gabriele d'Annunzio, a
Eleonora Duse come a Marinetti. Servendosi di un marchingegno definito Fregoligraph,
proiettava una pellicola in cui mostrava i segreti che gli permettevano, fuori
del palcoscenico, di cambiare personaggio nel giro di pochissimi secondi (il
termine “fregolismo” venne usato quale sinonimo di mutamento prodigiosamente
rapido). Svelò dunque i suoi trucchi, eppure nessuno riuscì a imitarlo.
Fregoli era un “giocherellone” per natura: su di lui se ne raccontano di
tutti i colori. Un giorno ad esempio sostituì con un ciottolo bianco l'uovo che
un giovane attore nelle vesti di Colombo, tal Todini, doveva rompere in scena.
Il malcapitato continuò a battere sul tavolino l'ostinato “uovo” senza
alcun risultato, suscitando ovviamente l'ilarità del pubblico.
Ettore
Petrolini. Poliedrico e singolare astro del teatro romanesco, esordì nei caffè-concerto
e nei baracconi di piazza Guglielmo Pepe nella singolare veste di “sirena del
mare” con tanto di coda, che un giorno utilizzò anche per difendersi dalle avance
di un intraprendente spettatore. Da un caffè all'altro, arrivò ben presto al
Salone Margherita e poi, passando alla prosa pur senza dimenticare le sue
origini, raggiunse il successo internazionale. Fra le macchiette di Petrolini si
ricordano Fortunello, Giggi
er Bullo e Gastone, caricatura del dandy e satira del lidaborellismo (il particolare genere dell'attrice Lyda Borelli)
mentre fra le sue sconclusionate “scemenze”, che tanto affascinarono i
futuristi, la più celebre rimase i Salamini.
Del teatro di Petrolini restano oggi i canovacci, che arricchiva in scena con
numerose trovate: il merito del successo, amava dire con la sua proverbiale
“modestia”, «è un pochino tutto mio», e proseguiva ricordando che «per
far l'idiota in teatro bisogna essere molto intelligente».
Per tutto il Medioevo la
Chiesa si oppose duramente al teatro, arrivando a prevedere la scomunica persino
per chi assisteva alle rappresentazioni. Poi, con il passare dei secoli la
resistenza si affievolì, e il teatro religioso assunse a Roma forme
spettacolari soprattutto quando, fra la fine del Quattrocento e l'inizio del
secolo successivo, ogni venerdì santo l'arciconfraternita del Gonfalone iniziò
a rappresentare nella suggestiva cornice del Colosseo il dramma, in lingua
volgare, della Passione di Gesù Cristo.
Lo spettacolo fu però vietato da Paolo iii
nel 1539, perché aveva generato
ripetuti atti di violenza contro gli ebrei.
Da allora, e fino al
Settecento, le principali rappresentazioni religiose si svolsero all'interno dei
vari seminari e collegi della città, che ospitarono anche spettacoli profani.
Un'altra espressione, molto
particolare, del teatro religioso è rintracciabile in quelle rappresentazioni
plastiche fisse di argomento sacro allestite nel Sette-Ottocento nei differenti
cimiteri romani in occasione dell'ottavario dei morti. Si trattava di teatrini
con il fondale e le quinte dipinti da valenti artisti e i cui “attori”,
spesso a grandezza naturale, erano costituiti da sculture in cera ricoperte di
drappi. Per l'occasione venivano inoltre stampate un'incisione e una spiegazione
della scena, raffigurante episodi dell'Antico e del Nuovo Testamento oppure
della storia ecclesiastica: molto “gettonate” erano la resurrezione di
Lazzaro, la guarigione del paralitico, il martirio dei santi Pietro e Paolo. Le
più celebri vennero realizzate dall'arciconfraternita di santa Maria
dell'Orazione e Morte, ma se ne svolsero pure nel cimitero dell'ospedale della
Consolazione, del San Giovanni, del Santo Spirito e in Santa Maria in Trastevere
(dove lavorò anche Bartolomeo Pinelli). Gli allestimenti in genere non erano
orridi, tranne nei casi in cui le “decorazioni” venivano realizzate con ossa
umane oppure quando, nel 1813, nel cimitero di Santo Spirito in Sassia furono
esposti veri cadaveri che si ergevano dalle tombe aperte.
Il
teatro di figura: marionette e burattini
«Li bburattini nnun magneno
pane, / e nnun beveno vino a ttradimento; / li bburattini nnun vanno a puttane,
/ e nnun danno a ggnisuno forzamento»: questi attori in miniatura, che il Belli
simpaticamente descrive come “convenienti” anche perché privi di vizi,
sopravvivono oggi a stento come spettacolo per bambini. Nella Roma dei papi
erano invece molto amati da un pubblico adulto, costituito da classi sociali
notevolmente diverse fra loro. Il popolo si recava ad ammirare gli spettacoli
degli improvvisati casotti in strada - tradizione immortalata nel secolo scorso
da Pinelli - mentre nobili e prelati rappresentavano i pupazzi nei teatrini
allestiti nelle loro sontuose abitazioni.
Il teatro di figura, che
oltre a burattini (azionati dal basso) e marionette (a figura intera, mosse
dall'alto tramite fili) comprende anche ombre, lanterne magiche, camere ottiche
e altro, è molto antico e coincide, nei suoi momenti di gloria come nei tipi di
spettacolo, con l'evoluzione del teatro d'attore: vi si rappresentarono testi
sacri e classici, commedia dell'Arte e melodramma, che risultò un genere molto
felice per le marionette. Mentre talvolta nei teatri di burattini furono messi
in scena persino spettacoli migliori che nelle “vere” sale - al Fiano fu ad
esempio rappresentato L'Ernani di
Verdi - in genere si trattava di un misto di brani tratti dai più diversi
autori, da Dante ad Ariosto, in cui la rispondenza storica diveniva un elemento
secondario.
Personaggi di un'epoca senza
televisione, protagonisti di amate “assemblee politiche” in cui riuscivano a
dire ciò che agli uomini era vietato, i pupazzi aggiravano la censura più
facilmente (l'improvvisazione, teoricamente proibita, nella pratica fu molto
diffusa) mantenendo una maggiore autonomia di espressione. Anche i papi che più
aspramente osteggiarono lo spettacolo ebbero in genere un atteggiamento meno
rigido nei confronti di questi minuscoli attori.
Un personaggio importante
nel teatro di figura nella Roma della seconda metà del Seicento fu Filippo
Acciajoli: lo si ricorda per i suoi melodrammi con marionette ma anche per aver
affermato che bisognava preferire una commedia a una tragedia, una farsa a una
commedia, una pantomima a una farsa e le marionette a tutto il resto. Ultimo
impulso al genere - per il quale scrissero testi pure autori
“insospettabili” quali Goldoni - fu impresso agli albori di questo secolo da
Vittorio Podrecca e dal suo teatro dei Piccoli (l'attuale cinema Majestic),
aperto nel 1914 nelle scuderie di Palazzo Odescalchi in piazza Santi Apostoli.
Conosciuto a livello internazionale, in circa 10 anni Podrecca arrivò ad avere
venticinque animatori e circa duemila marionette. Nel dopoguerra Maria
Signorelli fondò invece la sua Opera dei burattini, mentre i fratelli
Pasqualino aprirono nel 1969 a Trastevere il Crisogono, piccolo teatro di
rappresentazioni di pupi siciliani.
Protagonista incontrastato
dei teatrini popolari fu per lungo tempo Pulcinella, maschera napoletana che ha
dominato le scene romane per trecento anni, amatissimo non solo come burattino
ma anche come personaggio in carne e ossa. Impersonava ruoli di ogni tipo, dal
padrone al servo, dal finto dottore al poeta, dal mago al brigante. Fra i vari
Pulcinelli romani si ricorda nel Settecento lo sfortunato Bartolomeo Cavallucci,
ucciso a bastonate a Pesaro da alcuni ufficiali spagnoli offesi dalla sua
satira. Agli inizi dell'Ottocento apparve invece a Roma l'arguto e vispo
Cassandrino (originariamente maschera senese cinquecentesca) in cui molti
individuarono la macchietta del prelato donnaiolo anche se ufficialmente era un
laico.
Leader dei burattinai,
vendicatore popolare di torti sempre ribelle nei confronti dei potenti, fu
l'abilissimo Ghetanaccio, «core, lingua e cortellaccio», al secolo Gaetano
Santangelo, che per le sue satire finì più volte in prigione. Agli inizi
dell'Ottocento girava per la città, fermandosi soprattutto a piazza Navona, con
il suo “casotto” sulle spalle e i burattini che fabbricava da solo. Morì a
cinquant'anni, nel 1832, di tubercolosi. Dei suoi lavori non ha lasciato traccia
scritta: la mancanza di fonti dirette è però una caratteristica di tutto il
teatro popolare la cui storia, tramandatasi oralmente, è nota solo attraverso
racconti di “seconda mano”.
Sul popolare burattinaio si
raccontano numerosi aneddoti. Sembra ad esempio che un giorno montò il suo
casotto proprio di fronte al negozio di un “pizzicarolo” che lo aveva
frodato, improvvisando uno spettacolo attraverso il quale riuscì ad aizzare il
pubblico contro il negoziante truffatore. Pur se non può certo essere definito
come un fedele seguace del galateo, Ghetanaccio lavorava anche nelle case dei
ricchi. Una volta venne chiamato a Palazzo Farnese dall'Ambasciatore di Francia.
Gli accordi erano chiari: nel corso della serata al burattinaio era consentita
una sola «pernacchia». Ovviamente il burattinaio non si lasciò sfuggire
l'occasione, esercitando il suo singolare diritto proprio quando fu annunciato
«Sua Eccellenza l'Ambasciatore». «Ce stava accusì bene!», rispose
candidamente Ghetanaccio alle proteste della furibonda «Eccellenza»!
Come genere vero e proprio
il teatro dialettale romanesco risale al secolo scorso, ma singole parti in
vernacolo furono poste in scena molto prima, già alla fine del Cinquecento con
il personaggio Perna, che nella lunghissima commedia Stravaganze d'amore impersonava l'anziana serva brontolona alle
dipendenze di un alchimista. Da allora
per alcuni secoli il dialetto fu presente soprattutto nelle farse e nei generi
popolari quali lo Zanni, satira contro
il servo bergamasco, il Norcino, che
ironizzava sulla figura del contadino furbo e ignorante emigrato in città, la Zingaresca,
in cui veniva imitata la parlata degli zingari e la Giudiata,
“moderata canzonatura” degli ebrei e del loro linguaggio, rappresentata a
lungo pure nei carri carnevaleschi.
Per lungo tempo il romanesco
fu comunque in scena soprattutto “di straforo”, dal momento che gli attori
“traducevano” le parti loro assegnate nell'unica lingua che conoscevano, generando a volte situazioni quasi comiche e
portando ad esempio all'insuccesso di alcune commedie di Goldoni.
Un ruolo importante nel
teatro romanesco ebbe il personaggio di Meo Patacca, il bullo trasteverino
tratto dal poema del Berneri della fine del Seicento, e in seguito la
rappresentazione di Un pranzo a Testaccio
o Il matrimonio di Marco Pepe, una sorta di rifacimento del Meo Patacca
andato in scena nel 1835 al Pallacorda. Nel teatro dialettale del secolo scorso
furono però soprattutto Rugantino e Cassandrino a farla da padroni. Prima di
apparire in borghese, Rugantino era la caricatura del goffo sbirro
attaccabrighe: armato di due coltellacci, indossava una giubba in panno rosso
con falde a coda di rondine, corpetto e calzoni dello stesso colore, scarpe con
fibbia e cappello a forma di incudine. Il suo nome deriva da “ruganza”,
ovvero arroganza: a Rugantino infatti «je rode», non sa mai stare zitto,
preferisce piuttosto «perde 'n'amico che 'na battuta». Urla, sbraita, minaccia
di arrestare tutti perché il colpevole gli sfugge sempre ma poi finisce
immancabilmente per prendercele. A quel punto non gli resta che consolarsi
dicendogliene tante! Rugantino ebbe molte rappresentazioni di burattini e poca
presenza in teatro (a differenza di Meo Patacca e Marco Pepe) ma molti giornali
a lui intitolati, tra cui uno liberale nel 1848 e un altro diretto da Giggi
Zanazzo. Fra le battute celebri di Rugantino si ricorda quella in cui, nei panni
del servitore alla ricerca di una balia per la propria padrona, a Pulcinella che
gli domandava: «Perché li signori fanno allevare i figli dalle balie?»,
rispondeva: «Che nu' lo sai, perché imparino da piccinini a succhià er sangue
de la povera ggente». L'ultimo Rugantino (in seguito in borghese) fu il Sor
Capanna, che si esibiva insieme alla moglie e due compari.
Il teatro romanesco visse
nell'Ottocento una sua stagione di gloria con Filippo Tacconi (ex-soldato e
cuoco passato al teatro dopo essere divenuto gobbo a causa di un incidente sul
lavoro) che sviluppò la figura di Marco Pepe, una sorta di negativo di Meo
Patacca smargiasso e vigliacco. L'eredità venne quindi raccolta, alla fine del
secolo, dal vaudeville dialettale -
operetta fatta di versi, p4rosa, improvvisazioni e musichette - interpretato da
Filippo Tamburri, che ebbe successo pur se l'attore non dedicò mai sufficienti
energie alla professione, che alternava con il mestiere di imbianchino.
Tra gli attori dialettali si
ricordano anche Oreste Raffaelli con la sua macchietta di Pippetto, derivata dalla commedia L'Ajo nell'imbarazzo di Giovanni Giraud, precursore agli inizi
dell'Ottocento del teatro dialettale romanesco. La commedia, che venne
interrotta dalla censura, è fondata sullo scontro fra il “progressista” don
Gregorio e il retrivo marchese Antiquati, il cui figlio, tal Pippetto, divenne
capostipite di un tipo teatrale, quello del giovane ingenuo e stolto, «er zor
schizzo dilicato» secondo la definizione del Belli.
A cavallo tra l'Otto e il
Novecento l'evoluzione del gusto e il dilagare delle mode straniere fecero
cadere il teatro dialettale romano - da qualcuno definito l'«eterno moribondo»
- in una profonda crisi. A dargli nuovo slancio arrivò però una
“forestiera”, l'attrice torinese Giacinta Pezzana, che fondò la Nuova compagnia dialettale romana e organizzò concorsi per testi in
vernacolo, inserendo nel suo repertorio lavori di Giggi Zanazzo, Orazio
Giustiniani e altri. Nei primi tempi l'iniziativa ebbe un enorme successo di
pubblico, ma poi l'interesse andò scemando e la Pezzana si ritrovò in
bolletta.
La ricca produzione teatrale
dialettale di Giggi Zanazzo (che l'autore andò via via italianizzando perché
fosse più comprensibile) include poemetti in sestine - come 'N'infornata
ar teatro Nazionale, dove è descritto uno spettacolo di marionette
nell'affollatissimo teatrino vicino piazza Montanara - e soprattutto commedie,
che divertivano i romani e venivano rappresentate in vari teatri della città
quali il Rossini, il Politeama, il Corea, il Goldoni, il Manzoni, inizialmente
con una buona accoglienza di pubblico, poi con un interesse sempre minore. Con
il personaggio di Pippetto che spesso indossava le vesti del protagonista, erano
ambientate in una Roma in cui la popolazione non aveva ancora interiorizzato le
modificazioni dell'Italia unita. In alcune di esse - La
socera ad esempio - si ritrovano inoltre satire ed equivoci tipici del vaudeville.
Dopo lo scioglimento della
compagnia della Pezzana l'eredità fu raccolta da Gastone Monaldi, autentico
bullo nella vita ancor prima che sulla scena, che portò in teatro (fra
approvazioni ma anche aspre critiche) una fantasiosa Roma malavitosa. Sul suo
conto si raccontano numerosi aneddoti. Ricordiamone uno. Nella rappresentazione
de La morte civile, dramma in difesa
del divorzio, vi era una scena in cui l'attore dava il meglio di se stesso
nell'interpretare gli ultimi tormenti di un marito avvelenatosi per dar modo
alla moglie di realizzare le nozze desiderate. A quel punto per Monaldi
l'applauso era in genere assicurato. Un giorno invece, nonostante i prolungati
contorcimenti, la sala rimaneva nel più assoluto silenzio. L'attore, smettendo
di recitare, urlò allora rivolgendosi verso il pubblico: «Ma che sete de
coccio?!».
Sotto il fascismo, ostile al
teatro dialettale, un ruolo importante fu svolto, dalla fine degli anni Venti,
da Checco Durante, proseguito in seguito dalla vedova Anita Bianchi. Nato a
Trastevere nel 1893, l'attore ebbe fortuna con la compagnia Petrolini, da cui
poi si distaccò. Autore di commedie, macchiette, intermezzi poetici dialettali,
si attirò molta simpatia con l'avanspettacolo: il suo era un genere semplice,
divertente e di evasione, che piacque molto al pubblico come alla critica. Nel
1950 costituì a Roma un teatro stabile dialettale nei locali del vecchio
Rossini, dove recitò fino alla morte, all'età di 82 anni.
Nel dopoguerra fu poi la
volta, tra gli altri, di Aldo Fabrizi e in seguito, ma ormai siamo all'oggi, di
attori quali Gigi Proietti, Enrico Montesano, Fiorenzo Fiorentini, Lando
Fiorini....
Non si può inoltre
dimenticare, parlando di teatro dialettale, che a Roma sono ovviamente passate
anche compagnie di altre regioni e attori quali il veneto Cesco Baseggio, il
genovese Gilberto Govi, il siciliano Angelo Musco, solo per ricordarne alcuni.
Il
teatro di varietà e i café-chantant
«Salone Margherita, Sala
Umberto, / vecchi caffè concerto / d'un'epoca finita. [...] Comincia lo
spettacolo: / mentre l'orchestra sôna, / ariva 'na tardona / che fa da primo
nummero. / Brutta, piccola, grassa, / allenta quarche stecca / coperta dar
zum-zum de la grancassa. / Ecco er trio de l'acrobbati: / so' «li diavoli rossi»:
/ tre accidentoni grossi / vestiti in carze a maja / co' 'na cintura d'oro che
sbarbaja. / Fra zompi e capitommoli, / arzeno un porverone / da soffocà, fra er
pubbrico, / armeno 'na decina de persone. / Er «fine dicitore» / che canta le
romanze appassionate / fa sospirà d'amore / zitelle e maritate. / Pallido,
secco, er grugno addolorato, / nun sai si soffre pe' 'n amore traggico / o pe'
tre giorni che nun ha magnato. / Macchiettisti, divette e pe' finale / la solita
sciantosa forastiera / «stella internazzionale». / Chi dice che sia russa, /
chi francese o todesca; / ma un «va a morì ammazzato» / fa capì ch'è 'na
stella... romanesca». E' Mario Ugo Guattari a ricordarci, con ironica
nostalgia, la vita quotidiana nei caffè-concerto, così distani nella realtà
da quel leggendario clima da sogno che ha spesso circondato il teatro di varietà.
Il genere, che ebbe notevole successo nella Roma umbertina, iniziò a declinare
nel primo dopoguerra, quando venne soppiantato dallo spettacolo di rivista, già
sperimentato precedentemente, nel 1908, con la Turlupineide,
satira politica contro i personaggi più in vista dell'epoca, messa in scena
oltre che al Costanzi di Roma anche in numerose altre città italiane.
I café-chantant, che
comprendevano locali trasgressivi e “peccaminosi” - i più popolari erano
frequentati soprattutto da turbolenti ragazzi e militari - ma anche
“rassicuranti” sale dall'atmosfera familiare, nacquero inizialmente come
modesti caffè con una pedana per le esibizioni: vi passarono contorsionisti,
ventriloqui, tiratori di coltelli, ipnotizzatori, donne-cannone e altri bizzarri
personaggi. Momento clou di un genere che rifletteva i gusti della piccola
borghesia erano le «sciantose», italianizzazione delle chanteuses
- assumere mode, atteggiamenti e nomi “parigini” appariva allora quasi un
marchio di raffinatezza! - fra cui spiccarono “regine” quali Lina Cavalieri,
che in pochissimo tempo passò dai caffè di Porta Pinciana alle Folies Bergères
di Parigi oppure Maria Campi, celebre tra gli anni Dieci e Venti, a cui taluni
attribuirono l'invenzione della intramontabile “mossa”.
Tappa obbligata, trampolino
di lancio per molti personaggi dello spettacolo (anche Petrolini debuttò in
questi locali) i café-chantant ospitarono attori quali Armando Gill, il cui
nome rimane legato alla celebre canzone Come
pioveva, il comico Alfredo Bambi, che viene ricordato come elegante
possessore di un enorme guardaroba che comprendeva anche centinaia di gilet,
Giuseppe Coccia, detto Brugnoletto,
cioè cazzotto ma anche «uomo del peto», Nicola Maldacea, interprete di
macchiette infarcite di doppi sensi e scurrilità di ogni tipo, e Gennaro
Pasquariello, che alternava canzonette comiche a brani sentimentali e
drammatici. Trilussa, oltre che essere un assiduo frequentatore dei café-chantant,
scrisse anche testi per gli spettacoli che vi si rappresentavano. Prima di
approdare a cinema e televisione passarono per il varietà pure attori quali Totò
e Aldo Fabrizi.
Caffè-concerto per
eccellenza, che visse un particolare momento di gloria durante la belle
époque, era il salone Margherita, lussuoso locale aperto con il nome di
teatro delle Varietà nel 1898 in via Due Macelli. Vi passarono i maggiori
interpreti del genere, dalla Cavalieri a Petrolini, da Fregoli a Maldacea. In
voga fino alla fine della seconda guerra mondiale tentò poi, senza successo, di
risollevarsi come cinema. Nel 1972 venne nuovamente adibito a teatro di varietà.
Sarebbe certo impossibile
menzionare tutti i café-chantant, che sorsero come funghi negli anni a cavallo
fra Otto e Novecento, la cui vita fu però spesso molto effimera. Tra i locali
più importanti si ricordano comunque la sala Umberto, (inaugurata nel 1882 in
via della Mercede, attiva in seguito come cinema e poi nuovamente quale teatro
dal 1981), il Trianon (situato tra le vie Frattina e Borgognona), il Grande
Orfeo (nella Galleria Margherita, dove poi sorse il cinema Tiffany), l'Eden
(aristocratico locale inaugurato nel 1891 in via Arenula e attivo fino al 1908),
l'Olympia, poi cinema Nuovo Olimpia (molto attivo nella Roma umbertina, era
stato costruito nel 1896 in via in Lucina al posto di una pista di pattinaggio):
numerosi locali sorsero inoltre intorno all'Esedra, l'attuale piazza della
Repubblica, come lo chalet Gambrinus (inaugurato nel 1889, dove Ettore Petrolini
debuttò con Il bello Arturo),
l'elegante Esedra (edificato alla fine del 1896 fra via Torino e via Modena),
l'Eldorado (aperto come baraccone di legno in via Genova nel 1897 e poi
ricostruito in muratura).
Con il mutamento del gusto
del pubblico e il declino del teatro di varietà e dell'avanspettacolo quasi
tutti i locali che erano stati simbolo di quell'epoca vennero chiusi. Dopo gli
anni '50 e '60 rimasero soltanto due sale, degradatesi sempre più con il
passare degli anni fino a essere destinate esclusivamente a spettacoli «a luci
rosse»: il Volturno (realizzato nei primi anni Venti) e l'Ambra Jovinelli che,
inizialmente chiamato teatro Jovinelli, rappresentava allora una meta molto
ambita per gli attori di varietà. Venne realizzato su iniziativa di Giuseppe
Jovinelli da uno dei numerosi baracconi sorti nella scomparsa piazza (oggi via)
Pepe, popolari strutture in legno dal nome mutevole dove si trovava di tutto,
dai ciarlatani al tiro a segno, dal museo anatomico ai burattini, dai
prestigiatori al teatro dei galli, dal varietà alla prosa, spettacoli
caratteristici di un'epoca in cui non era ancora arrivato il cinema a
monopolizzare l'interesse del pubblico.
Nella Roma del
Sei-Settecento anche i maggiori teatri pubblici erano privi di una propria
facciata e di una particolare fisionomia che permettesse di distinguerli dagli
edifici circostanti: in una città in cui per lunghi periodi, quali “luoghi di
peccato”, vennero a malapena tollerati dalle autorità, si preferiva forse
farli passare inosservati! Nel Settecento il Milizia, architetto sempre in vena
di polemiche, affermava: «Se non si scrive al di fuori Questo
è un Teatro, nemmeno Edipo ne indovinerebbe l'uso, cui è destinato.
Gl'ingressi, le scale, i corridori, sembrano condurre non ad un luogo di nobile
divertimento, ma ad una prigione, ed al più sucido lupanare». A volte per
accedere alla sala si dovevano persino attraversare case abitate o botteghe,
come quella di tal Celio Polveroni, obbligato a lasciare il «passo franco e
libero» agli spettatori del Capranica. Il Milizia che, pur avendo le sue
ragioni, a forza di criticare tutto e tutti si è meritato l'etichetta di eterno
scontento, andava anche oltre: «I peggiori Teatri d'Italia sono quelli di Roma,
tutti irregolari e sconci nelle forme, difettosi ed incomodi negli accessori, ed
improprj fino al sucidume: e frattanto essa si crede di aver i più bei Teatri
del Mondo».
I teatri romani,
inizialmente concepiti come contenitori murari dotati di strutture interne
interamente in legno, erano soggetti a un costante deterioramento e a frequenti
incendi; solo nel corso dell'Ottocento vennero ricostruiti in muratura con
armature metalliche interne e più efficienti misure antincendio, mentre agli
inizi del Novecento arrivò il cemento armato. La storia degli edifici teatrali
è quindi caratterizzata da continui restauri e ristrutturazioni, dovuti al
degrado delle fatiscenti strutture oltre che al mutare del gusto. Le sale
avevano anche notevoli problemi di sicurezza soprattutto perché, prima
dell'introduzione dell'illuminazione a gas (che precedette quella elettrica)
venivano rischiarate per mezzo di candele di sego che, oltre a tenere sempre
alto il rischio di incendi, emettevano pure un fumo insopportabile. Durante la
rappresentazione invece, a differenza dell'uso francese, gli spettatori
rimanevano completamente al buio, tanto che a volte all'ingresso del teatro gli
strilloni, insieme al libretto dello spettacolo, vendevano anche un fiammifero.
Il riscaldamento della sala era ottenuto con bracieri sistemati in vari punti,
mentre alcune tinozze colme di acqua costituivano il “sistema antincendio”.
Quanto alla forma delle
sale, da quando nel Seicento si iniziò a concepire lo spettacolo come impresa
economica divenne importante cercare di utilizzare al meglio lo spazio
disponibile. Nacquero così i primi teatri pubblici moderni con la sala «ad
alveare», o «all'italiana», costituita da una platea e vari ordini di
palchetti sovrapposti con accesso autonomo. Tale struttura, vantaggiosa
economicamente, era apprezzata anche perché rifletteva e metteva bene in
evidenza la stratificazione e le divisioni di classe. Le cronache si dilungarono
molto sullo “spettacolo nello spettacolo” offerto dal pubblico, e il giovane
D'Annunzio, nei suoi articoli su La
Tribuna, fu spesso tanto preso dalla descrizione dell'abbigliamento e
dall'avvenenza delle dame da dimenticare quasi di parlare della
rappresentazione vera e propria. Anche se in un primo tempo non mancarono
le voci contrarie, che lamentavano i danni fisici (si pensava che i palchi
peggiorassero l'acustica) e morali (l'eccessiva intimità era considerata fonte
di scandali), alla fine la sala «ad alveare» venne universalmente accettata.
Il compito principale fu allora quello di individuare le soluzioni migliori dal
punto di vista della visibilità e dell'acustica. Inizialmente venne adottata la
pianta a U (che sostituì la più antica, rettangolare) per poi arrivare -
passando attraverso sale mistilinee, a campana, ellittiche - alla più
funzionale forma a ferro di cavallo.
Il
primo teatro moderno in Campidoglio
Nel 1513, in occasione del
conferimento della cittadinanza romana a Giuliano e Lorenzo de' Medici,
rispettivamente fratello e nipote di papa Leone x,
nella piazza del Campidoglio venne eretto un imponente teatro in legno.
L'evento aveva una portata storica. Si trattava infatti del primo edificio
rinascimentale, sia pure temporaneo, appositamente costruito per essere
destinato allo spettacolo.
Secondo le cronache del
tempo l'opera era stata ideata dall'«assai excellente et molto celebrato
maestro Pietro Rosselli de natione Toscana» che però, qualificabile capomastro
più che architetto, ebbe forse un ruolo principalmente esecutivo. La
costruzione, una struttura lignea ricca di decorazioni e ornamenti tanto da
essere definita «una vera opera d'arte degna del tempo», era in grado di
accogliere duemila, forse tremila spettatori. Uno spazio molto vasto insomma,
anche se certo ben lontano dal poter disporre di quei diecimila posti riferiti
da alcuni entusiasti osservatori dell'epoca.
A Londra è conservata una
pianta del teatro, presumibilmente tratta da un progetto iniziale che venne poi
modificato in fase di realizzazione. Il documento, prezioso ma anche impreciso,
non permette di stabilire le esatte dimensioni della struttura, che occupava
quasi tutta la piazza, e anche i resoconti scritti non concordano sulla
questione. Secondo l'attendibile relazione di Paolo Palliolo, magistrato al
servizio del Comune, l'edificio - per la cui costruzione fu necessario abbattere
le abitazioni di qualche privato, che venne risarcito con denaro pubblico - era
lungo circa 38 metri, largo 31 e alto 18.
L'ingresso, seguendo un uso
in voga nel Rinascimento, era a forma di arco trionfale: vi spiccavano alcuni
simboli che celebravano Roma, i Medici e il papato. L'interno, probabilmente a
pianta rettangolare, ospitava i banchi per gli spettatori; sembra però che
alcuni nobili, per non confondersi con la folla, si fossero fatti costruire una
sorta di palchi ante litteram, ovvero
una struttura esterna che permetteva di osservare lo spettacolo attraverso le
finestre. Il teatro, privo di tetto, durante le rappresentazioni veniva coperto
con un velario.
La festa, che si svolse nel
settembre 1513 alla presenza del solo Giuliano, alternò celebrazioni liturgiche
a rappresentazioni profane, ma colpì gli osservatori soprattutto per il
pantagruelico banchetto, uno «splendido et sumptuoso pranzo» minuziosamente
descritto da numerose cronache. Tutti rimasero stupefatti dall'abbondanza,
ingrediente fondamentale di uno spettacolo organizzato con intenti celebrativi e
propagandistici. Particolare cura fu dedicata alle scenografie e agli “effetti
speciali”, tanto che numerosi uccelli si alzarono in volo quando i commensali
aprirono i tovaglioli, mentre alcune portate di carne vennero servite in modo
che gli animali cucinati, ricostruiti e rivestiti di piume, sembrassero vivi.
Dopo un breve riposo,
concesso ai partecipanti per riprendersi dall'estenuante abbuffata, fu la volta
degli spettacoli: una sfilata di carri allegorici, la recita di un'egloga
durante la quale «ogniuno crepava per el riso» e quindi, in conclusione, la
rappresentazione in latino di una commedia di Plauto, il Poenulus,
sotto la direzione di Tommaso Inghirami, uno dei principali protagonisti della
riscoperta del teatro classico. La sontuosità dei costumi, elemento essenziale
in un teatro celebrativo e strettamente legato alla festa, fu accompagnata da un
realismo storico sicuramente modesto ma comunque, per l'epoca, molto
significativo. Visto l'enorme successo, lo spettacolo venne replicato alcuni
giorni dopo nel Palazzo Apostolico.
I
maggiori teatri di ieri e di oggi
Realizzato da Antonio d'Alibert
dopo l'insuccesso di un primo tentativo effettuato da suo padre, il conte
Giacomo, il teatro fu sicuramente attivo almeno dal 1718, quando vi si
rappresentarono Sesostri re d'Egitto e
Alessandro Severo. Nel 1720 - al
termine di un restauro lampo eseguito da Francesco Galli Bibiena, membro di una
celebre famiglia di architetti teatrali - ospitò invece l'opera Amore
e Maestà.
La promettente impresa si
risolse però ben presto in un fallimento: finito all'asta su richiesta dei
creditori, il teatro andò a un gruppo di condomini, fra cui l'Ordine di Malta
che acquistò i due quinti della proprietà. Ancora in legno e privo di una vera
e propria facciata, fu riaperto dopo un altro restauro nel 1726 con il nome di
teatro delle Dame, anche se i romani continuarono a chiamarlo Alibert. La sala,
che rimase immutata pure dopo un'ulteriore ristrutturazione effettuata da
Ferdinando Fuga, rappresentava un singolare compromesso - realizzato forse per
utilizzare al meglio lo spazio - tra la pianta rettangolare e quella a ferro di
cavallo. Con i suoi 2.500 posti l'Alibert era il più grande teatro romano,
criticato però dai contemporanei in quanto scomodo e difettoso nell'acustica,
ma anche perché i palchi sembravano «le caselle d'una grande colombaia».
Rimaneva comunque uno dei teatri più importanti della città: illuminazione,
scenografie, costumi e trucchi ricevevano quindi una particolare cura, mentre
valenti interpreti vi continuavano a recitare le opere di autori affermati.
Nel Settecento all'Alibert
furono rappresentati numerosi melodrammi: notevole successo riscosse, nel 1726,
la Didone abbandonata di Pietro
Metastasio, frutto di una proficua collaborazione fra il poeta e il musicista
Alessandro Vinci, che si espresse anche nella produzione di opere proprio per l'Alibert,
come il Catone in Utica, criticato però
dal pubblico a cui non piaceva l'uccisione del protagonista sulla scena e
l'ambientazione in un antico acquedotto dell'incontro tra Cesare e Catone. Nel
teatro apparve persino un cartello di protesta: «Metastasio crudel, tu ci hai
ridotto / Tutti gli eroi del Tebro in un condotto».
Con l'arrivo dei francesi le
donne tornarono finalmente sui palcoscenici romani. Non si sa con certezza a
quale sala spetti il guinness,
comunque la prima cantante - forse non di Roma, ma sicuramente dell'Alibert - fu
il soprano Teresa Bertinotti, mentre tra le ballerine si ricorda Marianna
Vanzulli Piccolomini.
Agli inizi dell'Ottocento
gli architetti Stern e Camporesi, incaricati dal governo di controllare la
sicurezza e l'agibilità dei teatri romani, rilevarono la precarietà dell'Alibert.
Con il nuovo secolo per la storica sala si era aperta una inarrestabile fase di
decadenza - alla musica si sostituì la prosa, anche dialettale (pulcinellate e
macchiette romanesche) - che neanche l'ennesimo restauro, nel 1827, riuscì ad
attenuare. Le autorità respinsero la proposta di demolizione presentata dai
proprietari, ma concessero al teatro l'importante prerogativa di organizzare
balli e festini - moda molto diffusa dagli ultimi decenni del Settecento -
privilegio che conservò fino al 1841, quando la licenza fu data anche
all'Argentina e all'Apollo.
Nel frattempo nel teatro
riscuotevano molto successo gli spettacoli ludici di acrobati, ercoli e alcidi,
ovvero «pezzi de giovanotti» capaci di sollevare «somari co' tutto l'imbasto»,
fare salti, arrampicate, contorsioni, giravolte, e far «tremà li vetri»
quando «tosseno o starnuteno». All'Alibert si svolsero anche manifestazioni
politiche in onore di Gioacchino Murat e di Pio ix.
Continuavano però a esibirvisi pure attrici e ballerine famose come, nel 1843,
la idolatrata Fanny Cerrito che, accanto a un esagerato fanatismo del pubblico
(aspramente osteggiato dal Belli), suscitò anche reazioni violente: un giorno i
carabinieri spararono persino qualche colpo in aria per cacciare alcune persone
che l'avevano aspettata sotto la sua abitazione in piazza di Spagna per
ingiuriarla. Sempre il Belli, in un sonetto del 1834, La musica de Libberti, criticava l'impresario Paterni che, per
risparmiare, si serviva di interpreti mediocri, più simili a suo avviso a «gatti
inciamorriti» che a cantanti.
Quando il principe
Alessandro Torlonia, postosi come arbitro della vita teatrale romana, nel 1847
acquistò l'Alibert il teatro, nonostante i numerosi restauri, aveva ancora una
forma inadeguata, una facciata simile a un fienile, una pericolosa struttura in
legno. Nel 1859 venne allora fatto ricostruire in muratura da Nicola Carnevali.
L'ampia sala, trasformabile in arena, fu resa ancor più adatta per spettacoli
circensi, rappresentazioni equestri e acrobatiche. Nel 1863, paradossalmente,
proprio quando era ormai in muratura, il teatro fu distrutto da un incendio. Al
suo posto pochi anni dopo sorse l'albergo Alibert.
La rappresentazione
dell'opera Berenice, di Domenico Sarro,
interpretata dal falsettista Giacinto Fontana detto il Farfallino, inaugurò nel
gennaio 1732 l'Argentina, considerato da alcuni osservatori del Settecento il
migliore teatro di Roma anche se, come gli altri dell'epoca, era privo di un
adeguato ingresso (realizzato solo in seguito da Pietro Holl), di accessori e
servizi.
Nel corso della sua lunga
storia - in cui furono rappresentati drammi in prosa e musica, spettacoli di
danza, opere comiche e commedie - l'Argentina ha attraversato momenti di
particolare gloria ma anche profonde crisi, come quella seguita alla riapertura
del teatro Apollo nel 1831. Ai tempi del Belli la programmazione del teatro era
scaduta, vi si esibivano soprattutto giocolieri e funamboli, ma già qualche
tempo prima, nel 1807, l'Argentina aveva ospitato il curioso spettacolo di un
professore di fisica sperimentale che provocava sul palcoscenico temporali,
fulmini e incendi.
Nel 1816 vi si svolse invece
la tormentata prima del Barbiere di
Siviglia (con il titolo di Almaviva o
sia L'inutile precauzione), descritta in modo molto
fantasioso da numerosi autori. Si narra che l'abito vigogna indossato da
Rossini (color “cacchetta” secondo i romani) provocò una risata del
pubblico, ma l'ilarità arrivò alle stelle quando si ruppero alcune corde di
strumenti, un attore inciampò, un gatto irruppe miagolando sulla scena...
Rossini, rifugiatosi in casa, si rifiutò di partecipare alla rappresentazione
del giorno successivo. In realtà lo spettacolo era stato boicottato dai
sostenitori di Parisiello, che non perdonavano al giovane compositore di aver
trattato un argomento del loro amato maestro. Qualcuno dice addirittura che il
giorno dopo, quando alcuni amici andarono a comunicare a Rossini il successo
dello spettacolo, lo trovarono nascosto sotto il letto.
Nel 1843 il teatro venne
acquistato (e restaurato) da Alessandro Torlonia, che già possedeva l'Apollo e
poi acquistò l'Alibert. In quegli anni furono rappresentati, spesso fra il
fanatismo del pubblico, alcuni spettacoli di Verdi e in particolare La
Battaglia di Legnano, composta proprio per l'Argentina e messa in scena nel
gennaio 1849 in un teatro pieno di coccarde e nastri tricolori. Verdi divenne un
simbolo di patriottismo, le sue arie furono intonate in case e strade, mentre si
iniziò a gridare «W V.E.R.D.I.» per intendere Viva
Vittorio Emanuele Re d'Italia!. Nel teatro si svolsero anche manifestazioni
politiche di vario tipo: nel 1863 i liberali, dopo aver invitato i romani a non
recarsi a teatro, fecero piovere dall'alto una fastidiosa polvere per disturbare
il pubblico.
Inizialmente costruito in
legno, l'Argentina era stato realizzato da un architetto romano, il marchese
Gerolamo Theodoli, su commissione del duca Giuseppe Sforza Cesarini, che aveva
ottenuto tramite Clemente xii un
ingente prestito, 20.000 scudi, dal Monte di San Paolo delle Religioni. Nel
tempo il teatro fu sottoposto a numerosi lavori di restauro: fra gli ultimi
quello, rovinoso, della fine degli anni Sessanta che distrusse, insieme alle
antiche strutture, importanti testimonianze storiche. I recenti interventi di
adeguamento alle nuove norme di sicurezza hanno invece cercato di ricostruire
l'interno della sala come appariva alla fine dell'Ottocento dopo il restauro
dell'architetto comunale Gioacchino Ersoch.
Nel 1869, quando l'Argentina
fu venduto al Comune di Roma, prese avvio un costante miglioramento della sua
programmazione, anche se la concorrenza dell'Apollo rimaneva molto pressante.
L'Argentina ricevette poi un duro colpo dall'apertura del Costanzi, e iniziò a
ospitare quasi esclusivamente spettacoli di prosa, genere in sintonia con le
esigenze della nuova borghesia romana. Un interessante tentativo, che però non
ebbe continuità, fu compiuto da Edoardo Boutet con la Drammatica Compagnia di
Roma o Stabile Romana. Fra gli scenografi del teatro si ricorda Duilio
Cambellotti, che lavorò nel 1908 per La
Nave di D'Annunzio, rappresentata con enorme successo alla presenza di
sovrani e ministri. Durante i fortunati anni Venti e Trenta all'Argentina
passarono compagnie celebri e spettacoli di prestigio, tra cui alcune prime di
Pirandello. Nel teatro fu pure presentato il movimento futurista e si tenne una
rappresentazione del teatro del Colore, che rievocava quello marinettiano. La
sala tornò a ospitare la lirica quando il Costanzi fu chiuso per restauri,
mentre dal 1946 al 1958 accolse provvisoriamente l'Accademia di Santa Cecilia.
Divenne poi principalmente teatro di prosa e quindi sede del Teatro di Roma.
Nato nel 1900 come arena
Nazionale, dal nome della via in cui sorgeva, era inizialmente un teatro
all'aperto, protetto solo da una tettoia. Si trovava sulla terrazza di Palazzo
Rospigliosi, in una moderna zona trasformatasi, nella Roma umbertina, in
elegante luogo di incontro e di rappresentanza. Ricostruito in muratura con una
sala ellittica il cui diametro maggiore è parallelo al boccascena, fu il primo
teatro di Roma realizzato in cemento armato. Solo nel 1918, al termine della
guerra, dopo una serie di mutamenti, la sala assunse il nome attuale.
Come in tutti i teatri
dell'epoca vi si alternarono disinvoltamente i vari generi, dalla commedia
all'operetta (allora molto di moda) fino al varietà, che fu però ben presto
bandito perché troppo frivolo. Agli inizi della sua attività vi si svolsero
anche intrattenimenti di “arte varia”: esibizioni di cantanti, ballerine,
comici, acrobati e altri personaggi tipici delle rappresentazioni popolari.
Nel 1923 Lucio d'Ambra, al
secolo Renato Eduardo Manganella, vi fondò il Teatro degli Italiani,
istituzione che, valendosi di attori e direttori di qualità, intendeva avere
una sede fissa per molti mesi l'anno, un repertorio quasi esclusivamente
nazionale e prezzi accessibili. Ma l'esperienza fallì, non avendo ricevuto da
Mussolini quegli auspicati finanziamenti statali di cui poté invece godere il
Teatro degli Indipendenti di Anton Giulio Bragaglia. L'Eliseo tornò quindi a
essere il regno dell'operetta, mentre crebbe la schiera degli uomini dello
spettacolo delusi dal fascismo, nel quale pure avevano inizialmente riposto
molte speranze.
Al termine del felice
restauro del 1937 divenne il più importante teatro di prosa di Roma, sala di
avanguardia con i suoi 1300 posti (poi ridotti a 1000 per la scarsa visibilità
di alcuni) e una struttura “democratica” che non prevedeva palchi d'onore.
Nel 1938 la compagnia del teatro - composta da giovani e valenti attori quali
Gino Cervi, Andreina Pagnani, Rina Morelli, Paolo Stoppa - debuttò con La
dodicesima notte di Shakespeare, sotto la direzione di Pietro Sharoff. Dopo
molti successi, si sciolse nel 1941.
Un ruolo importante, ma
nell'ombra, fu svolto all'Eliseo da Vincenzo Torraca, impresario che vi giunse
nel 1936, a circa cinquant'anni, completamente digiuno di teatro: intellettuale
antifascista coinvolto anche nel processo contro Giustizia e Libertà, proveniva
dal mondo del giornalismo. Durante la sua gestione una singolare esperienza
affiancò l'attività teatrale vera e propria: nell'edificio attiguo alla sala
destinata agli spettacoli alcuni appartamenti vennero infatti appositamente
allestiti per ospitare gli attori dell'Eliseo, che potevano così condurre una
vita in comune, mentre gli altri, artisti e amici vari, si incontravano nel
vicino “ristorante” chiamato le Stanze del Teatro. Oltre che un riferimento
per la Roma teatrale, il luogo divenne un significativo centro dell'antifascismo
romano, inizialmente solo “salottiero” ma poi, durante la Resistenza, anche
militante, rifugio clandestino per oppositori e ebrei, eccellente nascondiglio
ricco di meandri e di vie di fuga.
Durante la guerra -
circostanza forse incomprensibile per i posteri ma verificatasi anche in altri
tragici momenti storici - nel teatro proseguirono le rappresentazioni
(spettacoli prevalentemente leggeri), sottoposte però a limitazioni di vario
tipo, in primo luogo di orario. Dopo una breve chiusura il teatro, requisito dal
comando alleato, fu destinato a ospitare spettacoli per le truppe.
Nei primi anni del
dopoguerra all'Eliseo si svolsero anche manifestazioni politiche mentre Torraca,
che collaborò con il governo Parri, tornò ben presto a dedicarsi
esclusivamente al teatro.
Dopo gli ultimi restauri, l'Eliseo
è oggi una struttura all'avanguardia nel campo della sicurezza. Teatro stabile
privato, attualmente gestisce anche il Piccolo Eliseo, una sala
di circa 300 posti che in precedenza - per un periodo con il nome di
salone Apollo - operò quale struttura autonoma ospitando balli, varietà e
intrattenimenti notturni.
Teatro
dell'Opera (già teatro Costanzi)
Alla fine degli anni
Settanta del secolo scorso un privato, il costruttore maceratese Domenico
Costanzi, tentò un'audace impresa, la realizzazione a Roma di un teatro di alto
livello. L'intraprendente uomo di affari decise di investire i suoi cospicui
risparmi (circa 1 milione di lire) nella costruzione di una sala di notevoli
dimensioni, con 3000 posti a sedere e 700 in piedi: l'obiettivo era quello
di erigere un ampio politeama destinato alle classi medie e alla piccola
borghesia, ma le polemiche impedirono al Costanzi di concretizzare appieno i
suoi progetti.
Il risultato fu un ibrido,
una sorta di “compromesso” fra il teatro popolare e quello d'élite.
Nonostante le modifiche però la struttura dell'architetto Achille Sfondrini
andava comunque «controcorrente», sia perché sorgeva in una zona per l'epoca
decentrata quale il Viminale, fra le vie Torino e Firenze, sia perché,
pur rispettando le differenziazioni sociali nei posti come negli ingressi,
rimaneva, a parere di alcuni, troppo popolare. La inaspettata indifferenza dei
privati, che rifiutarono di acquistare i palchi, e soprattutto il disinteresse
delle autorità, che in alcuni momenti si trasformò in critica aperta, non
fecero perdere la determinazione al Costanzi, che arrivò a contrarre
ingenti debiti - le spese furono circa il doppio del previsto - pur di portare
a termine i lavori entro i tempi stabiliti.
Il 27 novembre 1880 il
teatro fu inaugurato con Semiramide
di Gioacchino Rossini alla presenza dell'aristocrazia, dell'alta borghesia e
della famiglia reale. Le cronache dell'epoca ricordano l'eleganza della regina
Margherita, che era vestita «in rosa bianco a sfumature celesti leggerissime e
aveva sui capelli biondi un diadema di brillanti, disposti in leggiadrissime
stelle». Nel 1881 fu aperta la sala destinata ai concerti. Le prime stagioni
operistiche ebbero risultati alterni, ma anche i notevoli successi non
riuscirono a risollevare le finanze di Domenico Costanzi. Nel 1881 vi fu
persino una protesta degli interpreti de La
forza del destino i quali, non venendo pagati, rimandarono a casa gli
spettatori a bocca asciutta. Negli ultimi anni del secolo nel teatro si
alternarono rappresentazioni liriche, prosa, ma anche varietà e spettacoli
popolari (dalle esibizioni di Fregoli ai circhi). Nel 1913 il Costanzi ospitò
una serata futurista, mentre l'anno successivo D'Annunzio vi proiettò il suo
film Cabiria.
Nonostante i numerosi
spettacoli di prestigio, come La Traviata
con Gemma Bellincioni, il Don Giovanni
con Cotogni oppure la Carmen con la
Ferni-Germano, la crisi economica si fece sentire pesantemente anche sul
Costanzi. Dopo che il Comune di Roma,
impegnato con l'Argentina, si era rifiutato di acquistare il teatro, giunse
nel momento opportuno la proposta dell'editore Sonzogno di gestirlo per un
triennio. Il nuovo secolo si aprì con un evento storico per il teatro, la prima
assoluta di Tosca di Giacomo
Puccini con la Darclée, turbata però da voci di possibili attentati.
Dieci anni dopo la morte
dello sfortunato Costanzi, nel 1908 il teatro fu venduto per 865 mila lire alla
Società Teatrale Internazionale. Nel 1914 l'mpresariato andò alla cantante
Emma Carelli, che mantenne l'incarico fino al 1926, quando il Costanzi passò al
governatorato di Roma. Riaprì nel 1928 come teatro Reale dell'Opera, dopo un
restauro di Marcello Piacentini in cui furono rimodernati gli impianti, il
palcoscenico, i sistemi di sicurezza. Il pubblico rimase colpito soprattutto
dall'imponente lampadario in cristallo di Boemia - tre tonnellate di peso, 6
metri di diametro e 262 lampadine - dotato di un meccanismo che permette di
abbassarlo per le pulizie e la manutenzione. Fu inoltre introdotto un nuovo
ordine di palchi che, facendo prevalere la designazione aristocratica della
sala, chiuse l'annosa querelle che si
protraeva dalla nascita del Costanzi: polemiche di vario tipo hanno però
continuato ad accompagnarne fino ai tempi più recenti la storia e la gestione.
All'epoca si pensava che il
teatro dovesse essere provvisorio e che sarebbe stato ben presto sostituito da
una nuova struttura situata a Castro Pretorio. Dal momento che le cose andarono
diversamente, in previsione delle Olimpiadi del 1960 venne effettuato un
ennesimo restauro, sempre a opera del Piacentini.
Fra le esibizioni
particolari avvenute nel teatro si ricorda quella di Willy Ferrero, singolare
direttore di orchestra che con la sua bacchetta «magica» guidava a orecchio
circa cento professionisti. Considerando che il maestro in questione all'epoca
aveva solo otto anni, l'impresa non era certo di poco conto!
L'Opera, attualmente Ente
Autonomo gestito da un sovrintendente, ha una sua succursale nel teatro
Brancaccio, mentre dal 1937 durante l'estate si trasferisce nel suggestivo
ambiente delle terme di Caracalla, nuovamente destinato alle rappresentazioni
nel 1997, dopo alcuni anni di chiusura.
Aperto nel 1670 dal conte
Giacomo d'Alibert grazie all'intervento determinante di Cristina di Svezia, fu
il primo importante teatro pubblico stabile a pagamento di Roma e per oltre due
secoli, fra alti e bassi, rappresentò un significativo punto di riferimento per
la vita teatrale e musicale della città. Realizzato su progetto di Carlo
Fontana venne ufficialmente inaugurato nel 1671 con il dramma Scipione
l'Africano.
Il teatro, il cui nome
deriva dalla storpiatura di quello della vicina torre dell'Annona, ebbe una
storia tormentata (ingrato destino che aveva sempre accompagnato l'edificio, in
precedenza sede di una famigerata prigione) e fu più volte ricostruito,
inizialmente con pianta a U e poi, prima sala a Roma, a ferro di cavallo. Nel
1697, due anni dopo essere stato ristrutturato, venne demolito sotto Innocenzo xii
a seguito di un incredibile provvedimento deciso dalla congregazione della
Riforma della disciplina ecclesiastica per ragioni di moralità, dietro le quali
si nascondeva però forse un intricato gioco di interessi. Per protesta vi fu
chi gridò «sino alle stelle», mentre la satira si fece viva con Il
Pasquino zelante. La demolizione andò comunque avanti «alla gagliarda», e
del teatro rimasero solo le quattro nude mura. Seguirono numerosi ricorsi dei
danneggiati, in particolare della confraternita di San Girolamo della Carità,
che aveva lo stabile in enfiteusi perpetua, di Giacomo d'Alibert e dei
proprietari dei palchetti.
Alla fine fu deciso -
nonostante l'opposizione del papa, contrario a sborsare tutti quei soldi - che
bisognava risarcire maestranze e materiali non ancora pagati. Si stabilì anche
che nell'area non sarebbe mai più sorto un teatro, ma nacque un contenzioso di
difficile soluzione.
Alla fine, ricostruito sotto
Clemente xii in pochi giorni a
spese dello Stato, riaprì nel 1733.
Nel gennaio 1781 fu nuovamente distrutto, questa volta da un incendio,
probabilmente doloso, in cui qualcuno credette di poter leggere una vendetta.
Rinacque nel 1795 (dopo un precedente tentativo di ricostruzione fallito) come
teatro Apollo. I romani continuarono però a chiamarlo con il vecchio nome, e
così pure il Belli che ne era un assiduo frequentatore, anche se arrivò a
definirlo «una porcara» oppure, ironicamente, «teatro de le palle», per la
decorazione a sfere dorate realizzata fra un palchetto e l'altro.
Dopo alcuni passaggi di
proprietà e periodi poco fortunati (vi si svolsero prevalentemente quelle che
dispregiativamente vennero chiamate tordinonate,
ovvero spettacoli equestri e acrobatici, giochi di forza e pulcinellate) la
rinascita iniziò nel 1820, quando il teatro andò ai Torlonia. Per attirare il
pubblico ci si inventava di tutto: nel 1828 l'impresario arrivò persino a
organizzare al termine degli spettacoli lotterie gratuite, mettendo in premio
abiti e biancheria. Nel 1829, alla morte di Giovanni Torlonia, l'Apollo passò
al figlio Alessandro. Dopo la fallita stagione del 1830, fu chiuso per un
restauro: Giuseppe Valadier realizzò un'imponente facciata, una passerella sul
Tevere per le comparse ma anche sale di ricevimento, caffè, eleganti
decorazioni. Non furono invece risolti i problemi di acustica. Nel 1831,
nonostante l'elevato prezzo del biglietto, un foltissimo pubblico accorse
all'inaugurazione del teatro restaurato.
Dal 1839, quando divenne
impresario il sor Cencio, la musica visse nel teatro un periodo d'oro: nel 1853
Verdi vi presentò ad esempio la prima assoluta de Il Trovatore. Nel 1849 vi si erano invece riuniti i Circoli popolari
per deliberare l'abolizione del potere temporale dei papi e l'avvento della
Repubblica romana. Nel 1869 l'Apollo passò in enfiteusi permanente al comune di
Roma e nel 1870 vi venne realizzato il palco reale perché, insieme
all'Argentina, era un teatro di prima categoria.
La definitiva demolizione
dell'Apollo, durante i lavori per la costruzione dei muraglioni del Tevere (le
piene che avevano ripetutamente invaso lo stabile, costringevano ad accedervi
tramite un ponte mobile), venne amaramente annunciata dalle cronache dell'epoca.
Scriveva Costantino Maes nel suo Cracas: «Pochi giorni ancora, e il teatro
favorito dei romani non sarà più. Il piccone, flagellum
Dei, si avventa, come già Attila, sopra quest'altro monumento romano». Una
stele eretta nel 1925 sul lungotevere ricorda ancora oggi il luogo in cui
sorgeva lo storico edificio.
Non tutti però ebbero
simpatia per questo teatro frequentato, stando a quanto riferisce Goldoni nelle
sue Mémoires, da carbonai e
barcaioli, un rumoroso pubblico che durante le commedie chiedeva a gran voce
l'intervento di Pulcinella. La rappresentazione, nel 1758, della sua La
vedova spiritosa, si risolse ad esempio in un fiasco: la colpa, secondo
l'autore, era da attribuire al goffo cast composto, tra gli altri, da un
Pulcinella come capocomico, un garzone di parrucchiere nel ruolo di Donna
Placida e un apprendista falegname nei panni di Donna Luigia. Le donne, come
sappiamo, non potevano allora calcare le scene romane mentre gli attori, per
poter sopravvivere, esercitavano in genere anche altri mestieri.
Attualmente inserito nel
circuito eti, il Valle è il più
antico fra i teatri romani ancora in attività. L'Argentina, unica altra sala di
origine settecentesca tuttora in funzione, è infatti di qualche anno più
giovane.
Il Valle nacque dal
sodalizio fra il marchese Camillo Capranica, proprietario dello spazio in cui
venne costruito il nuovo «casone», e l'ottonaio Domenico Valle, che realizzò
a proprie spese le strutture interne, riacquistate poi in seguito dai Capranica.
Bisogna però ricordare che solo per una curiosa coincidenza il cognome del
signor Domenico corrisponde con il nome del teatro, che si chiamò così per il
luogo, all'epoca detto «alla Valle», in cui venne eretto.
Inaugurato nel 1727 con la
tragedia Matilde del Pratoli, il Valle
era stato realizzato dagli architetti Tommaso Morelli e Mauro Fontana. Divenne
ben presto un importante teatro di prosa - vi trionfò anche Goldoni - ma non
mancarono rappresentazioni liriche tra le quali il Demetrio e Polibio (1812) e la Cenerentola
(1817), entrambe di Rossini. Dagli ultimi decenni del Settecento, grazie a uno
speciale e importante privilegio papale, fu possibile rappresentarvi opere in
musica pure in primavera e autunno, ovvero fuori del ristretto ambito della
stagione teatrale, che nella Roma dell'epoca era limitata al Carnevale. Altre
sale ottennero sporadicamente tale licenza ma il Valle, che per un periodo ebbe
anche la privativa per l'opera buffa, fu il solo a goderne con continuità.
Attenuatisi, dopo il primo ventennio dell'Ottocento, i preziosi privilegi, nel
1838 i Capranica cedettero il teatro in enfiteusi perpetua.
Inizialmente costruito in
legno, il Valle subì nel corso della sua storia numerosi restauri che, fra
modernizzazione e conservazione, hanno prodotto il rifacimento delle decorazioni
interne, il rafforzamento delle strutture e un aggiornamento dell'immagine.
Determinante, fra le ristrutturazioni, fu quella imposta dal governo agli inizi
degli anni Venti dell'Ottocento, effettuata da Giuseppe Valadier il quale, pur
non potendo concretizzare appieno il suo audace progetto volto a dotare Roma di
un importante teatro pubblico, realizzò, tra l'altro, l'elegante facciata
neoclassica e alcune soluzioni architettoniche innovative. I lavori furono però
funestati da un grave incidente, il crollo di un arco del palcoscenico. Il
Valadier pensò di cavarsela scaricando la responsabilità dell'accaduto sul
Camporesi, direttore dei lavori, ma perse ugualmente il suo incarico e fu
sostituito da Gaspare Salvi.
Dopo la riapertura, alla
fine del 1822, con un'opera che, pur se scritta appositamente, non ebbe successo
perché rappresentata in economia, per il Valle arrivarono gli anni della gloria
artistica. Per qualche tempo fu persino, secondo alcuni, il teatro di Roma più
frequentato e amato da un pubblico «elegantissimo e profumatissimo e
ingemmatissimo e impellicciatissimo». Vi furono messe in scena numerose opere
di Gaetano Donizetti e importanti spettacoli di prosa: per la fine
dell'Ottocento sono da segnalare, tra le prime assolute, il Sogno
di un mattino di primavera e il Sogno
di un tramonto d'autunno di D'Annunzio (interprete Eleonora Duse) e,
successivamente, i Sei personaggi in cerca d'autore di Pirandello (1921). Un posto di
rilievo ebbe pure il teatro dialettale, in particolare con il personaggio del
Gobbo Tacconi. Agli albori di questo secolo al Valle nacque anche il primo
tentativo romano di teatro stabile, quella effimera istituzione chiamata Casa di
Goldoni e voluta dall'attore Ermete Novelli.
Tra le curiosità storiche
della sala si ricorda la chiusura di alcuni giorni nel 1849 in seguito al
putiferio scatenato durante la rappresentazione de Il comico amoroso da un attore che, nel lodare una donna francese
travestita da uomo, se ne era uscito con la battuta: «I francesi sono buoni a
falsificare ogni cosa».
Nel 1855, a fianco al Valle
era stato inaugurato il Valletto, inizialmente chiamato teatro Nuovo, dove
vennero rappresentati spettacoli popolari quali burattini, vaudeville, esercizi ginnici e altro. Venne chiuso nel 1890: lo si
ricorda soprattutto perché fu tra le prime sale romane (insieme all'Emiliani) a
essere illuminata a gas.
Sarebbe ovviamente
impossibile fornire un elenco completo dei numerosissimi teatri attivi a Roma
dalla fine del Seicento a oggi. Si tratta di una realtà eterogenea, che
comprende strutture molto diverse fra loro, dalle sale popolari agli eleganti
teatri privati dei nobili o dei collegi, dalle effimere arene ai teatrini di
burattini, di cui citiamo i principali.
Anfiteatro
Corea. Nel 1780, sui ruderi dell'antico mausoleo di Augusto fu inaugurato un
anfiteatro in grado di ospitare alcune migliaia di spettatori: il nome,
storpiato dai romani, deriva da quello dei Correa, la famiglia di origine
portoghese che aveva fatto erigere la struttura. Nell'arena si svolsero lotte di
animali, giostre di tori, intrattenimenti vari e in particolare, nella stagione
estiva, quei suggestivi e amati spettacoli pirotecnici chiamati «fochetti».
Nel 1802 il mausoleo fu acquistato dalla Camera Apostolica: poco dopo il
Valadier vi progettò un velario di protezione dal sole e dall'umidità, che però
crollò ben presto, forse per il tentativo dell'impresario di risparmiare sui
materiali. Solo in seguito, nel 1880-81, venne quindi realizzata una copertura
metallica stabile.
Dopo il 1870 l'anfiteatro
era stato denominato Umberto i (poi
Augusteo) ma i romani non abbandonarono mai il vecchio nome. Chiuso per mancanza
di uscite di sicurezza, per un periodo fu utilizzato come magazzino e cantiere
per la costruzione del Vittoriano. Riaperto agli inizi del Novecento, ospitò
l'Accademia di Santa Cecilia: il solo curioso inconveniente di questa
destinazione fu che alcuni concerti venivano disturbati dall'inopportuno suono
delle campane della vicina chiesa di San Carlo. La storia del Corea si chiuse
quando il fascismo decise di demolire le sovrastrutture dell'anfiteatro con
l'obiettivo di riportare il mausoleo imperiale all'«antico splendore»,
edificandovi un monumento alla patria.
I
politeama. Fenomeno tipico dei primi
decenni dell'Italia unita fu la nascita di numerosi politeama, locali destinati
a un vasto pubblico che ospitavano i più vari generi di spettacolo (persino
equestri e circensi). Costruiti in legno, ebbero spesso una vita molto breve
perché distrutti da frequenti incendi. Si ricorda in particolare - oltre alle
strutture sorte a Prati, in via Calabria, e nell'attuale via Vittoria Colonna -
il politeama Romano, realizzato sulle rive del Tevere nel 1862 come anfiteatro
diurno in legno (poi coperto) e definitivamente chiuso per i lavori di
costruzione dei muraglioni. Nella sua breve storia ospitò rappresentazioni di
prim'ordine - come il Rienzi di Wagner - ma anche spettacoli circensi.
Teatro
Adriano. Inaugurato come politeama nel
1898, ospitò anche spettacoli circensi, varietà, avanspettacolo. Vi si
esibirono, tra gli altri, Leopoldo Fregoli e il giovane Aldo Fabrizi. Dopo la
demolizione del Corea, per un periodo fu sede dei concerti dell'Accademia di
Santa Cecilia. Alla chiusura del teatro, dal locale vennero ricavati due cinema,
l'Adriano, in piazza Cavour, e l'Ariston, con ingresso in via Cicerone.
Teatro
Alhambra. Costruito come teatro
popolare in legno sul lungotevere Mellini per favorire lo sviluppo del quartiere
Prati e inaugurato nel 1880, venne demolito dopo un incendio divampato nel 1902.
Teatro
Altemps. Situato nell'omonimo palazzo
nel rione Ponte, era attivo già agli inizi del Seicento. Nella seconda metà
del secolo scorso venne chiamato prima teatro Goldoni e poi teatro Romanesco, e
nel 1898 divenne sede della Società Filodrammatica Romana. Fu attivo fino al
1911. Nel 1958 nello stesso stabile venne inaugurato un nuovo teatro Goldoni
che, dopo aver operato per venti anni, fu in seguito trasformato in piano bar.
Il palazzo è stato poi acquisito dal Ministero per i Beni culturali.
Teatro
Barberini. Allestito nel palazzo dei Barberini alle Quattro Fontane, fu il più
celebre teatro romano della prima metà del Seicento, e esercitò un ruolo
fondamentale nella genesi del melodramma. Nel 1634 vi fu infatti rappresentato
il Sant'Alessio, dramma religioso in
musica scritto da Giulio Rospigliosi, il futuro Clemente ix,
e musicato da Stefano Landi.
Lo spettacolo, una vera novità per l'epoca, fu molto apprezzato per la
ricchezza dell'apparato scenografico, la perfezione dei costumi, dei balli e
dell'esecuzione musicale.
Merita un ricordo, tra le
altre, anche la rappresentazione, nel 1639, del Chi soffre speri (libretto del Rospigliosi, musica di Virgilio
Zocchi e Marco Marazzoli) che, pur avendo una durata certamente eccessiva - chi
dice cinque, chi sette ore - colpì gli spettatori soprattutto perché vi
apparivano veri cavalli, carrozze, e una realistica simulazione della fiera di
Farfa.
Gli eventi politici
portarono per alcuni anni il teatro ad agire a singhiozzo finché, probabilmente
nel 1658, arrivò la chiusura definitiva. Agli inizi degli anni Trenta del
Novecento, nell'area dove sorgeva il teatro seicentesco, Marcello Piacentini
realizzò un cinema-teatro, che venne però poi utilizzato esclusivamente per
spettacoli cinematografici.
Teatro
Capranica. Le prime notizie di questo teatro, nato per volere del cardinale
Domenico Capranica come luogo privato di rappresentazioni ma divenuto pubblico
già alla fine del Seicento, risalgono al 1679, quando venne messo in scena il
melodramma Dov'è amore è pietà,
musicato da Bernardo Pasquini.
La vita del teatro, lunga ma
tormentata sin dagli inizi - l'elevato costo dei primi lavori di restauro,
costringendo i Capranica a vendere i palchetti (sui quali mantennero però la
facoltà di riscatto), provocò un frazionamento della proprietà, situazione
verificatasi anche in altre sale - fu sempre caratterizzata da alterne vicende e
talvolta anche da rapporti poco idilliaci con il potere.
Il Capranica visse momenti
particolarmente floridi nel Settecento: nel 1758-59 riscosse molto successo la
commedia Pamela (lo stesso Goldoni
nelle sue memorie ricorda la bravura degli attori), tanto che proprio per questa
sala l'autore scrisse poi la Pamela
maritata.
Durante i primi decenni
dell'Ottocento invece il teatro dovette chiudere più volte, perché gli fu
negata l'agibilità a causa dell'assenza di adeguate misure di sicurezza. Alcuni
divieti apparvero però allora poco comprensibili e scarsamente motivati. Alla
metà del secolo, quando la proprietà tornò ai Capranica dopo essere passata
per un periodo ad altre famiglie, la ricostruzione in muratura non bastò a
risolvere la controversa vicenda tanto che alla fine, nel 1881, il Capranica fu
definitivamente chiuso per ragioni di sicurezza. Il locale, inizialmente
utilizzato come magazzino di mobili, venne poi abbandonato finché, dopo il
fallimento dell'ennesimo tentativo di riaprirlo come teatro, nel 1922 fu
trasformato in cinema.
Teatro
de' Granari. Considerato da alcuni come il primo teatro pubblico di Roma, con la sua
pianta a U e un'unica fila di palchetti aperti senza tramezzi, era collocato in
un granaio della famiglia Pamphili. Attivo, secondo quanto riferisce Salvator
Rosa, già nel 1652, chiuse durante la prima metà dell'Ottocento.
Teatro
degli Indipendenti. Promosso da Anton
Giulio Bragaglia e inaugurato nel dicembre 1921 come teatro sperimentale, venne
allestito in un sotterraneo di Palazzo Tittoni in via degli Avignonesi, sui
resti delle antiche terme di Settimio Severo. Sicuramente scomodo, ma “snob”
e alternativo, fu in grado di suscitare interesse più nella critica che nel
pubblico. Per finanziare il teatro, che nel 1927 ricevette anche una sovvenzione
statale, ogni sera al termine dello spettacolo gli organizzatori lo
trasformavano in ristorante e cabaret. Operò fino all'inizio degli anni Trenta.
Teatro
del Pavone o Cesarini. Nato agli
albori dell'Ottocento come sala privata di Francesco Cesarini, si trovava alla
Chiesa Nuova, nel palazzo di proprietà del duca. Divenuto alla fine degli anni
Venti del secolo scorso il teatro dell'Accademia Filodrammatica Romana, con il
passare del tempo risultò inadeguato. Per finanziarsi l'ente iniziò allora a
recitare anche in altre sale e prese in affitto un teatrino a Palazzo Braschi,
ma nel 1861 dovette sospendere l'attività dopo che una sua rappresentazione si
era trasformata in manifestazione liberale. L'Accademia venne quindi sciolta:
ricostituita nel 1879, due anni dopo riaprì il teatrino, che però fu ben
presto demolito per l'apertura di corso Vittorio Emanuele. La società si
trasferì al teatro Goldoni.
Teatro
Drammatico Nazionale. Inaugurato nel
1886 con La locandiera di Goldoni, era stato costruito su progetto
dell'architetto Francesco Azzurri, grazie anche all'intervento di Eugenio
Tibaldi. Con la sua demolizione, attuata nel 1929 perché lo spazio su cui
sorgeva, in via iv Novembre, era
molto ambito dagli speculatori, sfumava il tentativo di realizzare un teatro
stabile di prosa di alto livello con repertorio esclusivamente italiano. Al suo
posto fu eretto il palazzo che ancora oggi ospita l'INAIL.
Teatro
Manzoni. Inaugurato nel 1876 con l'opera di Verdi I Lombardi, per alcuni decenni il teatro - che si trovava in via
Urbana - vide alternarsi drammi, commedie dialettali e operette, spettacoli
spesso piacevoli anche se non sempre di prim'ordine. Fregoli festeggiò proprio
al Manzoni i trent'anni di scena, mentre Petrolini vi portò il suo Gastone.
Trasformato in cinema sotto il fascismo, fu poi definitivamente chiuso
(Amilcare Pettinelli, malinconicamente vide in questa demolizione «er crollo
d'un'età», la fine di un passato) e adibito a sede della tipografia de Il
Messaggero.
Nonostante i restauri, il
locale mantenne sempre il suo carattere popolare e quel caratteristico «ambiente
famijare.... quarche vorta puro troppo» descritto da Giggi Spaducci in un
colorito articolo dialettale pubblicato sul Rugantino. Durante gli spettacoli, spesso interminabili, il pubblico
parlava, mangiava, ma soprattutto partecipava alle vicende rappresentate al
punto che un giorno a pagarne le conseguenze fu Oreste Gherardini - attore
condannato dalle sue caratteristiche fisiche a incarnare sempre la parte del
tiranno - che finì in ospedale in seguito alle percosse subite a opera di
alcuni spettatori particolarmente turbolenti.
Teatro
Pace. Realizzato alla fine del
Seicento come modesta struttura in legno priva di facciata, concepito forse per
divenire il teatro privato del cardinale Maculani, il Pace ospitò nel tempo
spettacoli di vario tipo: commedia dell'arte, drammi in prosa e musica, e
nell'Ottocento anche burattini. I suoi rari periodi di gloria risalgono agli
inizi del Settecento: la breve fortuna della sala fu però basata più che altro
sulle disgrazie altrui, in particolare la demolizione del Tordinona. Frequentato
anche dal Belli, nonostante i restauri rimase sempre un teatro minore. Nel 1844
al Pace venne negata l'agibilità e fu definitivamente chiuso. Demolito pochi
anni dopo, è ancora oggi ricordato, nel rione Parione, dal nome della via in
cui sorgeva.
Teatro
Pallacorda poi Metastasio. Sorse come
teatro in legno nel 1714 nella via omonima, situata nei pressi di piazza
Firenze, in uno spazio precedentemente usato per il gioco della pallacorda.
Restaurato dopo un secolo di intensa attività - inizialmente vi si svolsero
spettacoli di prosa di buon livello, poi la programmazione divenne sempre più
scadente - prese allora il nome di Metastasio. Per un periodo fu un importante
teatro di arte drammatica, in cui si rappresentarono pure alcune opere in
musica. Intorno alla metà dell'Ottocento vi recitò Adelaide Ristori e altri
celebri attori. Dopo l'unità d'Italia le sue limitate dimensioni lo fecero
decadere a teatro di quartiere. Operò ancora agli inizi del Novecento, prima di
essere demolito per far posto a un garage.
Non va confuso con un altro
teatro, situato nel rione Ponte, che si chiamava Pallacorda al Fico e agì nel
Settecento con spettacoli di burattini.
Teatri
dei collegi. Nei collegi, luoghi di educazione dei giovani rampolli delle famiglie
nobili, il teatro entrò già nel Cinquecento, ma si sviluppò prepotentemente
solo nel secolo successivo. Le rappresentazioni avevano uno scopo educativo, pur
se gli spettacoli sacri furono spesso affiancati da testi classici e opere di
autori stranieri. In alcuni periodi per nobili e cardinali divenne quasi una
moda essere presenti a tali recite: le scene erano per l'occasione calcate,
oltre che dagli stessi collegiali, anche da attori professionisti. Talvolta,
quando i teatri pubblici vennero chiusi - nel 1702 ad esempio per «pregare Dio
a proposito della guerra di successione» - le sale dei collegi poterono restare
aperte ospitando, secondo gli Avvisi
dell'epoca, «gran concorso» di pubblico.
Teatro
del Collegio Clementino. Nel teatro
dell'aristocratico collegio dei padri somaschi in piazza Nicosia si
incontrarono, oltre a principi e cardinali, anche ospiti illustri di passaggio
per la città. Cristina di Svezia nel 1679 vi assistette a Gli
equivoci nel sembiante musicato dal giovanissimo Alessandro Scarlatti. Il
collegio rimase celebre per le rappresentazioni di Metastasio, Corneille e
Goldoni: vi si svolsero però anche bizzarri spettacoli di “ballerini
elastici” o del “vero uomo incombustibile”. Le recite terminarono dopo
l'unità d'Italia con la soppressione del collegio. Diletto non secondario dei
convittori era il pubblico: talvolta, previa autorizzazione, vi comparivano
infatti anche alcune dame. I collegiali non potevano invece entrare nei teatri
“normali”, tanto che nacque un vero e proprio “scandalo” quando il conte
Arrivabene fu condotto da una sua parente all'Alibert.
Teatro
del Collegio Romano. I gesuiti usarono
il teatro principalmente come strumento ideologico e propagandistico: l'intensa
attività teatrale del Collegio Romano riuscì mirabilmente nello scopo,
distogliendo inoltre i seminaristi, «nel tempo della carnevalesca dissoluzione»,
dall'andare «liberamente a spasso per la città, e però sì saggiamente si
trattengono in casa quanto più si può», come scriveva alla metà del Seicento
Giovanni Domenico Ottonelli nella sua Della
christiana moderatione del theatro.
Inizialmente al Collegio
Romano vennero rappresentati solo testi latini con personaggi maschili, mentre
in seguito vi trovarono spazio anche testi italiani e ruoli femminili, messi però
in scena sempre da uomini: i collegiali arrivarono persino a danzare a mo' di
ballerine! La questione in realtà era controversa, ma le parti femminili
vennero spesso permesse purché interpretate «con modestia». Con il tempo vi
fu un notevole aumento della spettacolarità e della sontuosità del teatro
gesuitico, che si avvicinò così sempre più a quello profano.
Teatri
privati. Frequentati da nobili e cardinali, i teatri privati allestiti nei
palazzi di principi e ambasciatori furono particolarmente numerosi nel
Cinque-Seicento. Poi, con la nascita delle prime grandi sale pubbliche iniziò
il loro declino. Meno soggette a divieti e restrizioni temporali, le strutture
private rimanevano comunque sotto la sorveglianza statale e erano obbligate a
richiedere la licenza al governatore. A calcare le scene furono spesso gli
stessi nobili (donne comprese) come ricorda Giacinto Gigli nel suo diario: «In
questi giorni D. Olimpia fece recitare nel suo Palazzo alcune Comedie, tra le
quali una ve ne fu recitata tutta da Marchesi, et Duchi, li quali si
compiacquero per dargli gusto di diventare Histrioni».
Qualche volta - ma si tratta
solo di eccezioni - gli spettacoli avevano luogo anche nelle abitazioni
popolari: nel 1669 fu ad esempio recitata una commedia «de' zitelle in
Trastevere in casa di Pompiero pescivendolo», alla presenza di un folto
pubblico, in cui si poteva scorgere pure qualche nobile incuriosito.
Un evento di notevole
rilevanza per la storia del teatro - la rappresentazione dell'Antigone
dell'Alfieri, in cui il giovane autore recitava anche la parte di Creonte -
avvenne nel 1782 proprio in una sala privata, quella del duca Grimaldi, nel
palazzo dell'ambasciatore di Spagna:
Fra i numerosi teatri
privati ne ricordiamo alcuni:
Teatro
Bernino. Allestito da Gian Lorenzo
Bernini presso via Borgognona, venne in alcuni periodi pure aperto al pubblico.
Rimase attivo, per oltre mezzo secolo, fino agli inizi del Settecento. Il
poliedrico artista realizzò scenografie sorprendenti (albe, tramonti,
inondazioni e incendi) ma fu anche autore di commedie e attore («Fece egli
mirabilmente tutte le parti serie e
ridicole e in tutti i linguaggi», riferisce il Baldinucci). Un giorno - così
si racconta - arrivò a rappresentare persino un'opera di cui aveva dipinto le
scene, scolpito le statue, realizzato le macchine, scritto parole, musica...
ovviamente, dopo aver costruito il teatro!
Teatro
degli Arcadi. L'Accademia dell'Arcadia, costituita dopo la morte della regina
Cristina di Svezia, tenne la sua prima riunione nel 1690 nel giardino dei padri
riformati a San Pietro in Montorio. Nata come reazione alla poesia barocca,
effettuava recitazioni a carattere interno, che si tenevano nel verde del Bosco
Parrasio.
Teatro
del cardinale Lancellotti. Si racconta
che l'“originale” porporato facesse recitare, in una sala da lui stesso
allestita, ragazze che «vestiva da uomo con le sue proprie mani».
Teatro
del cardinale Pietro Ottoboni. Fu
aperto alla fine del Seicento nel palazzo della Cancelleria, già sede di
numerose feste. Venne smontato nel 1740 alla morte del cardinale.
Teatro
della regina Maria Casimira di Polonia.
Giunta a Roma nel 1699 dopo essere divenuta vedova, la regina prese, pur se in
tono minore, il testimone di Cristina di Svezia. Nel suo palazzo a via Sistina
costruì un teatro in cui vennero rappresentate le commedie del suo segretario
Capeci. La sala chiuse nel 1714, quando Maria Casimira lasciò Roma.
E
ancora... Oltre al celebre teatro
inaugurato nel 1666 da Cristina di Svezia nel Palazzo Riario alla Lungara, si
ricordano anche le strutture allestite dai Colonna, dagli Orsini, dalla duchessa
di Zagarolo, dal cardinale Rospigliosi (Clemente ix),
da Teodoro Ameyden (agente giuridico di Spagna a Roma), da Donna Olimpia, dal
cardinale Benedetto Pamphili al Collegio Romano. All'Aventino c'è invece ancora
oggi il teatrino privato un tempo usato da Vittorio Gassman per recitare davanti
all'intellighenzia romana.
Teatri
di burattini. Nei secoli scorsi
vennero pure realizzati appositi teatri - aperti in genere tutto l'anno - per
marionette e burattini, “attori” che furono però talvolta ospitati anche in
altre sale romane come il Pallacorda. Tipicamente popolare era il teatro
dell'Arco dei Saponari, aperto nel 1733 nei pressi della scomparsa piazza
Montanara. Gregorovius, dopo avervi assistito nel 1840 a uno spettacolo, ci
ricorda che la platea «da quando esiste, non deve aver mai conosciuto, né
l'onore, né il beneficio di una scopa»: il pavimento era infatti sommerso da
semi di zucca, bucce di frutta e cartacce. Frequentato da «monelli di strada,
mendicanti, operai e manovali, i quali hanno il diritto di dilettarsi la sera
ascoltando l'Ariosto», il teatro fu demolito alla fine degli anni Venti di
questo secolo per i lavori di sistemazione delle pendici del Campidoglio.
Il più bel teatro di
burattini fu comunque il Fiano, inaugurato nell'omonimo palazzo in via del Corso
agli inizi dell'Ottocento nei locali in cui precedentemente sorgeva un caffè.
Costumi, scene e musica erano molto curati mentre la gestione, come in tutti i
teatri che si rispettino, era affidata a un impresario: l'incarico fu svolto
pure dal celebre sor Cencio. Il teatro non aveva un pubblico popolare, anche
perché il prezzo del biglietto era abbastanza alto. Belli amava il Fiano al
punto da dedicargli nel 1831 il sonetto Li
burattini: «Checca, sei mai stata ar teatrino / de bburattini in der
Palazzo Fiano? / Si vvedi, Checca mia, tiengheno inzino / er naso come nnoi,
l'occhi e le mano. / C'è ll'Arlecchin-Batocchio, er Rugantino, / er Tartajja,
er Dottore, er Ciarlatano: / ma cquer boccetto poi de Cassandrino, / nun c'è un
cazzo da dì, ppare un Cristiano!». Animatore di Cassandrino al Fiano e autore
dei testi degli spettacoli fu il gioielliere Filippo Teoli. Protetto in alto
loco, poté permettersi una blanda satira contro preti e governo senza finire in
prigione: oltre a Belli, furono suoi spettatori anche Pinelli, Stendhal,
Leopardi, Dickens, Gregorovius. Alla morte del Teoli, avvenuta nel 1841, il tono
delle rappresentazioni scese sempre più e alla metà del secolo fu deciso di
trasformare nuovamente i locali in bottega. Gli spettacoli di burattini
proseguirono in piazza Sant'Apollinare, in un locale che prese il nome di Fiano
e dove, riferisce Gregorovius, i burattini, «più civilizzati», recitano «in
marsina e guanti gialli».
Si ricordano inoltre il
teatro del Naufragio in via Monte Giordano, chiamato anche Nuova Fenice dopo
essere stato rinnovato nel 1830 (di giorno vi si svolgevano spettacoli di
marionette mentre di sera vi recitavano gli attori) e il settecentesco teatro
Ornani (poi Agonale e Emiliani), che prendeva il nome dall'omonimo palazzo a
piazza Navona: nell'Ottocento, dopo una ristrutturazione, agì come “vero”
teatro.
Acquario
Romano.
Realizzato come acquario in piazza Manfredo Fanti, fu poi trasformato nel
1908 in teatro ma ebbe una vita breve. Nel 1924 venne chiamato Kursaal Roma e
ospitò spettacoli folkloristici e di varietà. Dopo la chiusura, nel 1928, è
stato adibito a deposito di scenari del teatro dell'Opera. Da alcuni anni è
tornato a ospitare musica e prosa.
Teatro
Ateneo. Sorto nel 1939-40, anche se già
in precedenza nella nuova Università era stata allestita un'aula con
palcoscenico, assunse il nome attuale nel dopoguerra.
Teatro
Belli. Realizzato intorno al 1880, per
un periodo venne riservato, con il nome di teatro Amor, a recite dialettali
romanesche. Dal 1931, nuovamente come teatro Belli, operò a singhiozzo per
qualche decennio. E' stato infine riaperto, dopo un restauro, nel 1988.
Teatro
Brancaccio. Inaugurato nel 1916 con il nome di teatro Morgana, si trova fra le vie
Merulana e Mecenate. Usato per un periodo come cinema, è tornato a essere un
teatro nel 1978. Acquisito nel 1986 dall'Ente Autonomo Teatro dell'Opera, viene
attualmente utilizzato per concerti e spettacoli di danza.
Teatro
dei Satiri. Situato in via di Grottapinta, operò saltuariamente come teatro
dell'Istituto Tata Giovanni dalla fine del secolo scorso al secondo conflitto
mondiale; nel dopoguerra, ristrutturato, fu riaperto con il nome di teatro dei
Satiri.
Teatro
della Cometa. Raccolto e prezioso teatrino di prosa e lirica creato in via del
Teatro Marcello su iniziativa della contessa Pecci Blunt e realizzato sotto la
direzione di Tommaso Buzzi e Virgilio Marchi, fu aperto nel 1958. I lavori di
costruzione, iniziati già sotto il fascismo e sospesi a causa della guerra,
vennero infatti ripresi solo molti anni più tardi. In seguito a un incendio, il
teatro rimase chiuso dal 1969 al 1986.
Teatro
delle Arti. In questo teatro, sorto in via Sicilia nell'edificio della
Confederazione Fascista Professionisti e Artisti, Anton Giulio Bragaglia, che ne
fu direttore dal 1937 al 1945, proseguì la sperimentazione iniziata nello
scantinato di via degli Avignonesi, allestendo spettacoli di avanguardia ma
anche testi classici.
Teatro
La Quirinetta. Realizzato come teatro di varietà negli anni Venti di questo secolo
nei sotterranei di Palazzo Sciarra a opera di Marcello Piacentini, venne in
seguito ristrutturato e trasformato in sala cinematografica.
Teatro
Quirino. Realizzato nel 1871 su
iniziativa di Maffeo Sciarra come modesta struttura in legno all'interno del
cortile del suo palazzo, fra via delle Vergini e l'attuale via Minghetti, il
Quirino fu il primo teatro popolare dell'Italia unita. Pochi anni dopo, su
progetto di Giulio de Angelis, venne ricostruito in muratura e modificato in
base al piano regolatore della zona: perse quindi il suo carattere iniziale,
divenendo molto frequentato e apprezzato dalla borghesia romana. Ristrutturato e
ampliato numerose volte (se ne occupò anche Marcello Piacentini) fa oggi parte
dell'eti, il circuito finanziato
dallo Stato. Quando ancora non era specializzato nella prosa - genere in cui
sono da segnalare le prime assolute di alcune opere di Pirandello - il Quirino
ospitò operette, pulcinellate e rappresentazioni liriche. Il teatro ha visto
passare, tra gli altri, la compagnia dialettale di Giacinta Pezzana e Anna
Magnani, Fregoli e Petrolini, che il 3 luglio 1935 - come è ricordato da una
lapide - diede proprio qui il suo addio al palcoscenico.
Fra le curiosità del
Quirino vanno menzionati gli scherzi eseguiti in occasione dell'ultima replica
di alcuni spettacoli, usanza tuttora in voga fra gli attori. Memorabili furono
in particolare i “tiri mancini” di Vittorio Congia, Paolo Ferrari e
soprattutto di quel burlone di Tino Buazzelli, che arrivò a sostituire con
alcool l'acqua versata nei calici in cui gli attori dovevano bere durante la
recita, oppure a riempire una valigia di pesi a tal punto che alla malcapitata
vittima risultò impossibile sollevarla.
Teatro
Rossini. Situato nei pressi del
Pantheon e progettato da Virginio Vespignani, venne inaugurato nel 1874. Vi
recitarono, tra gli altri, Filippo Tamburri, Giggi Zanazzo e Leopoldo Fregoli.
Dopo essere stato chiuso alla fine dell'Ottocento e destinato ad altri usi, fu
riaperto da Checco Durante, che lo ristrutturò negli anni Cinquanta e vi si
esibì a lungo con il suo teatro romanesco.
Teatro
Sistina. Sorto nello spazio precedentemente occupato dalla chiesa di Santa
Francesca del Riscatto, il Sistina è l'unico grande teatro romano costruito
nell'ultimo dopoguerra. Realizzato su progetto di Marcello Piacentini, fu
terminato nel 1949. La storia della sala, legata a quella di Pietro Garinei e
Sandro Giovannini, si identifica con l'evoluzione dello spettacolo leggero,
dalla rivista alla commedia musicale, genere che ancora oggi monopolizza le
rappresentazioni di questo teatro che, con i suoi 1600 posti, è uno dei più
vasti della città.
Teatro
Vittoria. Nato a Testaccio negli anni
Trenta, ha visto sulle sue scene recitare, tra gli altri, Totò, Fabrizi, Anna
Magnani. Il locale, dopo aver ospitato anche incontri di pugilato, nel
dopoguerra fu adibito parte a cinema e parte a garage. Come teatro è stato
nuovamente aperto nel 1986.
Sorti in particolare negli
anni Venti e Trenta di questo secolo, nella pratica furono utilizzati quasi
esclusivamente come sale cinematografiche. Tra gli altri si ricordano:
Andrea
Doria. Realizzato negli anni Venti nel
quartiere Trionfale come cinema, dopo una ristrutturazione operò anche come
sala teatrale. Oggi è un multisala cinematografico.
Appio.
Aperto nei primi anni Trenta, ha
praticamente svolto soltanto attività cinematografica.
Corso.
L'attuale cinema Etoile, in piazza San Lorenzo in Lucina, funzionò come teatro
per una decina di anni: la costruzione della sala fu però accompagnata da
numerose vicissitudini al punto che, a causa della polemiche, l'architetto
Marcello Piacentini si vide costretto a riedificare a proprie spese la facciata
dell'edificio per eliminarvi gli elementi liberty, influenze straniere che
rappresentavano, secondo alcuni, un insulto al sentimento nazionale. Dal 1927 la
struttura tornò a essere adibita a cinema, destinazione che aveva già avuto
nei suoi primi anni di attività.
Flaminio,
poi teatro Olimpico. Realizzato nei
primi anni Quaranta, fu ristrutturato nei decenni successivi e reso idoneo per
spettacoli teatrali e musicali.
Garbatella,
ora Palladium. Venne costruito nel
1927 nell'ambito del programma di servizi dell'Istituto Case Popolari per la
borgata-giardino di Garbatella.
Giulio
Cesare. Inaugurato nel 1910 con il
nome di cinema Trionfale, era costituito da un padiglione in muratura immerso
nel verde. Fu ristrutturato, ancora come sala cinematografica, nel 1936, e solo
dal 1979 operò come teatro. Oggi è un cinema multisala.
Supercinema.
Situato all'angolo fra le vie De Pretis e del Viminale, fu inaugurato alla fine
del 1925.
XXI
Aprile. Attivo esclusivamente come
cinema, nel 1968 venne trasformato in supermercato.
Le collezioni teatrali della
città non sono certo all'altezza della situazione. Eppure per il momento, in
attesa dell'auspicata realizzazione a Roma di un museo del Teatro, non resta che
che accontentarsi delle poche e frammentarie raccolte esistenti.
Archivi
e biblioteche. Numerosi sono i
documenti conservati, all'Archivio di Stato di Roma, nei fondi del governatore,
autorità che controllava l'ordine pubblico e il buon costume nella città ma
anche, in alcuni periodi, l'amministrazione dei teatri. Importanti testimonianze
si trovano inoltre negli archivi Vaticano e Capitolino (con il Fondo Capranica),
alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, all'Archivio dell'Ordine di Malta e
di Santa Cecilia.
Biblioteca
Casanatense. Vi è conservata una
raccolta teatrale particolarmente ricca (di cui è consultabile un catalogo di
L. Cairo e P. Quilici) che abbraccia la storia del teatro romano dal Cinque al
Settecento: vi si trovano testi di commedie, tragedie, testimonianze di teatro
sacro, libretti di opere, incisioni e altro.
Casa
di Pirandello. Nell'abitazione in cui Luigi Pirandello trascorse gli ultimi anni della
sua vita ha oggi sede l'Istituto di Studi
Pirandelliani e sul Teatro Italiano Contemporaneo che, oltre a ospitare un
piccolo museo, pubblica la rivista Ariel
ed è sede di una biblioteca specializzata.
Magazzini
del teatro dell'Opera. Settantamila,
forse ottantamila costumi di scena sono conservati nei magazzini del teatro
dell'Opera, ambienti dalla luce un po' fioca dove Macbeth e Cenerentola, Carmen
e Otello, Manon e Tosca sono appesi uno in fila all'altro. Il patrimonio, di
inestimabile valore, potrebbe costituire il nucleo iniziale di un museo del Teatro.
Il fantasma dello sfratto si aggira però nei locali di via dei Cerchi:
il sindaco ha infatti parlato di trasformare il palazzo in un museo dello Sport.
Museo
del Teatro Argentina. Situata nel
sottotetto del teatro, la deludente raccolta espone riproduzioni di materiale
conservato altrove, frammenti di decorazioni, studi preparatori per sipari,
locandine, disegni, un rotone del Settecento e un'antica incavallatura in legno
scampata ai lavori di ristrutturazione. Vi sono poi testimoniate le mutazioni
nel tempo dell'area dove sorge il teatro, chiamata Argentina dalla torre, oggi
scomparsa, che si elevava sull'abitazione di Johannes Burckardt, cerimoniere
pontificio nato a Strasburgo, il cui nome latino era allora Argentoratum.
Raccolta Teatrale del Burcardo. Chiusa per restauri dal 1987, dovrebbe entro breve riaprire al pubblico. E' stata istituita dalla SIAE nel palazzetto, ricevuto in concessione dal comune di Roma, costruito fra il Quattro e Cinquecento da J. Burckardt. Vi si trovano costumi, oggetti di scena, maschere, copioni, disegni, antichi testi a stampa e manoscritti, locandine e avvisi. La biblioteca conserva invece testi teatrali, lettere e fotografie
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