FESTE ROMANE
dal Rinascimento all'Italia unita
A voler usare una battuta si
potrebbe dire che le feste, per i romani dei secoli passati, fossero una cosa da
prendere sul serio! Talmente numerose da succedersi, in alcuni periodi
dell'anno, quasi senza soluzione di continuità, rappresentavano infatti un
"impegno" di non poco conto. Ricordava in proposito il Belli:
"Chiuso appena l'apparto teatrale, / stanotte la Madonna entra in ner mese:
/ e ffra cquinisci ggiorni pe' le cchiese, / principia la novena de Natale. / E
ddoppo, ammalappéna se sò intese / le pifere a ffinì la pastorale, / riecco
le commedie e 'r Carnovale: / e accusì sse va avanti a sto paese". L'anno
era dunque ripartito "tra Ppurcinella e Iddio senza divario", dal
momento che qualsiasi ricorrenza, liturgica o profana, rappresentava un motivo
sufficiente per scendere in strada a fare baldoria, in tutta la città o in un
solo rione. E quando proprio non c'erano scadenze o eventi da festeggiare, alla
popolazione non restava che consolarsi con gli improvvisati intrattenimenti
negli angoli delle strade: saltimbanchi, burattini, lanterne magiche oppure orsi
ballerini.
Il carattere allegro e giocherellone del popolo romano colpiva i viaggiatori
stranieri, che talora rimasero però scandalizzati perché in alcune occasioni
le diverse classi sociali si trovavano fianco a fianco nei divertimenti.
Circostanza questa che, pur essendo vera, rappresentava comunque solo una faccia
della medaglia: nella Roma papale infatti anche le feste rispecchiavano la
struttura rigidamente classista della società. I divertimenti dei nobili e
quelli popolari costituivano due mondi diversi ed estremamente distanti, che si
sfioravano solo in rarissime occasioni. Dai festini e dai banchetti, come dalle
rappresentazioni teatrali private, la popolazione veniva esclusa, allontanata ad
opera delle guardie pontificie oppure relegata ai margini, costretta a spiare a
distanza lo spettacolo dei potenti o a trovarsi coinvolta solo per allietare o
compiacere nobili ed ecclesiastici. Le feste in cui le classi più povere
divenivano protagoniste si svolgevano invece lontano dai palazzi dei principi:
spesso molto simili nel tempo e nei comportamenti, prevedevano vivaci
scampagnate, allegri canti e balli scatenati, abbuffate e vino a tutto spiano.
Insomma, nella città dei papi il tempo scorreva fra divertimenti popolari e
nobiliari, celebrazioni sacre e profane, tanto che i visitatori stranieri,
soprattutto nel Settecento, affermavano che ogni sera si svolgeva una festa
pubblica. E' vero, nella Roma dei secoli passati si celebrava qualsiasi
occasione: le vittorie militari come l'arrivo di nuovi ambasciatori, l'elezione
di un pontefice come la nascita del figlio di un sovrano oppure un matrimonio
regale, e persino eventi macabri quali le esecuzioni capitali si trasformavano
in spettacolo. Evidentemente i papi avevano compreso alla perfezione
l'insegnamento della Roma imperiale, dove lo spettacolo era stato proficuamente
usato come instrumentum regni: in alcuni momenti, paradossalmente, la fastosità
e lo spreco aumentarono di pari passo con il procedere di una crisi che si
voleva celare dietro l'immagine della stabilità di potere e dell'abbondanza
assicurata.
Anche le processioni e le altre ricorrenze religiose, notevolmente
spettacolarizzate, divenivano occasione di festeggiamenti tanto sfarzosi che gli
osservatori stranieri, in primo luogo inglesi, rimasero negativamente colpiti da
quelli che ai loro occhi apparivano come show ben poco rispettosi del carattere
liturgico delle cerimonie. La religiosità popolare invece, spesso dominata da
emotività e superstizione, costituiva un ottimo strumento per rendere più
sopportabili le difficoltà quotidiane anche se non condizionava eccessivamente
i comportamenti. In molti pensavano che, commesso un peccato, bastasse
confessarsi per poter poi ricominciare da capo, tanto che Casanova, tra gli
altri, aveva annotato: "Non c'è città cattolica dove la gente abbia meno
scrupoli in materia di religione come a Roma".
E' molto difficile trovare scrittori o viaggiatori che siano passati per questa
città, la cui aria agiva sul Gregorovius "come vino di Sciampagna",
senza dedicare la propria attenzione alle feste che vi si svolgevano, pur non
riuscendo spesso a comprendere lo spirito di questi nostri antenati che non si
ribellavano attivamente ad un potere oppressivo (l'assenza di conflitti di
classe nella Roma dell'epoca ha fatto a lungo discutere) ma lo glissavano come
potevano, prendendo la vita con quell'eterna ed allegra "fanciullezza"
che li conduceva a gettarsi a capofitto in una serie infinita di festeggiamenti
religiosi e profani, occasioni sempre attese e gradite per incontrarsi ed
affogare nei divertimenti tasse, miseria, epidemie e problemi di ogni tipo.
Certo, a posteriori si potrebbe obiettare che così non risolvevano nulla
eppure, se osserviamo questi nostri antenati con un po' di attenzione e senza
pregiudizi, la loro arguta leggerezza non può che suscitare la nostra simpatia:
se non altro - e forse non era poco - avevano ideato un modo efficace per
rendere meno pesanti le difficoltà e più piacevole la vita!
Molte sono anche le "fotografie" dedicate nei secoli scorsi alle feste
romane quali, per la prima metà dell'Ottocento, le incisioni dell'immancabile
Pinelli e quelle splendide litografie di Thomas che colpiscono al punto che non
si smetterebbe mai di ammirare la sorprendente descrittività dei loro
particolari.
Prima di entrare nel vivo dei divertimenti della Roma dei nostri avi, è
necessario seguire brevemente le tappe dell'evolversi della festa nella città
papale partendo dal Rinascimento, quando si verificò un notevole sviluppo degli
spettacoli profani e delle manifestazioni religiose.
Il Seicento vide una vera e propria esplosione dell'effimero, con
l'organizzazione di sontuose manifestazioni alla cui realizzazione contribuirono
i maggiori artisti dell'epoca. Nella Roma barocca ogni occasione fu utilizzata
per festeggiare, ed anche la vita religiosa venne spettacolarizzata al punto che
risultava difficile distinguere fra sacro e profano: fu il periodo dei cortei
papali e nobiliari, degli ingressi solenni di ambasciatori, di processioni,
sfilate di carri e tornei, rappresentazioni mitologiche, fuochi d'artificio e
luminarie per eventi di ogni tipo, compreso lo scampato pericolo in caso di
epidemie. Ogni strada, chiesa, piazza, ravvivata da decorazioni e particolari
effetti luminosi, nel corso dell'anno diveniva sede di numerose feste. Si
arrivò a trasformare in spettacolo persino la carità: non solo le elemosine,
ma anche la distribuzione di doti a zitelle bisognose o l'apertura dell'ospizio
per i poveri si trasformarono in oggetto di particolari cerimonie.
Ma il Seicento non fu solo spettacolo: il secolo si era infatti aperto con una
profonda crisi economica che ebbe gravi ripercussioni nella città dei papi, e
che acuì gli squilibri sociali e l'estrema miseria della maggioranza della
popolazione. Mentre molti intrattenimenti, come quelli teatrali, rimasero
relegati nei palazzi dei principi e delle alte gerarchie ecclesiastiche - negati
quindi ai più! - alla massa dei romani vennero talvolta proposti solo alcuni
aspetti, vistosi e demagogici, della festa barocca, come il vino che sgorgava da
fontane appositamente allestite o le monete gettate dalle finestre grazie alla
"magnanimità" di nobili e papi, oltre agli ammiratissimi fuochi
d'artificio.
Roma, una città che le cronache dell'epoca definivano Gran Teatro del Mondo e
che rimaneva luogo di attrazione per pellegrini e viaggiatori, aveva in sé il
marchio dello spettacolo: monumenti e palazzi, decorati con apparati spesso
effimeri divennero quindi le impareggiabili scene di un immenso e suggestivo
palcoscenico.
Fra il Sei e il Settecento, quando la festa fu sempre più usata come strumento
di potere, si sviluppò ancora il lato spettacolare, ed i maggiori artisti
parteciparono all'allestimento di sontuose macchine pirotecniche o facciate
posticce di palazzi con statue e ornamenti in legno e cartapesta.
Nel Settecento il carattere propagandistico e scenografico della festa raggiunse
il culmine, anche nel corso della breve esperienza giacobina, durante la quale
le cerimonie religiose furono soppiantate dalle numerose celebrazioni civili
apprestate dal governo repubblicano.
Agli inizi dell'Ottocento, dopo il ritorno del papa, Roma, ben lontana dai
fermenti europei, era una città apatica e squallida dominata da un potere in
crisi, tutto teso ad evitare lo sviluppo di proteste politiche.
La Repubblica Romana tentò di coniugare la tradizione con il rafforzamento dei
sentimenti patriottici, ma la popolazione mantenne spesso un ruolo di semplice
spettatrice del corso storico degli eventi, così come agli inizi del secolo non
aveva esultato all'arrivo dei francesi pur non rimpiangendo il papa, salvo però
festeggiarlo sfarzosamente al suo rientro.
Nonostante la diffusa passività dei romani, iniziarono comunque a crescere le
manifestazioni di opposizione. Negli ultimi decenni del dominio temporale dei
papi anche i divertimenti furono quindi rigidamente regolamentati in base alla
ragion di stato, nel vano tentativo di mantenere in piedi un potere ormai
agonizzante. Sotto Pio IX vennero organizzati numerosi festeggiamenti e
manifestazioni popolari, reminiscenze della città imperiale e ricordo di
antichi fasti, che portarono ad una sorta di mitizzazione del pontefice. Ma la
crisi della festa, nelle espressioni avute nei secoli precedenti, era ormai
irreversibile, così come il declino del potere temporale della chiesa.
Quando Roma fu proclamata capitale dell'Italia unita, si accelerarono quei
mutamenti che contribuirono ad affievolire le antiche tradizioni. L'impegno
profuso nel tentativo di rianimare le feste, anche tramite appositi comitati,
cadde quindi nel vuoto. Pure gli sforzi successivi, nel corso di questo secolo,
volti a far rivivere gli antichi fasti, hanno spesso prodotto solo una
malinconica e nostalgica riesumazione del tempo andato.
Intorno al 1550 un turco di
religione musulmana, di ritorno nel proprio paese dopo un lungo viaggio, riferì
che in un particolare periodo dell'anno i cristiani impazzivano, per poi
riacquistare la ragione grazie ad una polvere che veniva loro cosparsa sul capo.
Il viaggiatore si era probabilmente trovato a Roma durante il Carnevale,
straordinaria occasione per i più spettacolari e sfrenati divertimenti.
La "follia" conquistava a tal punto tutti i romani, senza distinzione
di classe, che alla metà del Settecento Benedetto XIV arrivò ad emanare
un'enciclica sull'argomento. Il pontefice era preoccupato: il martedì grasso i
festeggiamenti proseguivano infatti ben oltre la mezzanotte, scadenza del
Carnevale. Dopo un'intera nottata di baldoria, in molti si recavano ancora in
maschera nelle chiese alla cerimonia delle Ceneri, funzione austera volta a
ricordare la transitorietà della vita terrena, per poi tornare a casa esausti e
dormire buona parte del mercoledì. A dire il vero questo comportamento, che a
prima vista può apparire bizzarro, è senz'altro giustificabile, se non altro
per il fatto che le autorità imponevano la partecipazione al rito, ma certo è
comprensibile anche l'inquietudine del papa!
Era stato Paolo II, nel Quattrocento, a riportare il Carnevale all'antica
sontuosità. Il pontefice, che risiedeva nel Palazzo San Marco, presso l'attuale
piazza Venezia, spostò il centro dei divertimenti da Testaccio a via Lata, che
prese allora il nome di Corso. Per alcuni secoli la zona rimase il cuore di una
festa il cui periodo di gloria durò fino al termine del Settecento.
Proseguirono nel secolo successivo, un po' stancamente, i tradizionali
festeggiamenti, che nulla però avevano a che vedere con lo sfarzo del periodo
precedente.
Qualcuno, rimpiangendo il passato, auspicò la completa scomparsa di una festa
scesa di tono e dominata ormai solo da valutazioni politiche. Dopo la caduta
della Repubblica Romana e negli ultimi anni del potere temporale ad esempio, le
autorità papali tentarono di incentivare i romani, ma con scarsi risultati, a
mascherarsi e a passeggiare lungo il Corso, dando così l'idea della normalità.
Nel 1837 al contrario, per timore di disordini e proteste politiche, furono
vietate le maschere, ufficialmente però "cor pretesto e la scusa der
collèra", cioè per ragioni sanitarie. Durante le proteste attuate da
alcuni giovani, che a quel punto cercarono di impedire anche la festa dei
moccoletti, si verificarono disordini: sassate e bastonate che "li
cherubbiggneri e li dragoni", cioè i carabinieri e le guardie non
riuscirono a frenare tanto che - è il Belli a parlare! - "ce fescero la
parte de cojjoni".
I festeggiamenti erano ormai sempre più dimessi. Nel 1876 circolò allora
questo epitaffio: "Di Roma il Carneval qui morto giace; Dorma egli alfine e
Roma lasci in pace". La tradizione continuò invece a sopravvivere;
nonostante gli sforzi di un apposito comitato nato per risollevare le sorti
della festa, rimaneva solo un pallido ricordo dei tempi in cui il Carnevale
romano costituiva una delle maggiori attrattive di viaggiatori e cronisti. Ben
lontani erano ad esempio festeggiamenti quali quello del 1634 quando, in
occasione della visita nella città del principe polacco Alessandro Wasa, il
cardinale Barberini aveva fatto organizzare in piazza Navona un maestoso
spettacolo. Lo stravagante ospite, a dire il vero, ripartì all'improvviso da
Roma, ma la giostra del Saracino, ormai allestita, si svolse ugualmente in
occasione del sabato grasso. Fu un torneo grandioso a cui parteciparono, divisi
in squadriglie, ben 360 cavalieri e 138 cavalli, oltre ad un nano e un toro.
L'ingresso nella piazza di una bellissima nave musicale concluse la festa, a cui
aveva assistito tutta la nobiltà romana.
Uno spettacolo che oggi ci appare incivile, ma che nei secoli scorsi costituiva
il più amato divertimento del Carnevale, erano i palii, fra i quali spiccavano
le corse umane, in primo luogo "lo pallio delli Judei". Nata per una
questione, se così si può dire, tecnica - ad ebrei e cristiani erano vietate
le attività comuni - la corsa divenne col tempo occasione di scherno e
vessazioni. Le angherie crebbero ed i giornalisti del tempo, i menanti, si
fecero portavoce di quella che attualmente definiremmo intolleranza antisemita,
ma che corrispondeva alla sensibilità "grossolana" dell'epoca. Si
arrivò a far correre i partecipanti - che un cronista definì "bestie
bipedi" - a stomaco pieno perché fossero più affaticati. Un resoconto del
febbraio 1583 ricorda: "I soliti otto ebrei corsero ignudi il palio loro,
favoriti da pioggia et vento degni di questi perfidi, mascherati di fango al
dispetto delle grida", ovvero i provvedimenti legislativi che minacciavano
tre tratti di corda a chi avesse tirato fango sui corridori. Il livore della
popolazione non può però certo meravigliare: in quel periodo infatti erano le
stesse autorità che, mentre emanavano periodiche leggi che vietavano di
molestare gli ebrei, nello stesso tempo li sottoponevano a numerose umiliazioni,
costringendoli a partecipare al palio ma anche obbligandoli, per il resto
dell'anno, a risiedere nel ghetto e a portare un segno distintivo, oppure
vietando loro di celebrare alcune festività o di svolgere numerose attività
economiche. Nel 1668 Clemente IX abolì la corsa, ma pretese in cambio una somma
in denaro. Ogni anno, fino al secolo scorso la comunità ebraica fu costretta a
versare il tributo, che veniva utilizzato per addobbare la tribuna delle
autorità cittadine ed acquistare i palii per i vincitori delle corse che
continuavano a svolgersi durante il Carnevale.
Agli anziani non veniva però riservata una sorte migliore: in cambio di una
misera, ma per taluni necessaria, somma in denaro erano costretti a correre
nudi. Nel 1633 ci si spinse, se possibile, oltre, in una incredibile esposizione
delle deformità. Ci dicono gli Avvisi, i "giornali" dell'epoca:
"In strada giulia... fu corso un palio di gobbi ignudi molto ragguardevoli
per la varietà delle loro gobbesche schiene, che per esser cosa nuova in questa
città vi concorse molto popolo e nobiltà in carrozza". E' difficile oggi
immaginare come ciò potesse essere fonte di divertimento, ma il dato storico
può essere compreso solo evitando di giudicare con la sensibilità ed i
parametri di un'epoca successiva gli eventi di allora che, per essere
intelligibili, vanno relazionati al contesto in cui si verificarono. I palii
umani erano molto apprezzati dai romani, e talvolta se ne svolgevano anche di
straordinari. Il 20 agosto 1633 ad esempio, come risulta da un documento
dell'epoca, "Per passatempo et ricreatione in questi caldi estivi, da
persone particolari giorni addietro fu fatto correre in Trastevere un palio di
zoppi... con gran piacere del popolo che in gran numero vi concorse a
vedere".
La corsa principale del Carnevale dell'epoca era però quella dei barberi,
piccoli cavalli adornati per l'occasione. Incitati dalle urla ed inferociti
dalle aguzze punte poste sui loro fianchi, venivano lanciati in piazza del
Popolo per essere ripresi nell'attuale piazza Venezia. Nobili e cardinali
avevano il proprio barbero ed assistevano alla gara dai palchi e dalle tribune
allestiti lungo il percorso. Il vincitore riceveva il palio, uno stendardo in
panno finemente decorato, ed una somma in denaro.
Gli incidenti agli animali erano frequenti, non vi si faceva molto caso.
Talvolta però si ebbero vittime anche fra gli spettatori. Nel 1624 un uomo
mascherato, spaventando i barberi con il proprio cavallo, provocò la morte di
un bambino. Si trattava di un reato per cui era prevista l'impiccagione, ma
"La Corte non hebbe ardire di far prigione detta maschera reputata per
persona di qualità all'habito e al Cavallo ma per poco pratico cavaliere".
La corsa fu definitivamente soppressa all'inizio degli anni Ottanta del secolo
scorso.
A vivacizzare il Carnevale c'erano anche i caratteristici carri allegorici, che
rappresentavano scene mitologiche oppure eventi politici, allestiti da rioni,
autorità cittadine e famiglie nobili, ed i cortei mascherati che sfilavano
lungo il Corso - Cassandrini e Meo Patacca, Pulcinella e Rugantini in quantità
- con la significativa partecipazione degli artisti stranieri ospiti delle
Accademie. Alcuni carri fecero a lungo parlare di sé, come quello musicale
ideato agli inizi del Seicento dall'artista e scienziato Pietro della Valle.
Dedicato alla Fedeltà d'Amore, era composto da cinque voci e strumenti.
"Piacque estremamente", riferiscono i cronisti dell'epoca, tanto che
si trascinò dietro "quasi tutta la città" e dovette ripetere
infinite volte lo spettacolo, perché ognuno voleva ascoltarlo "quattro o
sei volte".
Numerosi editti, emanati annualmente per alcuni secoli, regolavano i
divertimenti carnevaleschi. Alle donne era vietato mascherarsi - ma i diari
dell'epoca ci dicono che le autorità in genere chiudevano un occhio - così
come non si potevano usare maschere che "in qualunque modo rappresentino
persone di religione". Ovviamente, era anche proibito lanciare oggetti,
uova "con acqua guasta, melangoli, eranci, rape", ma i romani non
davano più di tanto ascolto alle disposizioni, e talvolta bersagliavano anche
le allegorie dei carri carnevaleschi, spesso incomprensibili ai più.
Le uova ricevevano una particolare attenzione da parte delle autorità, che
arrivarono ad impedirne la vendita recandosi direttamente a distruggerle nelle
botteghe. Nulla da fare. Quei bricconi di romani lanciavano di tutto: se i
confetti di gesso - pesanti antenati dei coriandoli - venivano riversati a
pioggia nelle strade, vi erano anche lanci di cose che "non è lecito
nominare". Gli oggetti volavano spesso dalle finestre macchiando
"vesti di valore a gentildonne e cavalieri", e talvolta ci scappava
pure qualche ferito. Per gli eccessi carnevaleschi era prevista persino la
condanna a morte, ma le pene venivano decise caso per caso "ad arbitrio di
Monsignor Reverendissimo Governatore". I trasgressori dei divieti furono
spesso sottoposti in pubblico alla fustigazione - come nel 1692, quando "fu
frustato per la città un ammascherato da Pulcinella perché andava scherzando
per il Corso con un salame" - oppure al supplizio della corda: il
malcapitato veniva sollevato da terra con una fune collegata ad una carrucola
che teneva legate le braccia dietro la schiena, e poi lasciato cadere di colpo.
Anche le prostitute sorprese in maschera - a dispetto del divieto loro imposto -
erano frustate, ovviamente in pubblico e, inutile dirlo, lungo il Corso... tutto
è spettacolo!
I romani non potevano far finta di nulla. Gli strumenti di tortura erano infatti
sistemati in modo stabile per le vie più frequentate della città fino al 1798
quando, a furor di popolo, furono abbattuti a colpi di scure. Nella seconda
metà del Seicento si era intanto radicata la macabra consuetudine di eseguire
le sentenze capitali in pubblico, nelle principali piazze romane, proprio nei
giorni dei festeggiamenti carnevaleschi, "cosa insolita da farsi in quei
giorni allegri", sottolinea Giacinto Gigli nel suo diario. Nel Settecento
iniziarono ad essere giustiziati durante il Carnevale i condannati eccellenti,
in carcere per motivi politici: il rito della punizione, trasformato in
spettacolo, doveva avere una funzione deterrente nei confronti dei
malintenzionati.
Nobili e cardinali concludevano le serate con quelle sontuose rappresentazioni
che si svolgevano, oltre che nei teatri pubblici - per alcuni secoli aperti solo
durante il Carnevale - nelle abitazioni private dell'aristocrazia. Alla fine del
Settecento i nobili iniziarono ad utilizzare i teatri anche per feste da ballo e
banchetti.
Pure i divertimenti apparentemente più innocui furono in alcuni periodi
soggetti a restrizioni e divieti, come la festa dei moccoletti che il martedì
grasso, nel suo sfavillante e magico scintillio, concludeva il Carnevale. La
città cambiava allora aspetto: le finestre si illuminavano, ed una enorme e
chiassosa folla si riversava nelle strade. Ognuno aveva un proprio lume, ed il
divertimento consisteva nello spegnere con qualsiasi stratagemma (l'inventiva
era veramente grande!) il moccolo degli altri, cercando di tener sempre acceso
il proprio. Nell'allegra confusione, secondo le fonti dell'epoca, si alzavano
anche "infiniti clamori" ed espressioni "indecenti e
scandalose". In alcune occasioni arrivarono quindi i divieti: chiunque
fosse stato trovato, il martedì grasso, con "candele, moccoli, lanternoni
o fiaccole" rischiava cinque anni di carcere. Non è tutto. Chi denunciava
i detentori di moccoletti avrebbe dovuto ricevere un premio pecuniario. Il
condizionale è d'obbligo perché le autorità, mentre cercavano di sviluppare
con incentivi materiali la collaborazione popolare, spesso non mantenevano le
promesse.
La risposta religiosa a questi festeggiamenti profani - che alcuni pontefici, a
differenza di altri, tentarono di osteggiare - erano le Quarantore, cerimonia
celebrata negli ultimi giorni di Carnevale in alcune chiese (la più famosa si
svolgeva al Gesù) con musica, teatro sacro, macchine ed apparati vari,
allestiti con i migliori mezzi scenografici.
Ma certo la lotta era impari, ed il Carnevale aveva la meglio, continuando a
stupire i viaggiatori in sosta a Roma, non sempre però coinvolti dal clima di
festa esistente nella città. Nel 1788 Goethe, lamentando che i romani durante
quei giorni erano autorizzati ad "essere pazzi e stravaganti quanto gli
pare e piace", nel suo aristocratico distacco concludeva che bisogna averlo
visto il Carnevale romano, una festa a suo avviso priva di vera allegria,
"non fosse altro che per togliersi dalla mente il desiderio di
rivederlo".
Soltanto alcune calamità naturali, gravi epidemie o guerre, nonché la morte di
un pontefice durante il Carnevale riuscivano a frenare la baldoria. Le
restrizioni venivano però accettate malvolentieri, e c'era sempre chi non
voleva rinunciare al divertimento. Nel 1702, anno di giubileo straordinario, il
Carnevale praticamente non fu festeggiato. L'anno successivo, in seguito ad un
forte terremoto che aveva colpito Roma, vennero emanati nuovi divieti. Qualcuno
organizzò uno scherzo. Nella notte fra il 3 ed il 4 febbraio, riferisce il
diarista Valesio, "si sollevò universalmente per la città un
sussurro": la Madonna, apparsa al pontefice, aveva annunciato per le ore
successive un tremendo terremoto che avrebbe portato la città alla distruzione.
In un baleno la voce si diffuse di casa in casa, e "per lo spavento
moltissimi uscirono nudi involti solo nelle coperte di letto". Scoppiarono
tumulti nelle carceri e proteste nei monasteri. Le piazze si riempirono, finché
gli sbirri riuscirono a far ritornare tutti nelle proprie abitazioni. I
colpevoli dello scherzo rimasero ignoti, ma una spiegazione andava comunque
fornita. Fu allora escogitata una comoda soluzione: si era trattato di un
"fatto diabolico". Il diavolo non poteva certo essere imprigionato, e
la credibilità delle autorità papali ne usciva salva.
"In quaresima pe' ddivuzzione...se
magneno li maritozzi, anzi c'è cchi è ttanto divoto pe' mmagnalli, che a ccapo
ar giorno se ne strozza nun se sa quanti". Così, con la sua ironica
vivacità Giggi Zanazzo, le cui opere sono un prezioso strumento per chi vuole
conoscere le tradizioni della Roma del secolo scorso, commentava l'usanza
quaresimale "der zanto maritozzo", dolce allora molto amato, che il
primo venerdì di marzo, "san Valentino" dell'epoca, veniva anche
donato dai giovani alla propria innamorata.
Per alcuni secoli le autorità pontificie emanarono annualmente provvedimenti
volti a disciplinare il digiuno quaresimale. Uova, formaggio e carne erano
consentiti soltanto per "valetudinarij ed infermi", cioè anziani e
malati, previo permesso scritto. Medici e parrocchiani venivano ammoniti: coloro
"che sottoscriveranno dette licenze senza legittima causa oltre al
partecipare, che faranno de peccati d'altri nel che si carica la coscienza loro,
saranno da noi puniti ad arbitrio nostro". Gli avvertimenti - è sempre
Zanazzo a parlare - restavano però inascoltati: "Cce sò bbône ddispense
p'er magnà dde grasso, che sse ponno co' ppochi sòrdi ottiene' ddar curato de
la parocchia". A coloro che volevano invece essere ligi alle regole non
restava che rimpinzarsi di ceci e baccalà... fortunatamente però c'erano i
maritozzi con cui consolarsi! Un divertente dialogo scritto nel 1834 da un
sacerdote romano, Giuseppe Righetti, sorta di curioso "manuale del perfetto
digiunatore", ci permette di conoscere esattamente cosa era lecito mangiare
in tempo di Quaresima.
Rigidamente disciplinata, nei secoli passati, era anche l'osservanza del
precetto pasquale. Gli Stati delle anime, liste che i parroci compilarono ogni
anno, dal Cinquecento al 1870 recandosi personalmente in case, osterie, botteghe
e locande, servivano a controllare che tutti i romani adulti e battezzati - ad
eccezione dei pubblici peccatori - si confessassero e ricevessero la comunione.
Questi censimenti ante litteram, sia pure molto imprecisi e redatti con
finalità di controllo della popolazione, rappresentano una preziosa fonte per
conoscere il numero e la composizione degli abitanti della Roma pontificia. La
popolazione veniva divisa in categorie che rispecchiavano lo scopo religioso di
questi elenchi: vi si trovano, tra gli altri, meretrici e concubinari, oggetto
di frequenti misure repressive da parte delle autorità ecclesiastiche.
A certificare l'adempimento degli obblighi veniva rilasciato un biglietto.
"Quelli che nun aveveno pijiato Pasqua - ricorda ancora Zanazzo - er 27
d'agosto, se vedeveno er nome e er casato de loro scritto sopra un tabbellone o
cartellone de fôra de la cchiesa de San Bartolomeo all'Isola" Tiberina, su
una colonna ora scomparsa, rimossa nel 1867 dopo essersi spezzata in seguito al
violento urto di un carro.
Anche in questo caso però si ritrovava "schedato" non tanto chi aveva
trasgredito, quanto coloro che non disponevano di "un scudo da rigalà ni
ar sagrestano pe' ffasse precurà un vijetto, ni a quelli bbizzochi farzi che
ppijaveno Pasqua pe' lloro e ppe' le poste", ovvero chi si comunicava al
posto di un altro in cambio di una somma in denaro. Anche Belli aveva
denunciato, nel 1834, quella che riteneva un'ingiustizia: "Nun prenno
pasqua: ebbè? scummunicato / ho ppiù ffed'io, che un Giuda che la prenne, /
perché un bijetto se crompra e sse venne, / e er chirico ne sa più del
curato".
Le autorità erano però di diverso avviso e i trasgressori, oltre a commettere
un peccato mortale, incorrevano "ipso facto nella pena dell'Interdetto,
cioè in vita li sarà proibito entrare in chiesa e morendo saranno privi della
sepoltura ecclesiastica". Gli scomunicati, per tornare in grazia di Dio,
dovevano partecipare ad una funzione nella quale, tra l'altro, ricevevano in
pubblico alcuni colpi di verga sulle spalle nude. C'è di più. A non rispettare
gli obblighi religiosi si rischiavano a quei tempi anche pene corporali e
persino il carcere. I controlli erano particolarmente rigidi. Viene quindi
spontaneo pensare che molti romani siano stati ligi alle regole più per evitare
le conseguenze repressive che per reale convinzione. Non tutti però si
lasciavano intimorire. Il celebre Meo Pinelli finì ad esempio nell'elenco
dell'isola Tiberina. Non ne fu contrariato: sembra però che non riuscisse
proprio a digerire il fatto di essere stato qualificato come pittore anziché
incisore!
Nella Roma dei papi anche la Pasqua diveniva, come tutte le festività
religiose, l'occasione per qualche ora di spensierato divertimento, che le
autorità tentavano invano di frenare. Gli editti vietavano "di fare
disordini, schiamazzi e scandali", e di utilizzare le cerimonie religiose a
pretesto per passatempi mondani, circostanza che però continuò sempre a
verificarsi. Nel corso della Quaresima ad esempio le visite alle chiese divenute
stazioni religiose - per cui erano previste particolari indulgenze - si
trasformavano spesso in occasioni di incontro e corteggiamento.
Durante la Settimana Santa, come nelle altre festività religiose, le prostitute
non dovevano apparire in pubblico. Era quindi loro vietato di recarsi alle
stazioni quaresimali come ai sepolcri, né potevano circolare a cavallo o sui
cocchi e ricevere uomini nelle proprie abitazioni. Sempre per evitare
distrazioni mondane, le osterie dovevano rimanere chiuse di notte e alle suore
era vietato allestire i sepolcri considerati, per lo sfarzo dei loro addobbi, un
divertimento troppo mondano. Tradizionali erano gli scherzi di mezza Quaresima,
quando si usava fare delle scalette di carta: "ssenza fasse accorge -
seguiamo ancora Zanazzo - s'appuntaveno co' le spille de dietro a l'abbiti de la
ggente, che ppassaveno pe' strada". Poi si urlava "Acqua!", e
talvolta al grido seguivano i fatti.
Aprivano la Settimana Santa le cerimonie della domenica delle palme, con la
benedizione e la distribuzione dei ramoscelli. I discendenti di un certo capitan
Bresca ebbero dalla fine del Cinquecento il privilegio di fornire la basilica di
San Pietro degli ulivi necessari. Sull'origine di questo monopolio si racconta
una leggenda. Era il settembre del 1586 quando, nel corso dell'erezione
dell'obelisco di San Pietro, si giunse ad una situazione critica. Gli argani si
erano bloccati, ed i cavalli non riuscivano a sollevare l'enorme peso. Sisto V,
pontefice noto per la sua severità, aveva dato ordini molto chiari: durante i
lavori al pubblico presente era vietato parlare, pena la morte. Ad un certo
punto però dalla folla si alzò un grido: "Acqua alle funi!". Il
suggerimento fece risolvere le difficoltà, ed i lavori furono ultimati.
L'autore dell'infrazione, arrestato e condotto al cospetto del pontefice, non
solo non venne giustiziato, ma ottenne l'importante privilegio.
In occasione delle cerimonie pasquali Roma diveniva il crocevia di una folla
ingente di viaggiatori e pellegrini. Agli inizi del Settecento troviamo annotato
nel diario Campello: "Per la Settimana Santa passarono 100.000 forestieri
venuti per tale effetto, e se ne raccolse il conto dai forni che convenne aprire
di più et era una cosa incredibile a vedersi la quantità della nobiltà di
tutta Europa, a vedere tutte le strade piene di popolo, sì che Roma pareva
Parigi".
Nei molteplici riti della Settimana Santa dominava spesso il lato spettacolare.
Una delle principali cerimonie era la Via Crucis, che si svolgeva - allora come
oggi - nell'atmosfera particolarmente evocativa del Colosseo, ma numerose
processioni erano organizzate anche da confraternite ed associazioni di vario
tipo. Molto importante era quella della Compagnia della Resurrezione, la notte
del sabato santo, che si concludeva in piazza Navona, con fuochi d'artificio ed
una festa allestita a spese degli spagnoli.
All'interno di San Pietro la sera del giovedì e venerdì santo "attaccata
per aria, sopra l'artare maggiore, ce metteveno una gran croce de metallo
lustro, arta un tre ccanne" (poco più di sei metri e mezzo) e "llarga
una e mezza, illuminata da guasi un mijaro de lumini, che sbrilluccicava come un
sole", così riferisce l'immancabile Zanazzo.
Il giovedì - oltre ad essere il giorno dei sepolcri - è occupato dalla
cerimonia del mandato, in cui il papa lava simbolicamente i piedi ad alcuni
poveri vestiti, per l'occasione, interamente di bianco, ai quali dopo essere
stati consegnati alcuni oggetti ed una somma in denaro, viene anche offerta una
cena. Principale attrazione della serata era però la benedizione papale dalla
loggia di San Pietro. Il conte d'Espinchal, giunto a Roma nell'ultimo decennio
del Settecento, ci descrive questa solenne cerimonia. Le strade sono gremite di
popolo, "la calca è immensa e da essa si eleva un mormorio grande e
rumoroso. Ma, non appena Sua Santità apparisce sulla Loggia e da essa si
affaccia, d'un tratto ogni clamore si acquieta in un silenzio assoluto
impressionante". Subito dopo la benedizione, da tutta la città arrivava il
rumore di spari di cannone, mentre le campane - prima di essere
"legate" fino al sabato - suonavano a festa. I rituali del venerdì
santo erano improntati alla severità, pure se, deplorano i pellegrini
stranieri, persino all'interno di San Pietro, una volta uscito il papa,
"ricominciano un chiasso e un passeggio ed una rumorosa allegria, come se
si fosse in piazza o in teatro, anziché in un luogo sacro". Anche Goethe
nel 1788 lamentava la chiassosa baldoria che accompagnava le cerimonie
religiose: il "Cristo Signore risorgeva fra un frastuono indiavolato...in
tutte le vie e in tutte le piazze s'ode rimbombo di petardi, di razzi e di
girandole". Per comprendere il senso di queste affermazioni basta osservare
una litografia del Thomas: sembra di vedere una città in guerra più che in
festa! Scoppi di vasi di terracotta imbottiti di esplosivo, colpi di fucile
sparati dalle finestre, fumo ovunque... questo era il sabato santo che giungeva,
con il suo effetto liberatorio, dopo un periodo di digiuno e di ascolto delle
missioni, le prediche spesso scenografiche dei frati missionari.
Con i bòtti si concludeva dunque la Quaresima - la cui fine era annunciata
anche dalle ricche esposizioni nelle botteghe dei "pizzicaroli" - dopo
la tradizionale benedizione nelle case, anch'essa bersaglio della satira del
Belli, convinto che nelle abitazioni delle belle donne la cerimonia fosse più
accurata che altrove. La domenica di Pasqua finalmente si poteva mangiare a
volontà. Una tradizione non del tutto morta vuole che la colazione sia a base
di "zalame e ova toste": cibi che, ovviamente, dovevano essere stati
benedetti il giorno precedente, mentre il pranzo prevedeva "Brodetto, ova,
salame, zuppa ingresa, / carciofoli, granelli e 'r rimanente, / tutto a la
grolia de la Santa Cchiesa", dove "ingresa" sta per inglese e i
granelli sono i testicoli di vitello o di agnello.
Il Maggio, una delle principali
feste organizzate ogni anno da quegli inguaribili giocherelloni che erano i
romani di un tempo, si svolgeva nel grande prato allora esistente a Testaccio.
Il luogo, riservato ai divertimenti - dalle allegre scampagnate fuori porta
delle Ottobrate ai festeggiamenti carnevaleschi - fungeva anche da
"palestra" all'aperto per le esibizioni dei forzuti bulli. A
scatenarsi erano soprattutto i settori popolari, che riuscivano così a
trascorrere il tempo libero in modo spensierato fra balli, scherzi e passatempi
vari. Il gioco, considerato oggi un divertimento prevalentemente tipico
dell'età infantile, nei secoli passati scandiva tutta la vita dei romani,
soprattutto delle classi più misere, che vi trovavano un rifugio per sottrarsi
ai guai della vita quotidiana. Gli adulti si cimentavano dunque in passatempi
sedentari nelle osterie, ma anche in veri e propri sport che richiedevano una
buona preparazione atletica.
Oltre ai prati, anche vie e piazze della città venivano utilizzate per quei
giochi - talvolta chiassosi e ripetutamente vietati dalle autorità soprattutto
vicino a chiese, monasteri o nei pressi del Campidoglio - che spesso
degeneravano in liti o risse, quando non finivano addirittura a "sfrizzoli",
cioè coltellate.
Fino agli inizi di questo secolo era molto praticato uno "sport" che
ricorda il lancio del peso o del disco: veniva chiamato ruzzica, dal nome della
pesante ruota in legno che doveva essere lanciata il più lontano possibile
seguendo un percorso stabilito, lungo persino alcuni chilometri. La
partecipazione necessitava di una buona dose di abilità e allenamento, se si
voleva evitare di fare la figura di quel giocatore preso di mira dal Belli la
cui ruzzola - così viene definita in italiano - "appena ar fin de 'na
scorreggia arriva". Talvolta la ruota era sostituita da una, sicuramente
più pesante, forma di "cacio", che rappresentava però un potente
stimolo, rimanendo poi al vincitore come premio.
Una vivace descrizione del Maggio Romanesco ci viene data nel 1688 dal poema
epico-gioioso di Giovanni Camillo Peresio, che Bartolomeo Pinelli nell'Ottocento
iniziò ad illustrare. L'artista scomparve però senza essere riuscito a
completare l'opera.
Chiamato per l'occasione il maggio, l'albero della cuccagna era il principale
divertimento della festa. L'antica tradizione di questa allegoria pagana del
Paradiso Terrestre risale forse al Medioevo: sulla cima dell'albero venivano
posti i frutti proibiti difesi da un liquido che, rendendo scivoloso il palo,
complicava non poco la scalata. I più arditi giovani dei differenti rioni - i
celebri bulli energumeni attaccabrighe, smargiassi, prepotenti e galanti - si
sfidavano per conquistare il palio, premio destinato a chi raggiungeva la meta.
Urla, contestazioni ed incitamenti erano il consueto corollario della scalata,
una sorta di tifo chiassoso che rendeva più divertente il gioco.
Ambientato nella prima metà del Trecento, ai tempi del tribuno Cola di Rienzo,
organizzatore del palio, il poema ha come protagonista Jacaccio, tipico bullo
monticiano capace, a suo dire, di far fuggire "a rompicollo" gruppi
interi di suoi rivali servendosi solo della fionda. L'opera, testimonianza di
quella storica rivalità, mai sopita nella Roma papale, fra abitanti dei
differenti rioni, ben presto si tinge di rosa: i versi vedono quindi alternarsi
scene di amori, gelosie e risse di popolo, spettacoli consueti nella città di
un tempo. La contesa si conclude, abitudine allora molto diffusa, con una
sassaiola che coinvolge tutti i presenti, compresi i bottegai convenuti per la
fiera del Calendimaggio. Feriti e teste rotte erano all'ordine del giorno nei
divertimenti dell'epoca.
Tirare sassi costituiva infatti, a quanto pare, uno dei passatempi preferiti dei
romani; i bersagli, oltre alle persone, erano le povere statue, situate in
strade e piazze della città. Ma si svolgevano anche vere e proprie
"partite". Movimentato passatempo dei romani dei secoli passati, la
sassaiola di squadra era periodicamente ma inutilmente vietata dalle autorità
papali. Festività e domeniche erano ottime occasioni per praticare questo
"sport". Provvedimenti legislativi intimavano ai medici di denunciare
alle autorità i nomi dei feriti, mentre coloro che venivano colti sul fatto
erano torturati, come nel dicembre 1591 quando "furono dati tre tratti di
buona corda in pubblico a sedici giovinetti perché facevano a sassi in Campo
Vaccino con le fionde, et questo per essere morto subito un giovane di
sassata".
Espressione della rivalità fra i rioni storici era la sassaiola - che risale
forse al Trecento - fra trasteverini e monticiani, collegata ad una sorta di
"primato di romanità" che i due gruppi si contendevano. Lo scontro si
svolgeva periodicamente in Campo Vaccino, l'attuale Foro romano allora sede di
un mercato di bestiame, luogo idoneo anche perché ricco di rocci, ovvero sassi,
le munizioni usate nella sfida. Inoltre - "comodità" non certo
secondaria - il campo si trovava nei pressi dell'Ospedale della Consolazione.
Tra urla, invettive e tifo spesso "partecipato" si svolgevano vere e
proprie battaglie - definite "gagliarde" dai diari dell'epoca - fra le
due squadre. I colpi venivano evitati avvolgendo il mantello intorno al braccio
sinistro mentre con il destro (mancini a parte!) si lanciavano i sassi. I
"pali" avvisavano i contendenti dell'arrivo degli sbirri, che
trovavano spesso vuoto il campo di battaglia, quando non erano costretti ad una
fuga ingloriosa sotto il tiro incrociato delle due squadre, coalizzate contro il
nemico comune. Raramente avevano la meglio, riuscendo ad arrestare i
partecipanti, che venivano condotti in prigione e sottoposti in pubblico alla
tortura della corda.
La sassaiola continuò a svolgersi per alcuni secoli in Campo Vaccino, ma anche
in numerose piazze romane: neanche i francesi riuscirono a frenarla, e contro di
loro vi fu anche una sorta di intifada, ovvero lanci di sassi usati come arma di
protesta politica. Soltanto Pio VI, iniziando gli scavi nella zona, costrinse i
"belligeranti" a spostarsi in un'area tra il Palatino e l'Aventino. Le
battaglie, estendendosi, persero la caratteristica iniziale di rivalità tra i
due rioni, ma il cruento gioco si protrasse fino agli inizi di questo secolo.
I pellegrinaggi al Divino Amore
"La chiesoletta der
Divin'Amore / stà arampicata sopra un monticello / co' quattro case, un
abbeveratore / e cor intorno intorno un praticello; / e doppo er praticello una
pianura, / che chi lo sa pe' quante mija dura. / E sopra er prato, indove ve
vortate, / ce so' mille baracche improvisate". Il piccolo santuario di
Castel di Leva, sull'Ardeatina, mirabilmente descritto da Giggi Zanazzo ne Le 'minente
ar Divin'Amore, diveniva un tempo meta di partecipatissime ed allegre
scampagnate sacroprofane che si svolgevano il lunedì successivo alla
Pentecoste, ricorrenza della discesa dello Spirito Santo sugli apostoli,
ripetendosi però spesso anche nelle settimane seguenti.
Uomini, ma soprattutto donne - le cosiddette madonnare - raggiungevano il luogo
a piedi o in carrozza recitando litanie e cantilenando ripetutamente:
"Viva, viva, sempre viva / la Madonna del Divino Amore / fa la grazia a
tutte le ore / noi l'andiamo a visitare". In realtà l'aspetto religioso
della festa era spesso un "pretesto" per rompere la quotidianità con
una divertente scampagnata tanto che, quando Zanazzo faceva dire ad un suo
personaggio che prima di entrare nell'osteria era meglio andare "armeno a
dì 'n'avemaria", esprimeva certamente un sentimento molto diffuso fra i
partecipanti. I romani usavano invece sottolineare che le gite erano
caratterizzate da "Divino Amore all'andata e Amor di vino al ritorno".
Per recarsi in pellegrinaggio ci si incontrava la mattina presto e, dopo un
caffè a piazza Margana, si saliva, pronti per partire, su quelle carrozze
certamente più colme di strumenti musicali che di corone. Ma qualcuno arrivava
a Castel di Leva anche la sera prima e, come lamenta uno scrittore in vena di
moralismo, il luogo sacro veniva "lordato" senza alcun rispetto,
"uomini e donne insieme confusi si gettano sulla terra come bestie, e così
rimangono tutta la notte".
"Arrivati llà sse sentiva prima de tutto la messa; e ddoppo èssese goduti
tutti li gran miracoli", dice Zanazzo - ciechi che vedevano, storpi che
camminavano, indemoniate che si liberavano - alle dieci del mattino la cerimonia
religiosa era già terminata. A questo punto le donne, agghindate ben bene e
sfoggiando un costume per il cui acquisto avevano fatto sacrifici durante tutto
l'anno, si recavano ad Albano dove, nelle osterie di campagna, si mangiava e,
chiaramente, si beveva "a garganella". Scrive in proposito Giggi
Zanazzo: "Ah Bottegà, apparecchiece pe' venti / e portece da pranzo pe
millanta; / che cianno un appetito sti strumenti / ch'ognuno magna armeno per
quaranta". Al ritorno, annebbiati dal vino, si arrivava a confidare nella
memoria del cavallo per ritrovare la strada di casa mentre, per non far passare
la sbornia, ogni tanto ci si fermava a bere un altro sorso. Gli incidenti,
ovviamente, erano all'ordine del giorno. Arrivati a Roma si faceva una sosta al
caffè di San Luigi dei Francesi o ai Caprettari. Quando rimaneva qualche soldo,
la domenica successiva ci si recava al Corso per fare un po' di baldoria e, se
ci scappava, anche fuori porta per una nuova allegra abbuffata.
La sacralità del Divino Amore, non molto antica, risale alla primavera del
1740, quando un viandante diretto a Roma si imbatté in un branco di cani dalle
intenzioni minacciose; il malcapitato rivolse allora le sue preghiere verso
un'immagine della Madonna col Bambino effigiata su un'antica torre:
l'implorazione riuscì a far placare ed allontanare i cani. Si gridò al
miracolo anche se il fatto, in verità, non appare particolarmente strabiliante.
Tant'è. L'immagine divenne subito meta di pellegrinaggi al punto che, secondo
un cronista, "non si distingueva più il giorno dalla notte e continuamente
era un accorrere di pellegrini sempre più devoti e numerosi che ricevevano
numerose grazie". Il Vicariato, ribadendo l'autenticità del fenomeno,
decise di tutelare l'immagine che, staccata dal muro, venne trasferita nella
vicina chiesetta di Santa Maria ad Magos. Con l'aumento dei
"miracolati", iniziò a profilarsi un promettente risvolto economico.
Sorse quindi un contenzioso fra il conservatorio di Santa Caterina della Rosa,
proprietario della torre dove si trovava l'immagine ed il capitolo di San
Giovanni, da cui dipende Santa Maria ad Magos.
La Sacra Rota stabilì che le offerte, raccolte dal conservatorio di Santa
Caterina della Rosa, sarebbero state impiegate per costruire un santuario
destinato ad ospitare la miracolosa effigie. Realizzata con molta semplicità,
utilizzando anche materiali provenienti dall'antico castello, il lunedì di
Pasqua del 1745 la nuova chiesa vide l'ingresso "trionfale"
dell'affresco, con una nutrita partecipazione popolare. Fu concessa l'indulgenza
plenaria a quanti avessero visitato il luogo. La consacrazione ufficiale venne
però effettuata dal cardinal Rezzonico, il futuro Clemente XIII, nel corso
dell'Anno Santo del 1750. Durante la seconda guerra mondiale l'immagine fu
trasportata, al riparo dai bombardamenti, nella chiesa di Sant'Ignazio. La
devozione popolare, ancora oggi viva pur se meno evidente, è testimoniata dai
numerosi ex-voto che tappezzano le pareti di questa "chiesoletta" alle
porte di Roma, che in un futuro prossimo verrà però rimpiazzata da un nuovo
santuario, più ampio, attualmente in fase di costruzione.
La celebrazione del Corpus Domini
la cui data, mobile, è finita negli ultimi tempi per slittare dal giovedì alla
domenica successiva alla santissima Trinità, venne istituita da Urbano IV nel
1264 con la bolla Sic transiturus in seguito al cosiddetto miracolo di Bolsena,
ovvero quel rivolo di sangue che sarebbe sgorgato dall'ostia consacrata per far
ricredere un sacerdote boemo che stava celebrando la messa con un certo
scetticismo.
Nella Roma dei papi in tale occasione si svolgeva ogni anno una solenne
processione che, partendo dalla Cappella Sistina, attraversava le strade del
rione Borgo. Nel 1823 Antoine J. B. Thomas, a commento delle sue litografie,
ricorda che il papa portava personalmente l'ostensorio con il santissimo
Sacramento ed era condotto in sedia gestatoria, ovvero "su una macchina
dove sembra stare in ginocchio, mentre in realtà è seduto". Circondavano
il pontefice cardinali, prelati, clero e guardie svizzere, per un totale di
circa tremila persone. Nei giorni successivi le varie confraternite religiose
organizzavano anche altre processioni, minori, nei differenti rioni.
Vista la lentezza, all'epoca, degli spostamenti, quando il papa era in viaggio
la processione principale si svolgeva "in trasferta". Nel 1462 venne
ad esempio effettuata a Viterbo ed i preparativi furono talmente accurati che si
arrivò persino a rimuovere le parti sporgenti degli edifici.
La cerimonia creava spesso problemi di ordine pubblico alle autorità
pontificie. Per tentare un rimedio furono minacciate punizioni severissime. Chi
turbava i preparativi tagliando "tende, canapi ed altri oggetti"
rischiava la tortura ed una ammenda: ben più pesanti erano però le pene per
coloro che disturbavano lo svolgimento della funzione. A fare "rumore,
strepito, o sorte alcuna di violenza per tutto lo spatio della strada deputata
per la Processione" ci si poteva rimettere anche la vita. Alle donne, pur
se "honestissime", era vietato affacciarsi in finestra sulle strade
della cerimonia e le autorità si riservavano, persino in questo caso,
"l'arbitrio di alterare e accrescere le pene anco infino alla morte":
esse dovevano invece recarsi alla processione, ad esclusione delle prostitute,
alle quali era impedita la presenza. Coloro che incontravano la cerimonia,
"anco Cardinali o altri Signori personaggi" erano tenuti a
"smontare di cocchio o di cavallo" e parteciparvi. Furono minutamente
regolati anche gli abiti dei differenti ufficiali della Curia romana che erano
obbligati a prendere parte alla funzione.
La popolazione, lamentavano le autorità, perdeva spesso di vista le finalità
religiose, cosa frequente in una città in cui le principali occasioni di festa
erano rappresentate proprio dalle ricorrenze liturgiche: più volte vennero
quindi emanati provvedimenti legislativi affinché la processione fosse seguita
con devozione e non degenerasse in oggetto di curiosità, fuochi d'artificio,
colpi di fucile e sfarzo inutile. Un pontefice, infuriato per l'invasione di
prostitute verificatasi in San Pietro durante la festività religiosa, arrivò
persino a far strappare gli ori e le gemme che adornavano le loro vesti. La
celebrazione, che si era trasformata con il tempo in una contrattazione fra i
vari gruppi di dignitari che si contendevano onori e precedenze, talvolta aveva
anche uno strascico nelle animate discussioni che si svolgevano all'interno
delle osterie, concludendosi spesso con risse e persino omicidi.
La processione del Corpus Domini era una delle rare occasioni in cui, nella Roma
dei papi, le differenti classi sociali potevano trovarsi fianco a fianco, magari
nelle sedie affittate lungo il percorso della processione. Ognuno cercava di
partecipare ai festeggiamenti a modo suo, talvolta anche con una certa
creatività. Leggiamo in un esposto della fine del Seicento che due artigiani,
"con occasione del S.mo Sacramento che processionalmente passò per detta
strada nell'ottava del Corpus Domini....a honore et gloria di Dio fecero con
molta loro spesa una figura di Bacco sopra un barile con razzi e fuochi
accomodato per abrugiarlo ad honore del S.mo Sacramento come è solito farsi in
tutti li luoghi in tale solennità et conforme anco è permesso da Nostro
Signore. Detta imagine gli fu con molto affronto levata dalli sbirri di V. S.
Ill.ma di potenza de fatto et senza querela di alcuno, ma solo per compiacere ad
una persona del vicinato delli oratori". I due chiedevano la restituzione
del maltolto, per poter bruciare la loro creazione alla festa "delli
prencipi delli Apostoli", ovvero il 29 giugno.
Un protestante di passaggio a Roma, tale Meyer, ci ha lasciato una bella
descrizione della processione del 1783: il lastricato era coperto di sabbia
bianca, fronde d'alloro e mirto, foglie e fiori, mentre le case venivano
addobbate con tappeti colorati ed immagini religiose. All'improvviso, "il
suono a stormo di tutte le campane e il tonar del cannone di Castel Sant'Angelo
diedero l'annuncio della comparsa del Capo della Chiesa". "Il bel
vecchio venerando procedeva portato a spalla dai suoi sediari su una grande
sedia coperta di ricche stoffe, sotto un baldacchino retto da dignitari. Il
passo dei portatori era così eguale e lento che il Papa sembrava librarsi
nell'aria". Al passare del pontefice, "tutti si precipitavano a terra
come colpiti dalla folgore".
Sospesa nel 1870, la processione è stata ripristinata stabilmente e nel pieno
della sua solennità ad opera di Giovanni Paolo II, dopo alcuni sporadici
tentativi effettuati dai precedenti pontefici. Dal 1979 si svolge ogni anno, il
giovedì successivo alla celebrazione della santissima Trinità, da San Giovanni
in Laterano a Santa Maria Maggiore percorrendo via Merulana.
San Giovanni e la notte delle streghe
Festeggiare la notte delle streghe,
fra il 23 e il 24 giugno, nella zona di San Giovanni, è per i romani un'usanza
remota. Un tempo erano le donne, spesso in abiti maschili, le vere protagoniste
della serata, anche se in quell'occasione, in quanto "colpevoli" del
martirio del santo, non potevano entrare nella basilica. Si fermavano allora
davanti alla chiesa, dove la sera della vigilia di san Giovanni si svolgevano
particolari cerimonie religiose, "insidiando" gli uomini e chiedendo
loro una "mancia".
Durante quella magica notte era inoltre consuetudine allestire enormi falò per
difendersi dal male, banchettare con vino e lumache per seppellire rancori,
trascorrere il tempo cantando e ballando in strada fra suoni di campanacci e
profumi di spighetta... ma anche appartandosi "sotto vano pretesto di
prendere la guazza" - la "prodigiosa" rugiada dell'alba - tanto
che le autorità, per impedire gli "inconvenienti" vietarono
ripetutamente, con la minaccia di gravi pene corporali, "di portarsi in
detta notte fuori delle porte della città o in altri luoghi disabitati, come a
Monte Testaccio alle vigne e ai giardini, sotto qualsiasi pretesto che possa
recar scandalo o dar motivo di credere ciò". Nella notte dei miracoli,
tripudio dell'amore e momento di scambio di promesse tra fidanzati, si aprivano
al pubblico i bagni del Tevere, perché si credeva che in quell'occasione il
santo conferisse portentose virtù alle acque.
Ancora alla fine dell'Ottocento i romani, dopo aver preso una testa di aglio per
difendersi dalle streghe, si ritrovavano nelle osterie fuori porta San Giovanni,
dove gli ultimi arrivati dovevano spesso litigare con gli osti, trovando nel
piatto numerose lumache "riciclate", cioè gusci vuoti, il cui
contenuto era stato già mangiato dai più previdenti avventori giunti
all'inizio della serata.
Si racconta che in quei momenti, usando una serie di accorgimenti, era possibile
vedere le streghe - che pure avevano il potere di diventare invisibili - pronte
per recarsi in massa al noce di Benevento: "Uno se portava un bastone fatto
in cima a furcina, e quanno stava sur posto, metteva er barbozzo drento a la
furcina, e in quer modo poteva vede' bbenissimo tutte le streghe che ppassàveno
llaggiù vverso Santa Croce in Gerusalemme, e vverso la salita de li Spiriti.
Pe' scongiuralle, bbastava de tienè' in mano uno scopijo, un capodajo e la
spighetta cor garofoletto", e soprattutto fare molto rumore, perché il
frastuono - era credenza diffusa - allontanava gli spiriti del male.
"S'intenne che pprima d'uscì dda casa, de fôra de la porta, ce se metteva
la scopa e er barattolo der sale. Accusì si una strega ce voleva entrà' nu' lo
poteva, si pprima che sonassi mezzanotte nun contava tutti li zzeppi de la scopa
e ttutte le vaghe der sale. Cosa, che bbenanche strega, nu' je poteva ariuscì;
perché, si sse sbajava a ccontà' aveva d'arincomincià dda capo".
Misteriose leggi della magia! Ma ancor più arcane ci appaiono le ragioni che
portavano, neanche un secolo fa, un uomo come Giggi Zanazzo, che non era certo
l'ultimo sprovveduto, a parlarcene con tanta convinzione. La paura delle streghe
e la credenza che il diavolo potesse influire sulle vicende terrene, si sa,
furono per alcuni secoli condivise da tutti gli strati sociali, dalla
popolazione alle più elevate sfere ecclesiastiche.
La festa si concludeva all'alba quando il papa, dopo lo sparo del cannone di
Castello, si recava a San Giovanni per celebrare la messa alla presenza delle
autorità religiose e politiche, dopo la quale dalla loggia della basilica
gettava monete d'oro e argento: il lancio, ovviamente, scatenava la folla
presente. Una processione religiosa attraversava poi le vie della città mentre
nel pomeriggio il canto dei Secondi vespri nella basilica Lateranense chiudeva
le celebrazioni.
Dal 1891 venne organizzato annualmente, proprio durante quella particolare
notte, un festival della canzone romana. Un "inconveniente" ritardò
però l'inizio della prima edizione, impedendone lo svolgimento nell'osteria di
Facciafresca: ci mancò poco infatti che il palco non sprofondasse sotto il peso
dell'orchestra. Ovviamente tutti pensarono al malocchio, argomento perfettamente
in tema con la serata, e l'iniziativa si svolse la domenica seguente nel teatro
di varietà Grande Orfeo, che si trovava nell'attuale via De Pretis. La canzone
vincente, interpretata dall'ancora poco conosciuto Leopoldo Fregoli, si
intitolava, inutile dirlo, Le streghe: "M'hanno detto che le streghe / so'
vecchiacce brutte assai / me domanno come mai / nun so' belle come te". Il
festival si svolse ogni anno nel corso di una festa sempre più organizzata -
con le sfilate di carri dei differenti rioni ed una crescente e chiassosa
partecipazione popolare - provocando, tra le critiche, quella di Trilussa,
secondo il quale per scrivere una canzone per la competizione bastava "la
spighetta, er garofano coll'ajo, / er bacetto, le streghe e quarche sbajo".
La tradizione proseguì anche sotto il fascismo - dopo l'interruzione della
prima guerra mondiale - coinvolgendo poeti, musicisti e cantanti. Dopo un lungo
periodo di silenzio, dal 1991 il Festival si svolge, ormai sotto tono,
nell'ambito della Festa de' Noantri, mentre la tradizionale festa di san
Giovanni prosegue sempre più stancamente.
San Pietro e Paolo e la consegna della Chinea
Appena qualche giorno per
"riposarsi" un po' dalla festa, ed ecco che ai romani era già offerta
un'altra opportunità per fare baldoria, la ricorrenza di san Pietro e Paolo.
Per l'occasione si usava incendiare una girandola a Castel Sant'Angelo, mentre
la basilica di San Pietro diveniva teatro di un'illuminazione talmente
spettacolare che, ci dice il Belli, "tt'intontissce e tte fa pperde er
fiato". Migliaia di fiaccole e lanternoni, come per "miracolo",
erano accesi in contemporanea da squadre di "sampietrini"
acrobaticamente calati attraverso un sistema di corde. L'ultima "portentosa
fiaba", così Goethe aveva definito quest'illuminazione, risale alla prima
metà del nostro secolo: l'elettricità ha poi reso il tutto più semplice, ma
certo meno suggestivo.
In occasione del 29 giugno (data in cui venivano riscossi i tributi dovuti alla
Camera Apostolica) si celebrava anche la festa della Chinea ovvero la consegna,
da parte dell'ambasciatore straordinario del re delle due Sicilie - il
connestabile, membro della famiglia Colonna - di un cavallo bianco sontuosamente
bardato, la chinea appunto, ritenuto comodo da cavalcare perché ambio. Sul
dorso dell'animale, particolare certo non secondario della cerimonia, veniva
posta una coppa d'argento contenente settemila scudi d'oro, tributo dovuto per i
diritti della Chiesa sul regno di Napoli e di Sicilia. Il corteo di patrizi,
ambasciatori e prelati partiva dal palazzo dei Colonna in piazza santissimi
Apostoli per arrivare a San Pietro dove la chinea, opportunamente ammaestrata,
si inginocchiava di fronte al pontefice. Il 1624 fu un anno sfortunato per la
festa. Il povero animale, presentato il 28 giugno, morì il giorno seguente,
forse avvelenato, mentre durante la girandola prese fuoco un albero, colpito da
un razzo.
I festeggiamenti proseguivano poi sino a notte inoltrata: i nobili si
ritrovavano nel palazzo per uno dei loro soliti e lauti banchetti, il popolo
manifestava invece "allegrezza" in strada. In conclusione veniva
bruciata una macchina pirotecnica che generava razzi e fuochi d'artificio.
Risale agli inizi del Settecento la consuetudine di allestire, il 28 e 29
giugno, due sontuose macchine in piazza santissimi Apostoli (più raramente in
piazza Farnese), di cui conosciamo le caratteristiche grazie alle minuziose
incisioni, accompagnate da esaurienti didascalie, che vennero stampate
annualmente dal 1723.
Nella Roma del Settecento queste spettacolari ed enormi costruzioni effimere in
legno e tela dipinta (che talvolta superavano i trenta metri di altezza, ma
potevano arrivare anche a quaranta!) allestite in piazze, chiese o palazzi
nobiliari, accompagnarono numerose feste. Frutto di un notevole lavoro che
coinvolgeva i principali artisti dell'epoca, rappresentavano affollate scene
mitologiche, spesso simbolicamente allegoriche, oppure avvenimenti religiosi,
politici e di cronaca, come i matrimoni fra le differenti casate. Questi
apparati, destinati ai fuochi d'artificio in occasione di particolari festività
oppure avvenimenti politici o privati, erano realizzati da muratori, falegnami,
fabbri, imbianchini, ma anche da valenti artigiani-artisti quali decoratori,
doratori, stuccatori; completavano l'opera fuocaroli ed artificieri
specializzati. In genere la macchina del primo giorno era più
"colta", mentre la seconda lanciava un messaggio maggiormente
comprensibile. Soltanto più tardi esse iniziarono ad "animarsi" e i
loro soggetti a divenire più popolari, persino comici, forse proprio in ragione
del diminuito interesse delle autorità borboniche per la festa.
Il dispendio economico era notevole: il popolo si ritrovava spettatore di uno
spreco - la festa si svolgeva anche nei momenti di crisi economica - tipico di
una società in cui all'ostentazione del lusso da parte di una minoranza
corrispondeva l'estrema miseria dei più. Comunque, a differenza di quanto si è
a lungo ritenuto, le macchine non venivano completamente distrutte dall'incendio
- almeno quando tutto funzionava secondo le previsioni! - e l'intelaiatura, ma
anche alcuni oggetti decorativi, potevano essere riutilizzati più volte. Il
montaggio della struttura, ed il successivo assemblaggio delle parti
ornamentali, potevano durare anche un intero mese, ma le macchine venivano
tenute nascoste fino al giorno della cerimonia. Questi sontuosi apparati erano
formati da trompe l'œil, enormi dipinti su tela sorretti da maestose
impalcature, stucchi e statue, "lavorati tutti di carta pista, come fossero
di vero Marmo" e poi dipinti. Il popolo gradiva molto i giochi d'acqua...
ma anche e soprattutto quelli con il vino, che sgorgava in abbondanza dalle
fontane durante le feste offerte da nobili e stranieri.
La corte napoletana non accettava di buon grado la cerimonia, simbolo della
soggezione all'autorità del pontefice. Iniziarono così ad esplodere, per
questioni banali, magari di precedenza, ripetuti contrasti, espressione di un
malcontento consolidatosi nel tempo. Nel 1788 la cavalcata fu definitivamente
abolita, e la consegna della chinea venne presentata come semplice atto di
devozione, che escludeva ogni sottomissione. Pio VI rifiutò di accettare il
"dono" e denunciò quello che riteneva un sopruso. Si scatenarono
allora tumulti popolari in piazza Farnese, residenza del ministro di Napoli, ed
una vera e propria caccia ai napoletani, presi a sassate in strada, ma forse si
trattava soprattutto di un risentimento provocato dalla fine della festa! Da
allora la cerimonia non fu più ripristinata, anche se il tributo continuò ad
essere inviato. Il papa, insoddisfatto della soluzione, dal 1788 al 1855 ogni
anno espresse la sua ira nel corso di una singolare cerimonia durante la quale
scomunicava e poi riammetteva nella chiesa il re di Napoli e il suo
connestabile. In molti erano convinti di sentir tremare in quelle occasioni il
palazzo Colonna. La questione fu definitivamente chiusa solo nel 1855 quando il
re di Napoli offrì a Pio IX ben diecimila scudi d'oro per la costruzione della
colonna dell'Immacolata in piazza di Spagna.
La processione del Carmine a Trastevere
Istituita nel 1927, la Festa de'
Noantri si svolge ogni anno durante il mese di luglio nel rione di Trastevere,
proseguendo la tradizione delle più antiche celebrazioni - le cui origini sono
avvolte da un alone leggendario - in onore della Madonna del Carmine.
Si racconta infatti che nel 1535, al termine di un violento temporale
scatenatosi sulle coste tirreniche, alcuni pescatori trovarono, nei pressi di
Ostia, una statua della Madonna scolpita in legno di cedro; venne chiamata del
Carmine, dalla deformazione del nome di un promontorio palestinese, il Carmelo.
Condotta attraverso il Tevere all'interno della città, la "Madonna
fiumarola" fu donata ai carmelitani di San Crisogono in Trastevere. I
romani non si lasciarono sfuggire l'occasione ed i festeggiamenti si protrassero
per circa un mese.
Da allora, e sino ad oggi, ogni anno durante il mese di luglio la statua viene
trasportata in processione per le strade di Trastevere su una pesante
"macchina" in legno sorretta da baldi giovanotti. "Li mejo
fusti" del rione si contendevano un tempo (oppure acquistavano) il
privilegio di portare il massiccio tronco, cioè il crocifisso in legno che
seguiva la processione oppure, almeno, lo stendardo che, quanto a pesantezza,
non era da meno.
Per rinfrancarsi dalla fatica, i prestanti popolani si fermavano spesso lungo il
percorso, sotto lo sguardo ammirato delle più belle ragazze del rione, per bere
un goccio (inutile dirlo, di vino!) tanto che in genere giungevano a
destinazione praticamente ubriachi, ma sempre e comunque pronti per un'abbuffata
e un'altra bevuta in osteria, dove sarebbero proseguite le, non sempre
pacifiche, discussioni. Di tanto in tanto si arrivava anche alle mani, e
scoppiavano risse nel corso delle quali poteva pure capitare che spuntasse fuori
qualche coltello. Ci si accalorava molto, la questione era considerata di
primaria importanza perché, come conferma il Belli, "Ner portà bene lo
stennardo e er tronco / lì se vedeva l'omo". Talvolta ne scaturiva però
"un tantin d'ammazzamento", e per questo Leone XII nel 1825 arrivò a
proibire tronco e stendardo, togliendo così alla processione ciò che la
popolazione considerava l'aspetto principale della cerimonia.
In concomitanza con i festeggiamenti nel rione di Trastevere, il cardinale Carlo
Colonna per un periodo organizzò ogni anno sontuosi spettacoli pirotecnici in
piazza del Popolo. Nel 1737 un incidente trasformò però la festa in tragedia:
un fuoco d'artificio, finito per errore su un cumulo di paglia, fece infatti
divampare un incendio che, domato solo dopo due giorni, distrusse numerosi
fienili nella zona.
Ancora oggi nel corso della Festa de' Noantri due processioni attraversano il
rione. Durante quella di apertura la statua viene trasportata dalla chiesa di
Sant'Agata - in cui ora risiede - alla basilica di San Crisogono. Al termine
delle cerimonie un'altra processione la riconduce "a casa": il ritorno
della statua avviene a spalla, cioè senza la pesante macchina, perché sia
possibile attraversare più agevolmente gli stretti vicoli di Trastevere.
L'originale e leggendaria statua è però ormai a "riposo" presso le
suore benedettine nella chiesa di Santa Cecilia, mentre quella che attualmente
viene portata in processione, opera di due fratelli romani, risale al secolo
scorso.
Quando il marciapiede non era
ancora stato costruito, il pavimento concavo dava a piazza Navona la forma di
una conchiglia rendendola una struttura adatta, se riempita d'acqua, per
alleviare l'afa dell'estate romana. Per circa due secoli, a partire dalla metà
del Seicento, nei sabati e domeniche di agosto la piazza, il cui nome attuale
deriva da una volgarizzazione di quello originario, Foro di Agone, si trasformò
in un lago: "S'atturava la chiavica della funtana de mezzo - ci racconta
Zanazzo - e la piazza ch'era fatta a scesa, s'allagava tutta".
Il primo allagamento di cui si ha notizia risale al 1652: in precedenza analoghe
iniziative si erano svolte in via Giulia e piazza Farnese. Il lago si trasformò
ben presto in uno dei maggiori divertimenti per chi possedeva una carrozza, una
finestra sulla piazza o partecipava ai sontuosi ricevimenti che si svolgevano,
in quelle occasioni, nei palazzi dei Pamphilij e degli Orsini sfarzosamente
addobbati. Il popolo vi accorreva in massa, ma rimaneva sulla riva come
spettatore, più o meno rumoroso. Fischiava infatti se le note provenienti dai
carri musicali non giungevano a "riva", oppure esprimeva ilarità per
gli scontri delle carrozze o per le cadute di qualche nobile in acqua. Nel 1676
il lago venne sospeso: si temeva che generasse "aria cattiva". Tornò
nel 1703, in onore della regina di Polonia in visita a Roma, dopo che il medico
privato del papa, l'archiatra Giovanni Maria Lancisi, aveva dichiarato che non
vi erano pericoli per la salute. In quell'occasione il principe Pamphilij entrò
in acqua con un maestoso calesse a forma di gondola dorata.
I nobili facevano a gara nello sfarzo delle invenzioni. Carrozze che sembravano
imbarcazioni, con tanto di vele e rematori, musici e ninfe, erano uno spettacolo
abbastanza frequente. Le cronache dell'epoca sono ricche di racconti su episodi
che avvenivano nel lago. Nel 1703 ad esempio un uomo fu ucciso a coltellate in
seguito ad una rissa e si verificò un incidente: un cavallo del marchese
Corbelli mise infatti una zampa in una buca ed affogò. "Fatta andare via
l'acqua per portarlo via morto, bisognò tagliargli la gamba, tanto
gagliardamente si era conficcata nella buca". Il diarista Valesio nel 1717
ci racconta invece che alcune dame "forse scaldate dal vino, spogliatesi si
sono tuffate in quelle acque". Una di esse, colta da malore, fu salvata da
alcune persone gettatesi vestite nel lago. In effetti, a piazza Navona si poteva
anche annegare: in alcuni punti l'acqua giungeva quasi ad altezza d'uomo.
Ragazzi e monelli "se pijaveno a spinte e sse bbuttaveno nel lago" di
loro spontanea volontà, oppure indotti a farlo per allietare i nobili, come nel
1730 quando il figlio del re d'Inghilterra decise di tirare monete nell'acqua
per godersi la scena dei ragazzini romani che si gettavano vestiti e si
litigavano il bottino.
A volte il divertimento creava però anche problemi di ordine pubblico come
quando, il 1 settembre 1753, alcuni "giovenastri travestiti", che
avevano "fatte varie impertinenze alle Persone che andavano a godere il
fresco di quell'acqua, già tutta disposta per il giorno seguente, furon fatti
prigioni". Il lunedì mattina "4 di essi ebbero il pubblico castigo
della Corda nella strada del Corso". In piazza Navona - monito costante e
sempre ben evidente! - era sistemato stabilmente un cavalletto sul quale veniva
frustato chi trasgrediva gli ordini del governatore. In relazione al lago, era
prevista la tortura in pubblico per coloro che rimanevano nudi o in
"mutande per bagnarsi e notare", e nemmeno i bambini scampavano ad
una, sia pure attenuata, punizione corporale.
Nella prima metà del Settecento il lago fu interrotto più volte, soprattutto
in concomitanza con la diffusione di epidemie, perché si temeva favorisse il
contagio. E così, mentre venivano preparati progetti per migliorare lo
spettacolo, che prevedevano l'allagamento di tutta la piazza per effettuare
regate su vere imbarcazioni, esso perse la sua peculiarità: la partecipazione
di nobili e cardinali che, con le loro carrozze e "navi", talvolta
musicali, lo rendevano caratteristico.
Il lago proseguì quale spettacolo popolare, luogo di incontro, corteggiamento,
ma anche comoda occasione data ai cocchieri per rinfrescarsi e lavare le proprie
carrozze. Andò via via perdendosi la sontuosità, e rimasero soltanto gli
spettacoli delle bande militari e dei pompieri. Il lago divenne anche occasione
per una manifestazione politica. All'epoca dei moti liberali, alcuni giovani
espressero il loro entusiasmo per Vittorio Emanuele facendo galleggiare
nell'acqua tavolette tricolori. L'ultimo allagamento venne probabilmente
effettuato nel 1865.
Per alcuni secoli piazza Navona fu centro di giochi e divertimenti quali la
cuccagna, la riffa, la tombola, nonché degli affari e dei commenti politici
della Roma dei papi: a volte, come nel 1702, intervenne persino la forza
pubblica, gli sbirri, per sciogliere i circoli di "coloro che volevano
adunarsi per discorrere di novità". Era anche luogo di spettacoli teatrali
ed esibizioni di vario tipo: vi si trovavano funamboli e saltimbanchi, insieme a
personaggi più o meno bizzarri e, in estate, al classico e provvidenziale
"cocomeraro". Nell'antica Roma il foro era uno stadio, luogo di gare e
di celebrazione di trionfi. Anche in epoca successiva nella piazza si svolsero
caroselli e tornei spettacolari, come la storica giostra del Saracino
organizzata durante il Carnevale del 1634.
L'immancabile Belli, in un sonetto del febbraio 1833 dedicato a questa magnifica
piazza romana, sintetizza i vari ruoli che essa ebbe nel tempo: "Se po'
ffregà Ppiazza Navona mia / e de San Pietro e de Piazza de Spagna. / Questa non
è 'na piazza, è una campagna, / un treatro, una fiera, un'allegria. / Va' da
la Pulinara a la Corzia, / curri de la Corzia a la Cuccagna; / pe' tutto trovi
robba che se magna, / pe' tutto gente che la porta via. / Qua ce so' tre
ffuntane inarberate: / qua una guja che ppare 'na sentenza: / qua se fa er lago
quanno torna istate. / Qua s'arza er cavalletto che dispenza / sur culo a chi le
vo' ttrenta nerbate, / e cinque poi pe' la beneficenza".
Dal 1477, ogni mercoledì la piazza diveniva la sede del mercato settimanale di
commestibili ed utensili, sino ad allora svoltosi alle pendici del Campidoglio.
Frutta e verdura erano invece vendute tutti i giorni. Il rigido regolamento del
mercato fu inserito nello stesso statuto della città, e periodicamente le
autorità emanarono provvedimenti per far rispettare le regole. Nel 1651 il
mercato rischiò la chiusura. Era allora papa Innocenzo X, appartenente a quella
famiglia Pamphilij che possedeva un palazzo nella piazza. Il pontefice decise di
ristrutturare l'intera area: l'aspetto popolare del mercato strideva con la
volontà di rendere la piazza un luogo di prestigio e di passeggio delle
carrozze nobiliari. Come riferisce Giacinto Gigli nel suo diario al mese di
giugno, si ordinò allora a "fruttaroli, regattieri, librari, ed altri
venditori di diverse robbe... che se la cogliessero via". In molti, per
aver contravvenuto alle disposizioni, "furno menati in prigione".
Iniziarono i lavori. I costi venivano pagati con le entrate pubbliche e
l'imposizione di una tassa sui proprietari di abitazioni. Il nepotismo e lo
sfarzo della corte papale gravavano pesantemente sulla popolazione, il cui
scontento culminava spesso in tumulti. A guardia dell'abitazione della cognata
del pontefice, la celebre donna Olimpia, in piazza Navona, furono poste alcune
sentinelle, che però non riuscirono ad evitare uno storico furto di gioielli al
quale seguì, a quanto si racconta, la beffa. Mentre alcuni servitori, arrestati
per il fatto, venivano ripetutamente sottoposti a tortura perché confessassero,
alla derubata giunse la lettera di un uomo, che si firmava Felice Felicetti e si
attribuiva il furto, inviando anche un parziale risarcimento in denaro.
Non sempre dormivano dunque sonni tranquilli gli abitanti del palazzo Pamphilij.
Nello stesso periodo infatti vi fu un assalto popolare, che si risolse con il
lancio di alcune monete e molte promesse. La piazza stava intanto mutando
aspetto, con la costruzione della fontana dei quattro fiumi e della chiesa di
Sant'Agnese, che i racconti popolari considerano simboli della rivalità fra
Bernini e Borromini. A torto, bisogna dire, dal momento che la chiesa venne
realizzata successivamente rispetto alla fontana.
I venditori, non più ammessi nella piazza, si riversarono davanti al palazzo
della Sapienza, allora sede dell'Università romana, per poi essere dispersi.
Fino al 1655, alla morte di Innocenzo X, il luogo fu riservato al passeggio
delle carrozze e ai divertimenti dei nobili. Ma le traversie per il mercato non
erano finite, perché poco dopo venne sospeso un'altra volta, e comunque si
trovò sempre in una condizione di "precarietà". Soltanto nel 1869 fu
però definitivamente trasferito in Campo de Fiori.
Attiravano l'attenzione dei
viaggiatori stranieri le festose scampagnate fuori porta delle tiepide ottobrate
romane. Abituati ad una atmosfera più austera, i visitatori di passaggio a Roma
rimanevano colpiti dal clima gioioso che, dal Settecento, i giovedì e domeniche
di ottobre coinvolgeva tutto il popolo.
E' Giacomo Casanova, tra gli altri, a raccontarci una di queste gite... un
cronista in verità poco interessato alla festa vera e propria, perché alle
prese, come sempre, con una delle sue innumerevoli avventure. Così,
nell'autobiografia, lo troviamo a lamentarsi per "la troppo piccola
distanza del Testaccio da Roma", ovvero per la brevità della permanenza in
carrozza, tempo che gli permetteva di scatenarsi con ardore nelle sue avance,
che venivano sempre disturbate sul più bello.
"Siccome Testaccio stà vvicino a Roma - riferisce Giggi Zanazzo - l'ottobbere
ce s'annava volontieri, in carozza e a piedi. Arivati llà sse magnava, se
bbeveva quer vino che usciva da le grotte che zampillava, poi s'annava a bballà
er sartarello o ssur prato, oppuramente su lo stazzo dell'osteria der Capannone
[che allora apparteneva al padre dell'autore], o sse cantava da povèti, o sse
se giôcava a mora". Poche parole, che sintetizzano però perfettamente lo
spirito della festa.
La collina di Testaccio, accumulo artificiale di frammenti di vasi e rottami
vari, aveva lungo le pendici numerose grotte, celebri "catacombe" di
un vino definito, nei versi di un tal Valletti, "di tanta gagliardia / che
fa cantar più assai di Anacreonte", il poeta greco che celebrò il vino
nelle sue opere. Costruite nel Seicento, formavano ambienti con struttura e
temperatura ideali per la conservazione di quello che era il vero protagonista
di una festa che riprendeva la tradizione degli antichi baccanali, riti pagani
in onore del dio Bacco celebrati in occasione della vendemmia.
Chi ne aveva la possibilità si muoveva con la carettella, carrozza a guscio di
noce tirata da due cavalli. Era consuetudine che le "minenti",
esponenti della piccola borghesia e popolane vestite a festa ed ornate con fiori
e piume, andassero in gruppi di sette o nove, come testimoniano numerose stampe
ed incisioni dell'epoca. Suonavano, ballavano e intonavano ritornelli che
avevano come tema ricorrente i fiori: "Fiore de lino / è la più bella
accanto ar vitturino!". Indossavano un cappello in feltro da uomo portato
"alla screpante", cioè sghembo, un abito in seta, una giacca di
velluto, calze ricamate e molti gioielli. Ogni uomo, con vestiti ed ornamenti
particolarmente sfarzosi, aveva con sé uno strumento musicale.
Durante le vignate, gnocchi e maccaroni rientravano spesso nel menù, ma anche
trippa e abbacchio figuravano fra i piatti preferiti. A ravvivare la festa c'era
il ritmo travolgente del saltarello, ballo tipico delle Ottobrate, molto
ammirato dagli osservatori stranieri: "Birimbello birimbello / quant'è
bono 'sto sartarello / smovete a destra smovete a manca / smovete tutta cor
piede e coll'anca" recitava un ritornello popolare. Il vino faceva intanto
i suoi effetti, e gli sbirri inviati a controllare la zona di Testaccio spesso
non riuscivano a frenare la confusione, mentre il rientro in città era sempre
più chiassoso della partenza. E' ancora Zanazzo a ricordarci che "la sera
s'aritornava a Roma ar sôno de le tamburelle, dde le gnàcchere e dde li
canti... E ttanto se faceva a curre tra carozze e ccarettelle che succedeveno
sempre disgrazzie". Spesso ci scappava pure il morto... come dire, le
"stragi del sabato sera" non sono una peculiarità dei nostri tempi! I
vicoli della città, illuminati da torce, si riempivano di una folla allegra e
schiamazzante, che però non raramente tramutava la baldoria in rissa.
Ancora agli inizi dell'Ottocento Roma era circondata da orti e vigne, e se
Testaccio era il luogo preferito dai romani per le vignate, le Ottobrate avevano
come mete anche altre zone fuori porta: Ponte Milvio, San Giovanni o Porta Pia,
oppure San Paolo, Monteverde o Monte Mario.
Per la festa si spendeva a volte più di quanto ci si potesse permettere:
qualcuno ricorreva persino ai "gobbi", ovvero il Monte dei Pegni.
Moglie e marito - ironizza L'Almanacco curioso, burlesco, e di divertimento per
l'anno 1860 - portavano entrambi al monte, di nascosto, i vestiti dell'altro.
Una donna, se prendiamo per buono il suo racconto, si era spinta addirittura
oltre: "Ò levato li banchi e ò messo er letto pe' tera; tanto mi marito
vie' a casa imbriaco sempre e nu' se n'accorge mica se sta pe' tera".
Ma quando i soldi mancavano proprio e non si poteva, o non si voleva, ricorrere
ai pegni, non rimaneva che una festa in "sordina", in una delle ville
romane generalmente chiuse al pubblico, ed aperte per l'occasione con
"magnanimità" e "benevola condiscendenza" dai loro
proprietari. Villa Borghese - ed in particolare l'area del giardino del lago e
di piazza di Siena, sistemata alla fine del Settecento - era spesso teatro di
giochi e canti.
Si trattava di un incontro più "morale" - che coniugava "la
giocondità con la decenza", secondo gli aristocratici scrittori dell'epoca
- perché vi mancavano bagordi e vino. Ma, se è vero che si svolgeva in modo
più ordinato delle vignate, sicuramente era anche meno allegro. Tra le altre,
sono le cronache del Chracas, Diario di Roma, a raccontarci cosa accadeva
durante la festa. Sappiamo così che negli ultimi decenni del Settecento e nei
primi di quello successivo i principi Borghese allestivano uno spazio per
spettacoli la cui magnificenza era molto apprezzata dai nobili - a cui venivano
riservate alcune serate e i luculliani banchetti - ma anche dal popolo, tanto
che vi era "concorso immenso" di carrozze e di gente a piedi.
Il programma rimaneva più o meno invariato di anno in anno: giostre, orchestre,
alberi della cuccagna, giochi vari quali la canoffiena (altalena di gruppo) e -
a seconda dei periodi - globi aerostatici, esibizioni equestri o gare atletiche.
Nell'ottobre del 1842, in seguito ad una perlustrazione dei carabinieri durante
un volo aerostatico dal Pincio a cui aveva partecipato una folla immensa, in
segno di protesta i Borghese chiusero per alcuni giorni la villa, che nel 1849
fu anche colpita dai bombardamenti francesi. Gli spettacoli proseguirono poi nei
decenni successivi ma, a differenza del periodo precedente, per assistervi
bisognava pagare un biglietto d'ingresso.
L'Ottobrata è anche il titolo di un'operetta dialettale rappresentata nel 1918
dalla Compagnia di Ettore Petrolini, ripresa da Una vignata da Scarpone di
Filippo Tamburri e musicata da Cesare Pascucci. La vignata, che si svolge nel
ristorante ancora oggi esistente nei pressi di porta San Pancrazio, coincide con
la festa per il fidanzamento di Giggia, figlia dell'artigiano Padron Giacomo,
con un lavorante del padre. La partecipazione al banchetto di uno scroccone,
tale signor Cornacchia, crea situazioni molto comiche facendo però imbestialire
i presenti.
La tradizione delle Ottobrate, sopravvissuta alla fine del governo papale,
rimase quindi viva ancora nei primi decenni di questo secolo, e persino in un
ottobre tristemente impresso nella storia - quello del 1922 - vi fu chi non
rinunciò alle scampagnate domenicali fuori porta.
Erano particolarmente turbolenti i
romani dei secoli passati durante la notte di Natale e i giorni successivi, a
giudicare dal numero di editti emanati annualmente nel tentativo di evitare gli
"eccessi" che si verificavano in quelle occasioni. Ma la solerzia
delle autorità pontificie non otteneva i risultati auspicati. Le minacciate
pene, pecuniarie e corporali, non sempre però applicate, non bastavano infatti
a scoraggiare i chiassosi festeggiamenti notturni ed il desiderio di qualche ora
di spensierata baldoria. E' vero, i divertimenti dell'epoca erano talvolta un
po' pericolosi, tanto che, al posto degli attuali "bòtti", in
occasione delle festività (e persino delle processioni religiose) si usava
esprimere "allegrezza" con veri spari d'archibugio!
Le autorità non potevano rimanere inerti: la "Natività del Nostro Sig.
Giesù Christo" è festa religiosa per eccellenza, e la città santa doveva
rappresentare un simbolo di moralità, almeno in quella circostanza. Certo, gli
editti ricordavano come "in ogni tempo siano da fuggirsi li strepiti, gridi
e rumori di notte, come origine di molti scandali, e occasioni a diversi
peccati", ma le feste natalizie erano un momento particolare, durante il
quale ci si doveva astenere ancor più dagli "eccessi" e dalle
tentazioni terrene e dai "negotij profani". Le norme erano però tanto
minuziose quanto disattese.
Nella notte di Natale era vietata la prostituzione, realtà particolarmente
diffusa in una città con un elevato numero di celibi, e tollerata in genere per
tutto il resto dell'anno. "S'hordina, e comanda - intimano le leggi
dell'epoca - a tutte le cortigiane, e Donne di dishonesta vita" di non
girare per la città, neanche "sotto pretesto d'andare alle Messe",
mentre si vieta loro di ricevere uomini in casa.
Il significato di queste proibizioni è chiaro: più curiose risultano invece
oggi alcune disposizioni ripetutamente emanate, in particolare nel Seicento e
nel secolo successivo nei confronti delle suore, che non potevano aprire i loro
monasteri per far celebrare la messa "fino alla mattina di giorno".
Fin qui nulla da obiettare, il divieto è comprensibile, dal momento che le
chiese divenivano luoghi in cui, in concomitanza con le feste, si verificavano,
oltre a "circoli e colloquij", persino "atti indecenti". Ma
alle suore era anche proibito, quale eccesso di "mondanità",
allestire presepi, poiché tali occasioni favorivano un riprovevole sfarzo. Le
religiose furono dunque oggetto di numerosi provvedimenti restrittivi: per
coloro che dovevano dedicare la propria vita alla preghiera, in alcuni periodi
venne ritenuta troppo profana anche una eccessiva luce di candele!
Prostitute in casa, monache nei conventi prive di ogni contatto con il mondo
esterno, ma anche osterie ed alberghi chiusi per legge dalle due di notte alle
sedici del giorno successivo. Non si trattava di un divieto di poco conto:
l'osteria era, nella Roma dell'epoca, il principale luogo di incontro. Proprio
per questo, nella notte di Natale, si riteneva necessario togliere ogni
"occasione di scandali", in modo che i romani potessero
"attendere alli Divini officij".
Con questo lungo elenco di divieti, rimaneva ancora qualche lecita possibilità
di divertimento? La tombola, che fino alla prima guerra mondiale veniva spesso
giocata nelle piazze, era permessa (lontano però dalle chiese), a differenza
del gioco dell'oca, semplice ed ingenuo passatempo proibito per legge perché
"occasione di molti scandali".
Anche per i giochi leciti, si doveva comunque stare attenti a non fare troppo
chiasso, sebbene non si può certo dire che le notti romane durante il periodo
natalizio fossero proprio silenziose! Per guadagnare di più infatti gli
zampognari, che arrivavano dall'Abruzzo il 25 novembre, giorno di santa
Caterina, facevano echeggiare nell'aria le loro melodie pure nelle ore notturne,
fermandosi a cantare le novene dinanzi alle edicole sacre, di cui erano piene
case e strade, ed i cui lumi costituivano all'epoca l'unica "illuminazione
pubblica" della città.
I pifferai portavano dunque una ventata di allegria, ma anche qualche fastidio.
Non avevano quindi tutti i torti gli stranieri che, in sosta a Roma in occasione
del Natale lamentavano, nei loro diari, che i "suonatori rompessero
maledettamente...il sonno!". Stendhal, infastidito, annotava: "Son
quindici giorni che siamo svegliati già alle quattro della mattina dai
pifferari o suonatori di cornamusa. Farebbero prendere in odio la musica".
Sembra invece che i romani fossero meno insofferenti: avevano il sonno più
pesante? Oppure, forse, prendevano la vita con maggiore "filosofia",
come il Belli che in proposito dice: "E cquelli che de notte nu li vonno? /
Poveri sscemi! Io poi, 'na stiratina, / e mme li godo tra vviggijj' e ssonno".
In genere i pifferai, vestiti in modo molto simile ai briganti (mantello,
cappello a pan di zucchero e "ciocie" ai piedi), giravano almeno in
due: il più anziano suonava la zampogna o cornamusa, il giovane il piffero.
Erano un ingrediente insostituibile delle festività natalizie, tanto che
secondo Belli non "sii novena, si nun sento sonà li piferari". E'
vero però che i romani non comprendevano i testi delle canzoncine, tanto che
voci popolari ipotizzavano che potessero recitare: "E quanto so' minchioni
sti romani - Che danno da magnà a 'sti villani".
Ricevevano due paoli per ogni novena, ovvero due serenate, la mattina e la sera,
per nove giorni. Stendhal riferisce che coloro che avevano paura di essere
indicati come liberali, "per essere ben visti dai vicini e non arrischiare
d'essere denunciati al parroco" si abbonavano addirittura per due novene,
ovvero diciotto giorni. Nel 1870, subito dopo la proclamazione di Roma capitale,
fu vietato ai pifferai di suonare in strada.
Zampognari e tombolate allietavano dunque il Natale dei romani dei secoli
passati, oltre al tradizionale cenone a base di pesce. Ci si doveva però
accontentare di pesci di piccole dimensioni, perché anche in questo campo non
mancavano proibizioni e privilegi. I pesci che oltrepassavano la misura di
cinque palmi erano riservati ad alcune autorità. Ammirare come spettatori
l'abbondanza era però consentito: non rimaneva quindi che recarsi al cottìo.
La notte fra il 23 ed il 24 dicembre l'attrazione era costituita dal mercato
all'ingrosso del pesce, che nella Roma papale si svolgeva al portico d'Ottavia
finché fu trasferito da Pio VII in una pescheria alle Coppelle e poi, dopo
l'unità d'Italia, a San Teodoro fino al 1927, quando venne infine spostato ai
mercati generali. Il rintocco di una campana segnava l'avvio della
caratteristica asta, in cui vigevano convenzioni e termini noti solo agli
"iniziati". La popolazione si divertiva in quella particolare
atmosfera divenuta anche, per alcuni periodi, una "moda d'élite". Un
resoconto del 1922 riferisce infatti: "Dagli alberghi di lusso e dalle case
signorili vengono gentiluomini in marsina, dame in abito da ballo, che hanno
interrotto il giro delle danze per assistere al caratteristico mercato".
Quanto ai dolci, si mangiava pangiallo - in seguito sostituito dal panettone, di
origine milanese - e torrone, acquistato alla fine dell'Ottocento nelle rinomate
pasticcerie Scurti a piazza San Luigi de' Francesi, Panelli alla Dogana Vecchia,
Loreti a strada papale e Giuliani al Teatro Valle.
Il pontefice attendeva il Natale fra celebrazioni di messe e sontuosi banchetti,
mentre "Monzignori e Cardinali" si intrattenevano fra libagioni e
spettacoli di musica sacra, ricevendo nella propria abitazione, come
ironicamente sottolinea il Belli, una singolare "processione",
"Mo entra una cassetta de torrone, / mo entra un barilozzo de caviale, / mo
er porco, mo er pollastro, mo 'er cappone / e mmo er fiasco de vino padronale. /
Poi entra er gallinaccio, poi l'abbacchio. / l'oliva dorce, er pesce de Fojjano
/ l'ojjo, er tonno, l'inguilla de Comacchio". L'arrivo del Natale veniva
annunciato di buon'ora dallo sparo del cannone di Castel Sant'Angelo.
Molto diffusa a Roma era anche l'usanza del presepio da quando, nel Cinquecento,
si iniziò a rappresentare la scena della natività in tutte le chiese e le
abitazioni private. Nel 1859 aveva scritto in proposito padre Bresciani:
"Voi non potete immaginare come i Romani son destri, fecondi e pieni di
poesia nel comporre queste rappresentazioni, che in pochi palmi vi spingono la
vista a molte miglia e sanno darvi giuochi di luce, e sbattimenti, scorci e
fughe, sollevazioni e abbassamenti maravigliosi!". All'inizio
dell'Ottocento le famiglie nobili esibivano statuine di noti artisti, oppure
acquistate nell'officina del Volpato o nell'allora celebre negozio di Merico
Cagiati. Agli altri non restava che accontentarsi dei più modesti prodotti
delle fornaci di Santa Maria in Cappella o di Nino La Vista in borgo Vittorio.
Qualcuno ammetteva il pubblico - il segno di riconoscimento era una corona di
mortella sul portone - a visitare il proprio presepio, allietato spesso dal
suono degli zampognari. Il più celebre, fra i presepi in abitazioni private,
quello della famiglia Forti, si trovava sulla sommità della torre, oggi
scomparsa, degli Anguillara nel palazzo, rifatto, che attualmente ospita la
cosiddetta Casa di Dante, fra piazza Belli e piazza Sonnino.
Ma fra tutti i presepi ce n'era uno, quello dell'Aracoeli in cui, più di altri,
"vi cantano intorno la leggenda e la storia, vi palpita la poesia e la fede
del popolo di Roma". E' tuttora allestito all'interno della chiesa, seppure
in forma ridotta da quando, nel 1886, nonostante le vigorose proteste inviate
all'allora capo del governo De Pretis, i lavori per la costruzione del
Vittoriano portarono alla demolizione di parte della cappella. "Fin'a
ppochi anni so' - scrive agli inizi del secolo Giggi Zanazzo riferendosi all'Ara
Coeli - era er più mmejo presepio che sse vedessi a Roma; e la ggente p'annallo
a vvedé ce faceva a ppugni". Protagonista principale era il bambinello, la
cui fama andava ben oltre il periodo natalizio. Sulle sue origini la storia ha
lasciato il passo alla narrazione fantasiosa: miracolosamente dipinta dagli
angeli del paradiso ed altrettanto miracolosamente salvatasi da un naufragio, la
leggendaria statuina, scolpita alla fine del Quattrocento a Gerusalemme da un
frate francescano con legno di ulivo dell'orto dei Getsemani, sarebbe giunta a
Roma nel Cinquecento, dando subito prova dei suoi prodigiosi poteri.
La fantasia popolare si è veramente sbizzarrita. Si raccontano ingegnosi
tentativi di furto sventati dallo stesso bambino, in grado di sfuggire ai ladri
e tornare sempre al proprio posto. Si narra ad esempio che una giovane
straniera, fingendosi ammalata, chiese di poter vedere nella sua casa il
bambino, che in realtà voleva possedere. Riuscì a sostituirlo con una copia,
ma l'"originale" non si perse d'animo, e tornò all'Ara Coeli. Sono in
molti dunque ad attendere ancora oggi il "miracolo": rubata all'inizio
del 1994 la statuina, ora sostituita da un sosia, questa volta non ha ancora
dato prova delle sue prodigiose doti! Neanche in tempi migliori però i suoi
poteri gli permettevano di sventare i furti dei preziosi gioielli che la
ricoprivano. Riferisce ad esempio nel dicembre 1738 il diarista Valesio che,
mentre i frati porgevano ai fedeli per baciarlo "il S. Bambino nella chiesa
dell'Araceli, i ladri servendosi dell'occasione, hanno fatto vari furti". I
preziosi erano doni per grazie ricevute: molti romani ritenevano infatti di
essere stati guariti dalla miracolosa statuetta, e proprio confidando in queste
proprietà i moribondi chiedevano spesso di poterla baciare. Con una vera e
propria cerimonia di cui neanche gli "uomini più discoli"
"ardirebbero di farsene beffe e sono i primi ad inchinarlo", il
bambino veniva quindi trasportato per la città su una carrozza appositamente
destinata dal principe Torlonia. La sorte del malato risultava subito evidente:
"S'intratanto ch'er Bambino sta dda un moribbonno - riferisce Zanazzo sulle
credenze popolari - je se fanno li labbrucci rossi, è ssegno de guarizzione; si
ar contrario je se fanno bbianche, è ssegno ch'er moribbonno môre". Alla
fine del Settecento, durante l'occupazione delle truppe francesi, il pagamento
di una cospicua somma di denaro da parte di un nobile salvò la statuina dal
rogo.
Trascorso il Natale, la festa proseguiva anche nei giorni successivi, fino ad
arrivare all'ultimo dell'anno quando, oltre a brindisi e baldoria, ci dice
Zanazzo, "s'hanno da buttà da la finestra tre pile de coccio piene d'acqua
co' tutte le pile". Il primo dell'anno era invece dominato da tradizioni
gastronomiche e propiziazioni di rito.
Fino a circa cinquant'anni fa,
quando a Roma non era ancora arrivata la moda americana dei regali natalizi,
anche gli adulti si scambiavano i doni in occasione dell'Epifania. Poi, nel
dopoguerra, l'importazione di Babbo Natale ha defraudato del suo ruolo la
Befana, quella misteriosa vecchietta, un po' fata e un po' strega, che cattura
l'attenzione dei bambini e che la consuetudine fa entrare nelle case attraverso
la cappa del camino. A dispetto di tutte le energie impiegate nel tentativo di
rivitalizzare la tradizione, è ormai andata persa buona parte del fascino di
questa festività, che ancora agli inizi del secolo a Roma veniva chiamata
"Pasqua Bbefanìa", perché all'epoca tutte le principali ricorrenze
religiose erano definite pasqua. Giggi Zanazzo, poco meno di un secolo fa, ci
racconta che ai bambini, "ortre a li ggiocarèlli, s'ausa a ffaje trovà a
ppennolone a la cappa der cammino du' carzette, una piena de pastarelle, de
fichi secchi, mosciarelle, e un portogallo e na' pigna indorati e inargentati; e
un'antra carzetta piena de cennere e ccarbone pe' tutte le vorte che sso' stati
cattivi". Apparentemente quindi nulla di nuovo. L'usanza della calza, tutto
sommato, resiste ancora oggi, carbone compreso, anche se rigorosamente dolce.
Spesso però - affiancata da sofisticati giocattoli - è rimasta solo come
doveroso e abitudinario tributo alla tradizione.
L'arrivo della Befana era ricordato dai romani con chiassosi festeggiamenti in
strada. Nel secolo scorso - seguiamo ancora l'inconfondibile racconto di Zanazzo
- la baldoria "se faceva a Ssant'Ustacchio e ppe' le strade de llì
intorno. In mezzo a ppiazza de li Caprettari ce se faceva un gran casotto co
ttutte bbottegucce uperte intorno intorno, indove ce se venneveno un sacco de
ggiocarelli, che era una bbellezza. Certi pupazzari metteveno fôra certe
bbefane accusì vvere e brutte che a mme, che ero allora regazzino, me faceveno
ggelà er sangue da lo spavento!". L'iniziativa si concludeva con una sorta
di "saldi", come ci ricorda il Belli, infuriato contro quelli che
ritiene tentativi di speculazione dei pupazzari di piazza Sant'Eustachio i
quali, se all'inizio cercano di "cacciavve l'occhi", al termine della
festa "la robba ve la danno pe bbajocchi".
Subito dopo l'unità d'Italia i festeggiamenti sono stati trasferiti in piazza
Navona. Incuranti dei progetti che vorrebbero vederle scomparire, ogni anno le
solite bancarelle continuano a proporci una "fiera-luna park" poco
rispettosa dell'arte e dell'architettura di un'area che, un tempo, era luogo di
gare e celebrazione di trionfi. Ma, in fondo, il mercato rappresenta anche
un'occasione unica per trovare, oltre a schiere di statuine in plastica prodotte
industrialmente, qualche pregevole lavoro artigianale in terracotta dipinto a
mano, prodotto dai pochi continuatori di un'attività che sta ormai scomparendo.
Rientrano quindi nella tradizione, costituendo un momento di svago a cui molti
romani, affezionati, non vorrebbero rinunciare! Questa polemica infinita,
veniamo a scoprire, ha origini remote. Già in una cronaca del 1887 Costantino
Maes scriveva infatti: "Finalmente! I casotti della Befana in Piazza Navona,
che per tanti anni deturparono in queste feste e in carnevale la più
monumentale delle nostre Piazze, non saranno più eretti; saranno permessi
soltanto dei tavoli per la vendita dei giocattoli e delle merci".
Evidentemente si riferiva alle costruzioni del Comune, la cui distruzione, nel
1886, nel corso dell'incendio del magazzino in cui si trovavano, non ha però,
come ben sappiamo, fatto scomparire l'"amato scempio".
Simboli di festa e di espressione
di gioia i fuochi d'artificio sono, da secoli, uno degli spettacoli più amati
dai romani. Un tempo accompagnavano i principali eventi politici, religiosi e di
cronaca come le visite di ambasciatori e personaggi illustri, le vittorie
militari, i matrimoni e le nascite regali, i successi contro turchi ed infedeli.
Le più antiche notizie di spettacoli pirotecnici a Roma risalgono al 1410, in
occasione dell'elezione a Bologna dell'antipapa Giovanni XXIII. Ma la prima
girandola di Castel Sant'Angelo, il "fuoco" maggiormente suggestivo
fra quelli che illuminarono le notti romane dei secoli scorsi, fu forse
effettuata nel 1481. Ebbe poi luogo stabilmente ogni anno per la festività di
san Pietro e Paolo, oltre che per le elezioni e incoronazioni dei differenti
pontefici. A volte però allietava anche altre festività - il lunedì di Pasqua
ad esempio - oppure veniva effettuata "per qualche bona nova in segno
d'allegrezza", come si legge nella didascalia dell'incisione di Giovanni
Ambrogio Brambilla del 1579. Il pubblico, che giungeva numeroso ad ammirare
queste manifestazioni effimere ma strabilianti, si accalcava a volte fino a
causare pericolosi incidenti: nel 1638, durante uno spettacolo pirotecnico nella
ineguagliabile cornice del Tevere - le cui acque, rispecchiando
meravigliosamente i fuochi, offrivano suggestioni uniche - molti spettatori
caddero nel fiume.
Anche gli stranieri erano entusiasti: Thomas, nella prima metà dell'Ottocento,
scriveva che "I fabbricanti di fuoco d'artificio... romani, sono abilissimi
nella loro professione: i loro fuochi sono brillanti, cambiano di aspetto e di
colore con effetti sorprendenti".
Oltre agli spettacoli pirotecnici "ufficiali", che si svolgevano in
occasione delle varie festività e alla cui realizzazione contribuirono persino
artisti del calibro di Michelangelo, numerosi erano gli spari di razzi
"casalinghi", effettuati cioè da associazioni, confraternite, singoli
sagrestani o semplici devoti.
Privati cittadini, spesso artigiani, festeggiavano, talvolta in concomitanza con
le manifestazioni pubbliche, le ricorrenze religiose e le immagini sacre che
avevano nei pressi della propria abitazione o nella bottega, magari con un
"piccolo girelletto, composto di tutte fontane legate senza pericolo".
Numerosissimi sono i documenti in proposito conservati negli archivi romani:
Giulio Cermisoni, fuochista, il 23 luglio 1775 chiede ad esempio, ma è solo uno
fra i tanti, di sparare "un piccolo giocho matematicho di tutti razzi
ligati che fece per benefattori che vogliono celebrar la festa di M. V. del
Carmine in Piazza Giudia". L'autorizzazione doveva essere concessa dal
governatore, che faceva effettuare un sopralluogo preliminare per accertare
l'eventuale pericolo di incendi. I razzi matti, che potevano ferire il pubblico
perché non legati, vennero vietati alla fine del Cinquecento.
Particolarmente ricca era la varietà di fuochi disponibili all'epoca. Oltre
alle sontuose macchine pirotecniche bruciate nelle piazze romane c'erano, come
ci informa Bertolotti, "girelli, razzi, mortaretti, qualche fontana,
barchette, filonetti, cassettone, batterie, talvolta designati col pomposo nome
di gioco matematico".
Molto ammirati nell'Ottocento furono i "fochetti" che si svolgevano
all'anfiteatro Corea nelle domeniche estive, accompagnati da orchestre e
illuminazioni artistiche. Anche il Belli ne era colpito, e in un sonetto ricorda
che "Ner Musoleo d'Ugusto de Corea / Sce se fanno fochetti tanti bbelli /
co razzi, co ffuntane e cco ggirelli, / che cchi nun vede nun po' avenne
idea".
Numerose manifestazioni pirotecniche furono effettuate anche negli ultimi anni
del dominio temporale dei papi: nel 1860 un folto pubblico si recò ad ammirare
lo spettacolo "brillantissimo", molto vario e perfetto artisticamente,
della macchina Il Campidoglio in festa realizzata la settimana successiva alla
Pasqua da Virginio Vespignani.
Ai tempi di Pio IX una delle principali festività pubbliche fu proprio la
"superbissima" luminaria che si teneva il 12 aprile, data fondamentale
nella vita del pontefice da quando, nel 1819, aveva coinciso con la celebrazione
della sua prima messa. In seguito, nel 1850, il papa tornò proprio quel giorno
da Gaeta dopo l'esperienza della Repubblica Romana, e nel 1855, ovviamente
proprio nella solita data, uscì "miracolosamente" illeso da un
incidente.
Appena giunto il buio, lungo il percorso del corteo papale - dove balconi e
finestre erano addobbati con drappi colorati e lanterne - venivano accesi in
strada lumini, fiaccole e, con il passare degli anni, fecero la loro comparsa
anche grandi croci illuminate, ritratti del pontefice, insomma veri e propri
monumenti religiosi. L'aumento dello sfarzo era direttamente proporzionale
all'acuirsi della crisi, profonda ed irreversibile, del dominio temporale dei
papi. Si moltiplicarono così archi di trionfo, sontuose feste, banchetti e
rappresentazioni apologetiche della sovranità del pontefice. Dal 1865 per
l'occasione l'Osservatore romano ogni anno, oltre ad illuminare a proprie spese
la fontana di Trevi, pubblicò anche, come supplemento al giornale, una guida
delle luminarie, che conteneva il programma della festa e la disposizione delle
varie bande musicali. Nonostante gli sforzi però la partecipazione popolare
andava sempre più diminuendo.
Quando Giggi Zanazzo affermava che
nella Roma del "ttempo der papa c'ereno ppiù pprecissione che ppreti",
in fondo non si discostava molto dal vero: basta sfogliare i diari dell'epoca
per rendersene conto. Oltre alle processioni maggiori, che coinvolgevano tutta
la città in occasione delle principali ricorrenze religiose - durante le quali
vie e finestre venivano riccamente addobbate con arazzi, tappeti e festoni -
ogni rione aveva le proprie cerimonie, molto attese soprattutto perché
permettevano di esprimere un po' di "allegrezza". Immancabilmente
finivano nelle osterie, in virtù di quella singolare commistione fra sacro e
profano che rappresentava un aspetto tipico della Roma papale.
In vetta alle "classifiche" troviamo le solennità mariane (seguite da
quelle in onore di sant'Antonio): erano le più sentite dal popolo che venerava,
in particolar modo durante il mese di settembre, le differenti immagini
conservate nelle varie chiese o nelle edicole sacre. Ma numerose erano anche le
processioni delle varie corporazioni e confraternite in occasione del proprio
santo patrono, così come quelle effettuate in altre ricorrenze o relative ad
eventi particolari: se ne svolgevano dunque per l'ottavario dei morti come per
allontanare calamità politiche o sanitarie oppure per maritare le zitelle,
tanto per fare qualche esempio.
I provvedimenti legislativi elencavano minuziosamente tutti coloro che erano
obbligati a partecipare alle processioni, l'abito cerimoniale che dovevano
indossare e le precedenze da rispettare. Le autorità tentavano così, spesso
senza risultati, di evitare le continue liti che si verificavano in diverse
occasioni. Gli editti vietavano inoltre di tirare razzi e "zaganelle"
durante le cerimonie, mentre alle prostitute era proibito recarvisi per farvi
"arte di ruffianeria".
Fra le processioni organizzate dalle corporazioni, la principale si svolgeva il
15 agosto - per un periodo venne effettuata di giorno, spesso sotto un sole
cocente - in onore del santissimo Salvatore: per l'occasione sfilava per la
città la più antica effigie di Cristo custodita nel Sancta Sanctorum del
Laterano. Era una sorta di festa del lavoro ante litteram, dal momento che vi
partecipavano tutte le associazioni di arti e mestieri. La celebrazione creò
però spesso problemi di ordine pubblico: una volta addirittura scoppiò una
rissa nel corso della quale l'immagine acheropita fu sfregiata, ma i
partecipanti, utilizzando l'occasione, gridarono al miracolo, perché a qualcuno
era sembrato di aver visto scaturire sangue umano da un occhio del Cristo. Gli
incidenti, che prendevano il via in genere per questioni di precedenza, spinsero
le autorità papali dapprima a stabilire l'ordine con cui dovevano sfilare le
università ed infine, visto il ripetersi dei disordini, alla totale
soppressione della cerimonia, decretata intorno alla metà del Cinquecento.
A realizzare le feste pubbliche
nelle piazze e nelle ville romane furono spesso, nei secoli scorsi, le famiglie
nobili ed in primo luogo, in alcuni periodi, i parenti dei pontefici. Fino agli
ultimi anni del governo papale principi, cardinali ed ambasciatori fecero a gara
per organizzare, nei loro immensi e stupendi palazzi, sontuosi banchetti,
rappresentazioni musicali e teatrali, balli e ricevimenti, ostentazione di un
lusso che spesso non corrispondeva più a reali condizioni di ricchezza.
Ancora nei primi anni dell'Italia unita e nella Roma umbertina - vivacemente
descritta nelle cronache del giovane D'Annunzio - la nobiltà aveva un gran
daffare per riuscire a seguire tutti gli intrattenimenti notturni organizzati da
principi e duchesse, circoli ed enti di beneficenza. Trascorso il periodo
natalizio la festa proseguiva con il Carnevale, fra balli e mascherate, dove le
élite si potevano anche concedere il lusso di gioire nel travestirsi da umili
contadini. Certo, era una bella fatica, tutti i giorni in piedi sino all'alba ma
poi, finalmente, arrivava la Quaresima, che permetteva di riposarsi un po' con
intrattenimenti più tranquilli e seri. A movimentare di nuovo il tutto c'erano
però ben presto matrimoni, compleanni, onomastici ed anche, in campagna,
battute di caccia e rodei. Non c'è che dire, uno stress continuo!
Il primo maggio di ogni anno, in occasione della festività dei due apostoli, i Colonna organizzavano nel loro possedimento annesso alla basilica di piazza santissimi Apostoli, un sontuoso banchetto per principi e prelati, al quale talvolta partecipava anche il papa. Dalle finestre della chiesa venivano poi gettati volatili quali pavoni, quaglie, pernici: nobili ed ecclesiastici si divertivano così, dall'alto delle loro postazioni, ad assistere al parapiglia scatenato nella popolazione che si precipitava per acciuffarli. Veniva inoltre allestita una singolare "cuccagna"; sul soffitto della chiesa infatti si appendeva ad una fune un povero maiale, che era aggiudicato in premio al fortunato che fosse riuscito ad acchiapparlo.
Numerose feste si svolsero, in
particolare nel secolo scorso, nella gradevole villa romana: tra le altre, si
ricordano quelle organizzate nel 1842 da Alessandro Torlonia per l'innalzamento
di due obelischi. La prima, che i contemporanei descrissero "senza
uguali" pur se turbata e ritardata un po' dalla pioggia, riservata a nobili
e cardinali vide anche la partecipazione di papa Gregorio XVI; ai settemila
presenti furono offerti rinfreschi e spettacoli quali i fuochi d'artificio e
l'ammirato lancio del globo aerostatico. Il secondo obelisco fu invece innalzato
nel corso di una festa più popolare, durante la quale oltre ventimila persone
parteciparono a giochi, rinfreschi, ed intrattenimenti di vario tipo.
Fino ai primi decenni dell'Ottocento i Torlonia organizzarono anche prestigiose
feste danzanti in una sfavillante sala, illuminata per l'occasione con migliaia
di candele, del loro palazzo in piazza Venezia demolito agli albori di questo
secolo. Erano intrattenimenti molto apprezzati dalla nobiltà dell'epoca, che i
Torlonia, famiglia di banchieri di origine francese, utilizzavano soprattutto
come forma di promozione della loro attività finanziaria.
Nella Roma del Sei-Settecento le
potenze cattoliche straniere, ed in particolare Spagna e Francia, crearono una
sorta di "piccoli stati" nella città, rendendosi tra l'altro
protagoniste di una particolare competizione, durante la quale ininterrottamente
tentarono di superarsi nello sfarzo di quei sontuosi spettacoli organizzati in
vari luoghi, in particolare le piazze di Spagna e Navona ma anche Farnese e
Colonna: rappresentazioni di ogni tipo, colossali macchine effimere,
sorprendenti fuochi d'artificio vennero realizzati in occasione di particolari
eventi politici oppure soltanto come glorificazioni della monarchia, ma anche in
circostanze quali la nascita di figli di sovrani, i matrimoni di principi, la
ritrovata salute o i compleanni regali.
Nel 1629 il diarista Gigli riferisce ad esempio che, in occasione della nascita
del figlio maschio del re Filippo IV, per quattro giorni "l'Ambasciatore di
Spagna in particolare fece dimostrazione straordinarissima, perché non solo
fece fare attorno al suo palazzo grandissimi fuochi, ma più volte... lui stesso
gettò al Popolo dalle fenestre quantità grande di denari di argento et
d'oro", ed inviò viveri nelle prigioni. L'abbondanza e la spettacolarità
erano dunque ingredienti fondamentali di feste usate in primo luogo come
strumenti di potere e di propaganda ideologica.
Non sempre però le autorità papali accettarono di buon grado le
"intrusioni" straniere, tanto che nel 1637, quando gli spagnoli
organizzarono una grande festa - come al solito fuochi, commedie, distribuzione
di monete - per l'elezione dell'imperatore Ferdinando III il pontefice, leggiamo
ancora dalla cronaca del Gigli, invitò i romani a non partecipare ricordando
"che il Re de' Romani a Roma era lui, et però, che non si movessero per
tal caso".
Nel luglio 1728 invece una enorme macchina progettata dall'architetto Nicola
Salvi venne allestita in piazza di Spagna in occasione delle duplici nozze dei
figli dei sovrani di Spagna e Portogallo, mentre verso la fine del 1729 in
piazza Navona fu la volta dei francesi. Pier Leone Ghezzi realizzò, su incarico
del ministro di Francia, uno spettacolare apparato effimero per celebrare la
nascita del delfino, il figlio di Luigi XV e Maria di Polonia. I romani
apprezzarono molto lo spettacolo e parlarono di "carnevale
anticipato", perché durante la festa si svolsero anche alcune corse di
cavalli.
Il popolo, che ovviamente non poteva partecipare a ricevimenti, balli e
banchetti, interveniva però sempre in massa per ammirare almeno le macchine, i
fuochi d'artificio e gli spettacoli in strada. Delle feste degli spagnoli amava
soprattutto quelle particolari fontane, costruite per l'occasione, da cui
sgorgava vino a volontà.
Imponenti cerimonie venivano predisposte anche per l'ingresso nella città di
ambasciatori stranieri; tanta magnificenza era spesso giustificata dal lungo (a
volte si protraeva persino per qualche anno) e difficile viaggio che molte
delegazioni dovevano sopportare per giungere fino a Roma. Accadde addirittura in
più di un'occasione che tutti, o quasi, i partecipanti morissero prima di
arrivare nella città o subito dopo l'ingresso. In quei casi non restava che
organizzare solenni funerali!
Personaggio centrale nella Roma della seconda metà del Seicento fu Cristina, la regina di Svezia che, dopo aver lasciato il trono ed essersi convertita spettacolarmente al cristianesimo, visse nella città dei papi un lungo periodo, quasi trentacinque anni interrotti soltanto da alcuni viaggi. Questa figura singolare che a molti apparve inquietante, la cui voce ed i gesti maschili fecero ritenere a qualcuno, all'epoca, che in realtà fosse "Hermafrodito, ma però professava d'esser Donna", fu solennemente accolta a Roma da porta del Popolo, che per l'occasione era stata sontuosamente decorata dal Bernini. Durante il suo soggiorno romano fu un'infaticabile organizzatrice di spettacoli per avvenimenti e ricorrenze di ogni tipo, ma anche tutti gli eventi della sua vita, dalle guarigioni dopo malattie fino alla morte, si trasformarono in occasioni di festa.
Per quasi tutto il secolo scorso,
quando a Roma era molto vasta la presenza delle colonie artistiche straniere, le
domeniche di primavera fornivano l'occasione per una singolare festa,
organizzata dalla Società di Ponte Mollo, sodalizio (per soli uomini) che
riuniva gli artisti tedeschi residenti nella città. La cerimonia veniva quindi
chiamata dalla popolazione romana "Carnevale dei tedeschi", ma dagli
anni Trenta dell'Ottocento iniziarono a parteciparvi artisti di altri paesi,
sempre però nordeuropei.
Un bizzarro corteo mascherato, uscendo da porta Maggiore, si recava nelle grotte
di Tor Cervara. Dopo un lauto banchetto i partecipanti, spostatisi sul vicino
prato dove venivano circondati dalle carrozze dei numerosi curiosi giunti da
Roma, si lanciavano in giochi, sfide, parodie e in un curioso "esame di
ammissione" generando situazioni comiche e facendo, secondo Zanazzo,
"un sacco de mattità" tanto che per alcuni anni la festa fu anche
vietata dal governo papale.
Fra le innumerevoli feste che scandivano la vita dei romani dei secoli passati, ne abbiamo qui necessariamente preso in considerazione solo una minima parte. In particolare sono state tralasciate le cerimonie minori, limitate ad alcune zone della città, quelle che si svolsero solo per un breve periodo storico o in occasione di particolari eventi, così come gli anni santi - che meriterebbero una trattazione a parte - e le celebrazioni unicamente liturgiche... anche se in questi casi quasi sempre ci scappava qualche festeggiamento profano!
Nel rione Esquilino, ai margini di
piazza Vittorio, il 17 gennaio di ogni anno, davanti alla chiesa di Sant'Eusebio
un'inconsueta "riunione" suscita la curiosità dei passanti. I
partecipanti, ignari e non sempre entusiasti continuatori di un'antica
tradizione, sono cani, gatti ed uccellini condotti lì dai proprietari per
essere benedetti. La cerimonia ha però ormai un carattere modesto,
prevalentemente religioso, ben lontano da quello della sontuosa celebrazione che
nei secoli scorsi si svolgeva davanti alla vicina chiesa di Sant'Antonio Abate,
protettore degli animali.
Per la sua peculiarità l'evento colpiva l'attenzione dei viaggiatori stranieri
e fu mirabilmente immortalato da artisti quali Thomas e Pinelli. Se oggi ad
essere benedetti sono soltanto gli animali domestici - per i pochi cavalli
superstiti delle carrozzelle romane la cerimonia si svolge insieme a quella
delle auto il 9 marzo, giorno dedicato a santa Francesca Romana - un tempo vi
erano, come tra gli altri ricorda il Belli, molti "porchi, somari, pecore,
cavalli...pieni de fiocchi bbianchi, e rrossi e ggialli", oltre a lussuose
carrozze di cardinali e principi trainate da cavalli pomposamente agghindati. A
rendere il tutto ancor più vivace talvolta apparivano persino gli elefanti dei
circhi.
Con una punta di ironia Goethe nel 1787 ricordava una nota dolente della festa:
i cocchieri devoti portano ceri grandi e piccoli, "i padroni mandano
elemosine e doni, con i quali i preziosi ed utili animali sono garantiti da ogni
disgrazia". Il Belli non si lasciava sfuggire quest'ottima occasione per
lanciare l'ennesima sferzata contro la chiesa, personificata in questo caso da
"cuer pezzo de demonio de don Pangrazzio", che se aveva un gran
daffare con il suo aspersorio, ancor più era impegnato a raccogliere le
offerte. L'aspetto economico assumeva una rilevanza non secondaria nella
cerimonia - che spesso veniva prolungata per alcuni giorni - tanto che qualcuno
tentò il business, approfittando della richiesta di funzioni esclusive fatta da
alcuni nobili. Nel 1831 il cardinal vicario riconfermò però il monopolio della
chiesa di Sant'Antonio, arrivando a minacciare la sospensione a divinis per gli
autori di benedizioni non autorizzate.
Di quella che agli inizi del secolo Giggi Zanazzo definiva "ffesta granne", durante la quale i "cristiani bbattezzati" mangiavano frittelle e bignè a tutto spiano, è rimasto negli ultimi tempi solo un pallido ricordo nel quartiere Trionfale. Momento clou della festa - che prevedeva anche cerimonie religiose e spettacoli musicali in piazza della Rotonda, ma anche un mostra d'arte sotto il loggiato del Pantheon realizzata dall'Accademia dei Virtuosi - era l'invasione nelle strade dei friggitori, con i loro "apparati, le frasche, le bbandiere, li lanternoni, e un sacco de sonetti stampati intorno ar banco, indove lodeno le fritelle de loro, insinenta a li sette cèli". Il testo dei cartelli osannava i miracolosi poteri dei dolci venduti ("E chi vuol bene mantenersi sano / di frittelle mantenga il ventre pieno") in grado di far tornare la vista ai ciechi, la parola ai muti e persino di far camminare gli storpi... nemmeno una parola però rispetto agli effetti di queste scorpacciate sul fegato!
A differenza di quanto lo spirito
festaiolo dei romani potrebbe far pensare, le celebrazioni per il Natale di
questa meravigliosa città che ha appena compiuto 2.750 anni non hanno una
tradizione consolidata. Nei secoli passati infatti per lunghi periodi la
ricorrenza fu "boicottata" per ragioni di opportunità politica. Dopo
un millennio di silenzio, nella seconda metà del Quattrocento gli umanisti
riuniti nell'Accademia Romana fondata da Pomponio Leto iniziarono di nuovo a
festeggiarla, anche se in privato. Paolo II fu però insospettito da questo
tentativo "eretico", che a suo avviso idealizzava il passato con
l'obiettivo di limitare la sovranità dei papi. L'Accademia venne quindi sciolta
ed i suoi partecipanti finirono sotto processo, pure se in seguito Pomponio Leto
fu "riabilitato". Per un po' nessuno parlò del Natale di Roma finché
agli inizi del Cinquecento, quando gli ideali umanisti non costituivano più un
pericolo per la stabilità politica qualcuno, al contrario, pensò di utilizzare
la ricorrenza come strumento per rafforzare il potere papale.
In tempi più recenti, molto partecipati furono i festeggiamenti del 1847,
consistenti in un imponente banchetto con ottocento commensali (a cui partecipò
anche Massimo d'Azeglio) e un "volantinaggio", ovvero un lancio di
cartoline inneggianti alla rinascita dell'antica Roma.
Ma in alcuni periodi, celebrazioni a parte, fu proprio la data della fondazione
della città ad essere messa in discussione. Nell'Ottocento infatti si negò
validità storica agli eventi sino ad allora comunemente ritenuti veritieri
rispetto alla nascita di Roma, che finirono relegati nel campo della leggenda.
La città, si disse, non venne affatto fondata da un "Romolo
qualsiasi", ma si formò attraverso una progressiva evoluzione. Sorsero
interminabili dispute, finché ulteriori ritrovamenti archeologici diedero
nuovamente credibilità all'ipotesi iniziale. In ogni caso - evento o processo
che sia - il 21 aprile continua, da tempo immemorabile, ad essere considerato il
Natale di Roma.
Il 25 aprile ricorre un compleanno un po' particolare, quello di Pasquino, la celebre statua parlante romana. Fu infatti proprio in occasione della festa di san Marco Evangelista e della processione che da San Lorenzo in Damaso attraversava il rione Parione, che gli studenti dell'Archiginnasio romano donarono la parola al busto marmoreo e gli attribuirono il nome del loro maestro di latino. O almeno, questa è l'ipotesi più probabile. Ogni anno infatti i ragazzi organizzavano una festa goliardica nel corso della quale si esibivano in una gara poetica: nacque così la consuetudine di affiggere i versi, allora in latino, sulla statua che, per quell'occasione, veniva anche ricoperta di drappi e talvolta "mascherata" in conformità con gli avvenimenti di cronaca.
Il 25 novembre, che nella Roma dei papi era il giorno stabilito per l'accensione dei "riscaldamenti" (ovvero la legna dei caminetti), nella città giungevano i pifferari. A questa ricorrenza, che annunciava l'arrivo dell'inverno, Belli dedicò anche, nel 1831, un sonetto: "Oggiaotto ch'è Ssanta Catarina, / se cacceno le store pe le scale, / se leva ar letto la cuperta fina, / e ss'accenne er focone in de le sale. / Er tempo che ffarà quella matina, / pe' Nnatale ha da fàllo tal'e cquale. / Er busciardello cosa mette? bbrina. / La bbrina vederai puro a Nnatale. / E ccominceno ggià li piferari / a ccalà da montagna a le maremme / co' quelli farajôli tanti cari! / Che bbelle canzoncine! oggni pastore / le cantò spiccicate a Bbettalemme / ner giorno der presepio der Zignore".
A Roma il mese di novembre era un
tempo dedicato a solenni cerimonie funebri, macabre rappresentazioni allestite
dalle confraternite in ricordo dei "defunti di Cristo". Nei secoli
scorsi la città non aveva però una vera e propria necropoli. Piccoli cimiteri
erano disseminati un po' ovunque, accanto alle chiese o all'interno dei
chiostri, negli ospedali o presso le confraternite religiose. San Giovanni in
Laterano, Santa Maria in Trastevere e il Santo Spirito avevano ad esempio il
proprio camposanto. Fosse comuni venivano poi scavate alle porte della città
durante le tragiche epidemie di peste e colera.
La più importante cerimonia si svolgeva nella chiesa di Santa Maria
dell'Orazione e Morte in via Giulia. Nella cupa atmosfera di una chiesa
tappezzata di drappi neri, ceri accesi e fiori veniva esposto un catafalco
composto di ossa e teschi, a simboleggiare i temi della morte e della salvezza.
Come se non bastasse, due scheletri con clessidra e falce ammonivano:
"Ancor noi fummo / come voi / che qui venite...". Queste macabre
rappresentazioni colpivano la popolazione romana, che nel Sette-Ottocento si
recava in massa nella sotterranea cappella della chiesa, simile al cimitero dei
Cappuccini ancora esistente in via Veneto. Al termine delle cerimonie la statua
della Madonna del Rosario veniva portata in processione fino al cimitero del
Santo Spirito.
Nella Roma del Cinque-Seicento
l'esecuzione delle sentenze capitali, l'uccisione in pubblico del colpevole,
assumevano la funzione di monito, di deterrente nei confronti della popolazione.
Per questo, le "giustizie" avvenivano spesso nelle piazze romane, e le
teste dei condannati rimanevano poi esposte in vari luoghi della città.
Montaigne, in soggiorno a Roma, si era trovato ad assistere all'esecuzione di
Bartolomeo Vallante, detto Catena, famoso capo-bandito condotto al patibolo nel
gennaio del 1581. Sul luogo dell'esecuzione accorsero migliaia di spettatori,
una cifra impressionante, se consideriamo che la popolazione romana si aggirava
allora intorno alle centomila unità! Si ebbe un "gran concorso di
gente", spiegano gli Avvisi dell'epoca, "perché ognuno desiderava
vedere per la fama che aveva: era giovane di 30 anni e ha fatto 54 homicidij, ed
è stato 12 anni fuoruscito".
In genere il condannato arrivava sul luogo dell'esecuzione preceduto da un
corteo aperto da un gran crocifisso e composto dai membri delle confraternite
incappucciati e coperti da un sacco nero, che accompagnavano il malcapitato fra
orazioni e riti religiosi. Alla morte seguiva spesso lo squartamento, effettuato
in particolar modo sul corpo di condannati che avevano commesso reati in diversi
luoghi dello Stato Pontificio, dove poi venivano inviate ed esposte le varie
parti del cadavere.
Cavalcata papale a San Giovanni in Laterano
Ancora oggi i pontefici, una volta
incoronati, si trasferiscono in San Giovanni in Laterano per la "presa di
possesso" della città quali vescovi di Roma. Ma quello che attualmente è
solo uno spostamento di alcune macchine, un tempo corrispondeva ad una solenne
cavalcata - ricordata da numerose incisioni - a cui partecipavano le più alte
gerarchie ecclesiastiche. Un'ingente folla attendeva il passaggio del pontefice
lungo le strade (spesso la cerimonia si concludeva anche con un lancio di monete
al popolo) ed il percorso, lungo il quale le finestre erano riccamente
addobbate, veniva costellato di archi trionfali e di altre strutture effimere in
cartapesta, fatte erigere da famiglie nobili e progettate da celebri architetti.
Il tutto doveva seguire un preciso rituale: rigidamente regolamentati erano
infatti gli abiti, le precedenze ed i vari riti del possesso. Per alcuni secoli
si svolse in quell'occasione anche un'altra cerimonia, nel corso della quale una
delegazione di ebrei doveva rendere omaggio al neoeletto e consegnargli un dono.
Nel periodo in cui il pontefice si trovava ad Avignone, a Roma si svolsero le
prese di possesso di senatori e prefetti dell'Urbe.
Molto simili erano anche altre celebrazioni, chiamate hilaritates, cioè
allegrezze, in occasione di particolari gesta o imprese del pontefice: rimase
celebre quella del 1507 quando Giulio II, il papa guerriero, rientrò a Roma
dopo la conquista di Bologna. Accolti con sontuose cerimonie furono però anche
personaggi quali Marc'Antonio Colonna, nel dicembre 1571, dopo la vittoria di
Lepanto.
2 febbraio. Da un punto di vista un
po' particolare, ma certo premonitore, così Goethe descriveva la cerimonia:
"Siamo andati alla Cappella Sistina per assistere alla funzione della
consacrazione delle candele. Ma poco dopo entrato ebbi come un'impressione
spiacevole e pregai i miei amici di condurmi fuori. Perché io pensavo che sono
appunto le candele che da 300 anni oscurano quelle superbe pitture ed è
l'incenso che con santo disprezzo non soltanto annebbia questi soli dell'arte,
ma finirà per cancellarli del tutto".
25 marzo. Per almeno tre secoli nel corso della festa dell'Annunciazione si
svolse una, per noi inconsueta, processione. Ogni anno sfilavano infatti,
solennemente vestite di bianco, quelle zitelle che avevano ricevuto la dote
dell'Arciconfraternita dell'Annunziata. Concludeva il tutto una imponente
cerimonia nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva alla quale in genere
partecipava anche il pontefice.
1a prima domenica di maggio. Era la festa della Nunziatella, in onore della
immagine della Vergine esistente a circa cinque chilometri da porta San
Sebastiano, in una piccola cappella in aperta campagna che per l'occasione
veniva circondata da baracchette in cui si vendevano cibo e vino.
26 maggio. Ogni anno una cerimonia popolare ricordava san Filippo Neri, quel
Pippo Bbono che era molto amato dai romani. La processione percorreva le vie del
centro, concludendosi in Santa Maria in Vallicella.
13 giugno. In occasione della festa di sant'Antonio i venditori di fragole,
radunatisi in Campo de Fiori con i canestri colmi del loro profumato e colorato
frutto, sfilavano per le vie di Roma vestiti a festa, in un corteo aperto da un
enorme cesto di due metri di diametro sorretto da baldi giovanotti, cantando
canzoncine quali: "Salutamo cor fischietto / S. Antonio benedetto /
Trullallero, trullallà / tutti quanti a sfravolà". I festeggiamenti si
concludevano con una distribuzione di fragole.
10 agosto. La notte di san Lorenzo è - come tutti sappiamo - da trascorrere
naso all'insù a fissare il cielo in attesa di quelle stelle cadenti che,
secondo la leggenda, sono le lacrime di san Lorenzo, torturato su una graticola
rovente. Un tempo il quartiere di San Lorenzo diveniva la sede di vivaci
festeggiamenti: si iniziava con la "solita" processione, che prendeva
le mosse dalla basilica patriarcale di San Lorenzo fuori le mura, per poi
proseguire, fino a notte inoltrata con giochi, spettacoli, grandi
"magnate" e fuochi d'artificio.
15 agosto. Oltre alle cerimonie religiose, Ferragosto diveniva l'occasione per
gare e giochi che si svolgevano prevalentemente sulle rive e nelle acque del
Tevere oppure a piazza Navona. La giornata si concludeva poi con un'abbuffata a
base di fettuccine e pollo da quando, nel 1681, era stato vietato quel cruento
passatempo durante il quale alcuni malcapitati paperi venivano ripetutamente
torturati prima di essere uccisi e finire, una volta cotti, nel piatto dei
partecipanti.
8 dicembre. Relativamente recente è la cerimonia dell'Immacolata Concezione: il
dogma fu infatti proclamato nel 1854, mentre quattro anni più tardi venne
solennemente inaugurata la colonna di piazza di Spagna.
Chiunque voglia leggere qualche testo per approfondire l'argomento, non avrà che l'imbarazzo della scelta! Proprio per l'abbondanza di lavori, abbiamo necessariamente dovuto fare una rigida selezione. Ricordiamo comunque che, oltre ai libri citati - ed in particolare gli inesauribili ed onnipresenti Belli e Zanazzo - preziose miniere di notizie sono i diari e le cronache dell'epoca. Da segnalare il Cracas di Costantino Maes, ricco di curiosità e tradizioni delle feste romane, ma anche la prima serie del Chracas che, da diario essenzialmente di guerra (si chiamava Diario ordinario d'Ungheria), si trasformò poi in un "giornale cittadino", riportando anche particolareggiati resoconti di avvenimenti politici, mondani e religiosi: vi si trovano quindi, tra l'altro, i nomi dei cavalli che vinsero le corse dei barberi, i numeri estratti al lotto oppure la descrizione delle macchine pirotecniche.
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