Franco
Serantini - Pisa 5 maggio 1972
Il
5 maggio 1972, durante la campagna elettorale, il missino Giuseppe Niccolai
tiene un comizio a Pisa. Al presidio antifascista indetto da Lotta Continua,
duramente caricato dalla polizia, partecipa tra gli altri un ventenne militante
del Gruppo anarchico Pinelli. Abbandonato alla nascita nel brefotrofio di
Cagliari, costretto dal 1968 a vivere, senza alcuna ragione penale, in regime di
semilibertà nel riformatorio di Pisa, Franco Serantini era impegnato in quegli
anni in iniziative sociali e politiche, dalla controinformazione sulla “strage
di Stato” al Mercato rosso nel quartiere popolare del Cep.
Durante
gli scontri fu pestato a sangue sul lungarno Gambacorti dagli uomini del 2° e 3°
plotone della Terza compagnia del i
Raggruppamento celere di Roma, pur non avendo opposto resistenza, come testimoniò
il commissario di ps Giuseppe
Pironomonte che lo sottrasse, con l’arresto, alla furia degli agenti, e
si dimise poco dopo i fatti. Trasferito nel carcere Don Bosco con l’accusa di
oltraggio e adunata sediziosa, Franco fu privato dell’assistenza che avrebbe
forse potuto salvarlo. Il giorno successivo, anche nel corso
dell’interrogatorio, manifestò un evidente stato di malessere e una forte
cefalea che il giudice, le guardie carcerarie e il medico non ritennero degni di
un approfondimento diagnostico. Entrato in coma nella sua cella, morì nel
pronto soccorso del carcere alle 9.45 del 7 maggio. Una grande folla accompagnò,
per l’ultimo saluto, quel corpo straziato, che all’avvocato presente
all’autopsia era apparso «massacrato al torace, alle spalle, al capo, alle
braccia. Tutto imbevuto di sangue».
Le
indagini volte all’individuazione dei responsabili furono ostacolate da
tentativi di rimozione dei magistrati “scomodi” e dal muro di omertà dei
poliziotti presenti. Nel novembre 1972 il medico del carcere Alberto Mammoli
ricevette comunque un avviso di procedimento per omicidio colposo, mentre il
giudice istruttore Funaioli si espresse in favore di un’azione penale contro
Albini Amerigo e Lupo Vincenzo, capitano e maresciallo di ps
del i Celere di Roma, e la
guardia Colantoni Mario, per aver affermato il falso e taciuto «ciò che era a
loro conoscenza […] per assicurare l’impunità agli agenti responsabili
dell’omicidio di Franco Serantini».
Nella sentenza depositata nell’aprile 1975 il giudice Nicastro dichiarò «non doversi procedere in ordine al delitto di omicidio preterintenzionale in persona di Serantini Franco per esserne ignoti gli autori». Lupo e Mammoli vennero prosciolti. Albini e Colantoni, condannati per falsa testimonianza a 6 mesi e 10 giorni con la condizionale e la non iscrizione nel casellario giudiziale, furono assolti nel gennaio 1977. Nel marzo dello stesso anno il dottor Mammoli venne ferito alle gambe da militanti di Azione Rivoluzionaria, organizzazione armata dell’area anarco-libertaria.