Introduzione
Potranno
recidere tutti i fiori,
ma
non potranno fermare la primavera
Pablo
Neruda
L’immagine
di Carlo Giuliani esanime sull’asfalto di Genova è rimasta impressa nella
coscienza collettiva. La brutale irruenza della morte, giunta in modo repentino
a falcidiare i mille colori del “movimento dei movimenti”, ha lasciato
attonita e sgomenta la parte più sensibile del nostro paese. Rievocando un
amaro sapore di antico in chi, negli anni Settanta, era attivamente impegnato, a
sinistra, nella straordinaria stagione di lotte volta a una radicale
trasformazione sociale e politica. La memoria di noi, giovani di allora, è
tornata ai volti di quei nostri compagni ai quali sono stati negati il
privilegio e la maledizione di invecchiare.
Saverio,
Franco, Giannino, Mario, Fabrizio… pochi li ricordano, forse, oltre i confini
della ristretta cerchia degli affetti. Per un ragazzo di oggi, per un giovane no
global che ai tempi della loro morte non era ancora nato, sono nomi che non
suscitano emozioni. Coetanei vissuti qualche decennio prima, e rimasti
pietrificati a quell’età. Per chi ha partecipato con entusiasmo e passione a
quell’intenso momento storico è diverso. I loro volti, che abbiamo visto
stampati su volantini, manifesti, giornali, ci sono familiari. Erano al nostro
fianco, anche se non li abbiamo mai incontrati. Condividevamo idee, sogni,
speranze, gioia e rabbia. Lotte dure, talvolta violente, contro un potere
spietato e stragista. Quelle brevi esistenze, assurte loro malgrado a simbolo,
hanno fatto parte della nostra vita. Non erano figure eccezionali, ma solo
giovani impegnati, come migliaia di altri, in una lotta condotta in nome di
quegli stessi ideali che in precedenza avevano permesso di battere il
nazifascismo. Frammenti di storia prevalentemente orale. Piccole storie da
custodire non solo nell’intimità della memoria individuale, ma anche in
quella collettiva, nel patrimonio di coloro che non si riconoscono in un modo di
produzione e un sistema sociale basati sulla disuguaglianza.
Percorsi umani del lungo cammino di emancipazione e progresso che ha
visto, tra gli altri, partigiani combattere per la liberazione del paese;
operai, braccianti e disoccupati reclamare lavoro, salario, pace; donne
rivendicare i propri diritti; militanti politici lottare per un mondo migliore
in nome di principi e valori di giustizia sociale identificati nel comunismo,
nel socialismo, nell’antifascismo, nell’anarchia.
I
dieci racconti di questo libro ricordano vicende degli anni Settanta analoghe a
quella di Carlo. Manifestanti della sinistra uccisi dalle forze di polizia.
Colpiti da candelotti lacrimogeni, da proiettili sparati ad altezza d’uomo o
travolti da camionette durante cariche contro cortei. Oppure morti nelle piazze
per mano dei fascisti, davanti a poliziotti che non hanno in alcun modo fermato
gli assassini. La scelta è avvenuta in base a criteri di conoscenza personale,
contiguità politica, possibilità di reperire documenti e testimonianze. Ma non
è stato semplice lasciare fuori altre vicende umane, altri drammi. Perché
molti di più sono i manifestanti caduti nelle piazze dell’Italia
repubblicana, e quindi le storie da narrare, sottrarre all’oblio. Ricordi del
passato, strumenti per comprendere il presente.
Storie
assolute, definitive. In contrasto con l’età dei protagonisti, tutti intorno
ai vent’anni. La lotta di classe non è uno scontro tra generazioni, ma nei
movimenti di opposizione i giovani sono sempre i più presenti e attivi. Per
questo, anche i primi a trovare la morte. La morte. Spesso in quegli anni ci
colpiva, spesso ci sfiorava lasciandoci smarriti e disorientati. Invasi dal
dolore e dalla rabbia, alla ricerca di un impossibile senso per la perdita di un
compagno, di un amico. Un senso che riuscivamo a trovare solo nella prosecuzione
della lotta. Avevamo fra i nostri riferimenti la Resistenza e i movimenti di
liberazione, come esempi umani il Che e i rivoluzionari coerenti con i propri
ideali fino all’estremo sacrificio, eppure nessuno metteva in conto di poter
morire. A vent’anni, per un’ideale.
Le
storie di questo libro raccontano spesso una doppia morte. Quella di un corpo
spento nel fiore degli anni e quella di una memoria calpestata da uno Stato che
nega giustizia, evitando di condannare se stesso. Il copione è spesso simile, e
inizia con i caroselli di menzogne delle ore successive, quando questura e
istituzioni tentano di accreditare la tesi di malori, infarti, incidenti.
Un’offesa al buon senso, ma soprattutto al dolore. Nei casi in cui non è
stato possibile nascondere la verità dietro il sipario delle bugie, si sono
talvolta costruite versioni così inverosimili da rasentare il grottesco.
Improbabili cadute di poliziotti e rocamboleschi contorsionismi di proiettili,
grilletti scattati da soli e automezzi che si muovono senza conducente. Il
tutto, accompagnato da manomissioni di prove e sostituzioni di magistrati.
Talvolta, sul banco degli imputati sono finiti i compagni dell’assassinato. Un
ribaltamento di responsabilità, un tentativo di far passare le vittime per
aggressori. Come di recente nella scuola Diaz di Genova, con l’introduzione da
parte della polizia di bottiglie molotov.
Raramente
si è arrivati a un processo, quasi mai a una condanna di appartenenti alle
forze dell’ordine. Le poche, sono state solo simboliche. Qualche mese di
reclusione “virtuale” e tutti i benefici di legge. Legittima difesa, e
quindi archiviazione, è stato l’esito più frequente delle indagini. La
stessa sorte si profila per l’inchiesta giudiziaria relativa alla morte di
Carlo.
Un
ennesimo furto di giustizia. E di verità. Una verità che, oggi come ieri, può
venire interamente a galla solo grazie alle controinchieste, alla determinazione
di compagni e familiari degli uccisi, di giornalisti, avvocati, fotografi.
I
racconti - diversi e nel contempo simili - rappresentano le policrome tessere
del mosaico di una storia vissuta con partecipazione e conflitto, solidarietà e
scontro. Storie di morte ma anche di vita, di vite. Frammenti di una generazione
politica che ha pagato duramente le proprie scelte. Certo non prive di errori,
sicuramente non condivise da molti, ma che vanno ricordate con il rispetto che
merita chi mette in gioco la propria vita per un interesse collettivo. A
concludere, le belle e dolorose parole della mamma di Carlo, testimonianza di
una vita impegnata e serena, sconvolta in modo irreversibile quel drammatico
venerdì di luglio del 2001.
Nel
libro prevale la dimensione emotiva, anche se una dettagliata e rigorosa
descrizione dei fatti è proposta nelle schede presentate in appendice. Gli
scritti esprimono certamente un punto di vista “partigiano”. Ma non è
scorretto manifestare le proprie posizioni, se onestamente dichiarate. La
mistificazione sarebbe tentare di nasconderle dietro una presunta oggettività.
Questa raccolta non ha l’aspirazione di spiegare ragioni e “verità” delle
diverse parti in campo. Intende comunicare emozioni, pensieri, sensazioni di una
storia partecipata e vissuta in prima persona.
Tutti i racconti sono dedicati ai “nostri” compagni. Anche per
rifiutare i tentativi di identificazione dei percorsi umani e storici degli
oppressi con quelli degli oppressori, di equiparazione dei martiri della
Resistenza con i ragazzi di Salò. È un crimine storico cercare di cancellare
il passato, ponendo sullo stesso piano due opposte e inconciliabili concezioni
del mondo. Una basata sul fascismo, il razzismo, la prevaricazione, il potere
del più forte, l’altra fondata sull’ideale del comunismo, l’uguaglianza,
la giustizia sociale, la liberazione dal lavoro salariato. Nonostante i limiti e
gli errori presenti sinora in tutti i tentativi di attuazione concreta di questi
principi, il loro valore generale non può essere disconosciuto. L’aspirazione
a vivere in un mondo in cui sia superata l’enorme disparità nella
distribuzione delle ricchezze è più che mai attuale e presente
nell’oggettività storica.
Se Giorgiana, Piero, Francesco, Roberto, Walter… fossero qui, ci piace pensare che sarebbero stati con noi nelle strade di Genova, di Firenze, di Roma. Chissà, forse avrebbero parlato di fasi del capitalismo invece che di globalizzazione, di imperialismo anziché di impero, di borghesia per definire i potenti della terra. La sostanza non cambia. Le idee per le quali hanno perso la vita sono le stesse che animano le lotte dell’oggi. Ci auguriamo che i racconti contribuiscano a rendere più familiari questi giovani, per molti sconosciuti, che sono idealmente al nostro fianco, al fianco di tutti coloro che lottano “per un altro mondo possibile”.