Appendice
| Saverio Saltarelli | Franco Serantini | Roberto Franceschi |
| Fabrizio Ceruso | Claudio Varalli | Giannino Zibecchi |
| Piero Bruno | Mario Salvi | Francesco Lorusso |
| Giorgiana Masi | Walter Rossi | Cronologia |
Omicidi
di Stato
Questa
appendice documentaria ha lo scopo di fornire dati più precisi e dettagliati
sulle dieci vicende oggetto dei racconti, alle quali sono dedicate schede che
ricostruiscono, oltre ai fatti, gli esiti delle relative inchieste giudiziarie.
Molte di più sono però le uccisioni ad opera delle forze di polizia
nel corso di manifestazioni. Circa 200, a partire dal 1946. Senza contare i
militanti della sinistra che hanno perso la vita in occasione di fermi e
arresti, senza contare gli appartenenti a organizzazioni armate e i caduti per
mano dei fascisti e della mafia.
A
fronte dell’enorme tributo di sangue versato dalla sinistra nelle piazze
dell’Italia repubblicana, fonti della destra menzionano solo due loro
manifestanti uccisi da poliziotti e carabinieri. Più alto è invece il numero
dei morti fra le forze di polizia durante scontri, provocati in genere da azioni
di resistenza e difesa, anche dura, dei manifestanti nei confronti di violente
cariche, pestaggi o da esplosioni di rabbia generate da precedenti eccidi.
Nei
giorni e nei mesi immediatamente successivi al 25 luglio 1943, che segnò la
caduta di Mussolini e la formazione del governo Badoglio, si contano decine e
decine di morti nel corso di scioperi, manifestazioni e proteste. Sono
braccianti, operai, disoccupati, giovani, donne, comunisti. La
violenta repressione delle lotte operaie e popolari che si sviluppano in quegli
anni, inizialmente nella situazione di esasperazione provocata dalla guerra,
porta infatti a duri scontri. Nel periodo postbellico, le occupazioni da parte
dei braccianti delle terre lasciate incolte dai latifondisti, le manifestazioni
contro il razionamento, la disoccupazione, il carovita, per aumenti salariali,
sfociano in vere e proprie stragi ed esecuzioni sommarie da parte
dell’esercito e delle forze poste in difesa dell’ordine pubblico. Con il
consolidamento del regime democristiano, l’offensiva antioperaia, antipopolare
e anticomunista è particolarmente dura. La polizia di Scelba e di Tambroni
stronca nel sangue le manifestazioni di protesta. Dal 1963, con il
centrosinistra, non si registrano eccidi nelle piazze – nel 1966 lo studente
socialista Paolo Rossi viene però ucciso dai fascisti nell’università di
Roma alla presenza della polizia - ma rimangono pericolosamente attive trame e
manovre golpiste. Fra il 1968 e il 1969 lo scontro di classe si inasprisce.
L’esplosione della contestazione giovanile e studentesca e dell’opposizione
operaia pone le basi per una reale alternativa di potere. La reazione è
cruenta. Di nuovo morti nelle piazze, per mano di fascisti e forze di polizia.
Nello stesso tempo, con le bombe del 12 dicembre 1969 prende avvio la strategia
della tensione, una catena di stragi, in gran parte rimaste impunite, che hanno
insanguinato il nostro paese per più di un decennio, con l’obiettivo di
bloccare la trasformazione sociale e stabilizzare il regime democristiano. Un
sistema fondato in quegli anni su una politica fortemente conservatrice e
reazionaria, tesa a impedire l’“avanzata del comunismo” e a consentire un
recupero dell’egemonia sulla destra. Gli attentati, che a lungo furono
strumentalmente attribuiti agli anarchici, hanno visto coinvolti, a vario
titolo, fascisti e apparati dello Stato.
Nei
primi anni Settanta la crisi economica acuisce l’instabilità politica e
sociale del paese. Lo Stato cerca allora di comprimere il dissenso e
“pacificare” la società attraverso una severa repressione delle
opposizioni. Mentre in Italia si susseguono le stragi e le voci di imminenti
colpi di stato, il golpe di Pinochet in Cile, nel settembre 1973, fa svanire
nella sinistra il sogno di una possibile conquista, per via pacifica, del
potere. È in questa situazione che il segretario del pci
Enrico Berlinguer lancia la politica del compromesso storico. Obiettivo
della repressione non erano già più, in quegli anni, le grandi organizzazioni
operaie e dei lavoratori, ma gli studenti e i militanti della sinistra
rivoluzionaria, duramente attaccati nelle piazze. Le forme di autodifesa messe
in atto nei cortei dai servizi d’ordine dei gruppi extraparlamentari non
sempre sono sufficienti a proteggere i manifestanti. Lo scontro sociale è molto
intenso quando, nel 1975 viene emanata la Legge Reale, che accentua i
poteri coercitivi dello Stato ampliando la discrezionalità delle forze di
polizia.
All’inizio del 1977 esplode la protesta giovanile. Il movimento, sorto
dalle ceneri dei gruppi della nuova sinistra, nasce sul rifiuto, rifugge la
mediazione e si sviluppa all’insegna dello slogan “riprendiamoci la vita”.
Numerose università occupate si trasformano in punto d’incontro per il
proletariato giovanile: studenti, precari, “indiani metropolitani”. Forte e
significativa la presenza femminista. Alla lotta, che si estende alle scuole
medie, lo Stato risponde con la polizia, creando un clima di crescente tensione
che porta a un veloce innalzamento del livello dello scontro. Intanto, si fanno
più numerose le aggressioni dei fascisti nei confronti di militanti della
sinistra, spesso con la copertura delle forze incaricate di mantenere l’ordine
pubblico. Nel frattempo cresce il contrasto fra il movimento e il pci,
che non si oppone al varo di leggi speciali ad opera del monocolore
democristiano guidato da Andreotti, sorretto dall’astensione di tutti i
partiti dell’arco costituzionale. Un governo che, oltre a imporre una sorta di
“stato di polizia”, con un restringimento delle libertà e garanzie
costituzionali, attacca importanti conquiste operaie e popolari. Per la prima
volta, dopo il 1948, il pci non è
all’opposizione.
Dal 1977 al luglio 2001 non ci sono morti nelle manifestazioni di piazza. Hanno però continuato – e continuano tutt’oggi – a perdere la vita, in operazioni di ordine pubblico, ladruncoli o persone scambiate per tali, sfortunati cittadini che si trovavano in strada o in auto, spesso falcidiati ai posti di blocco. Vittime delle “leggi eccezionali”, che garantiscono una sostanziale impunità alle forze di polizia