Alla scoperta dei mestieri perduti
Aurelio Mortet ci accoglie con molta disponibilità nel suo particolare laboratorio dove, in una allegra atmosfera "d'équipe", la passione per il mestiere si tramanda di generazione in generazione da più di un secolo e - caso quasi unico nell'artigianato romano - coinvolge ancora oggi i figli Dante e Andrea ed il nipote Paolo. In un album fotografico sono raccolte le "glorie" della bottega, unica a Roma per la varietà di lavori che vi vengono svolti: una penna in oro per Giovanni XXIII, un anello e una croce per Paolo VI, oggetti rituali esposti nel Museo di Arte ebraica ma anche lavori più "frivoli" come la riproduzione, in formato "tascabile", dei nasoni umbertini, le tipiche fontanelle romane.
Affascinati
da questa scoperta abbiamo voglia di cercare altre tracce di quei mestieri che
sono ormai mantenuti in vita soltanto da pochi tenaci superstiti.
Uscendo
dal palazzo, dopo aver girato a sinistra, ci ritroviamo a passeggiare nella
sopravvissuta "oasi" di Via dell'Orso, dove è possibile avvicinarsi a
mestieri altrove scomparsi. Sempre più rari sono ad esempio i doratori,
preziosi
artigiani che, dotati di una pazienza e una grazia fuori dal comune, applicano
su cornici e candelieri foglie di oro zecchino ed argento. Nella sua bottega in
Via del Cancello Costanzo Di Nunzio si destreggia con vera maestria (30
anni di esperienza non sono pochi!) nell'utilizzo di queste lamine sottilissime
che si accartocciano persino con un respiro, e che ad un profano sembra
impossibile "tenere a bada".
Poco
più in là, in via dell'Orso, lavora da circa 25 anni un intagliatore, in un
laboratorio pieno di scalpelli sagomati, le sgorbie, che permettono le diverse
incisioni. Vincenzo Piovano, artigiano-artista del legno, ricostruisce
con abilità i fregi e le parti mancanti di cornici, oggetti, mobili.
Attenzione
a non confondere, come talvolta accade, l'intaglio con l'intarsio, che è
invece una sorta di mosaico in legno. Sempre in zona, in una bottega piena di
"piallacci" troviamo Carlo Zoppo, uno degli ultimi
rappresentanti di un'arte che nel Settecento ha attraversato un momento di
particolare gloria con le preziose creazioni di Maggiolini. Quando arriviamo è
alle prese con il restauro di un antico intarsio, ma realizza anche pannelli
decorativi e applicazioni su mobili nuovi, proseguendo una tradizione che si
è tramandata in famiglia da tre generazioni.
Ormai
"rapiti" da questi mestieri, ci dirigiamo velocemente nel rione
Monti, altra zona ricca di artigiani.
Passeggiando
in una nascosta e silenziosa stradina, la nostra attenzione viene catturata dal
laboratorio in cui lavora Beatrice Cesari, una vera esperta nella soffiatura artistica del vetro, di cui ha appreso le tecniche ad
Altare, piccolo centro ligure dalla tradizione millenaria. Per la soffiatura
"a lume" non c'è bisogno di altoforni né di ingombranti
attrezzature. Bastano una fiamma e pochi attrezzi - oltre, ovviamente, ad una
buona dose di abilità e di determinazione - per trasformare una semplice
bacchetta di vetro in un bicchiere, un'ampolla... oppure, perché no, in un
fiore!
Colpisce
la sua disinvoltura nel manipolare il vetro. Il telefono squilla, Beatrice è
sola nella bottega. Continua a lavorare mentre, con la cornetta appoggiata sulla
spalla, prende accordi per il restauro di un lampadario. Non può fermarsi, ci
spiega successivamente: c'è il rischio che il vetro si spacchi!
Nascosto
nel soppalco di una piccola ed elegante bottega a due passi dal Foro Traiano
troviamo invece il laboratorio dove Paolo Sogno "cura" i
meccanismi degli antichi orologi.
Cresciuto
in mezzo agli strumenti che regolano il tempo - il mestiere si tramanda nella
sua famiglia da quattro generazioni - restaura con precisione orologi di ogni
tipo, compresi quelli che, dalle torri campanarie delle chiese o dei palazzi
comunali, da secoli scandiscono la vita quotidiana della città.
In
questo "ticchettante" laboratorio incuriosiscono i vecchi strumenti da
lavoro, antichi torni e fresatrici usati per ricostruire gli ingranaggi, mentre
stupiscono i preziosi e rari orologi del secolo scorso con doppio quadrante, ad
indicare l'ora italiana (il metodo in vigore a Roma fino al 1846) e quella
francese, il sistema che usiamo ancora oggi.
Alle
porte del rione incontriamo un maestro liutaio, che fabbrica e restaura
strumenti musicali a corda. Rodolfo Marchini, della prestigiosa scuola
cremonese lavora, con un immancabile sottofondo di musica classica, nella casa
laboratorio in via Firenze, vicino al Teatro dell'Opera. L'appartamento,
pieno di lucenti violini allineati alle pareti e di onorificenze di ogni tipo ha
ospitato, fino alla sua scomparsa nel 1991, uno dei più celebri liutai romani,
Giuseppe Lucci, i cui strumenti sono caratterizzati da un originale marchio,
simbolo del suo nome e cognome: due pesci collegati da una lettera
"G". Suo genero, che prosegue con successo la tradizione da oltre 30
anni, ha riparato moltissimi strumenti e ne ha costruiti più di 300, sparsi
ora in ogni parte del mondo. Non è cosa da poco, considerando che la
realizzazione di un pezzo è un lavoro lungo e delicato, che necessita di
qualche mese!
I
dintorni di Roma conservano un ricco patrimonio artigianale di attività
talvolta scomparse nella città. Decidiamo quindi di fare un salto ad Albano.
Nella vociante e colorata piazza del mercato carpiamo alcune parole della
conversazione di un gruppo di persone: "Ormai è rimasto solo lui a fare
questo mestiere!". Girando lo sguardo notiamo una bottega che espone cerchi
e botti prodotte artigianalmente da un "irriducibile" bottaio. Sono
rimasti in due, entrambi ai Castelli, dopo la chiusura, alcuni anni fa, degli
ultimi bottai a Testaccio. Alfredo Sannibale, nel locale che i suoi
antenati hanno aperto intorno al 1860, ci illustra i procedimenti per curvare
il legno e ci mostra le sue botti nel loro "ambiente naturale"
conducendoci, nel cortile interno al palazzo, in una caratteristica fraschetta
tradizionale.
Costruire
botti è una vera e propria arte che consente - assicurano gli intenditori - di
dare al vino il giusto sapore. I contenitori in legno, spesso prodotti
industrialmente, si usano però ormai solo per vini pregiati; gli altri vengono
conservati in fusti di vetroresina.
Abbiamo
quasi dimenticato che tutto è iniziato perché eravamo incuriositi dal Palazzo
della Scimmia. Quello, per intenderci, sulla cui torre si erge una statua della
Madonna che, si racconta, sia stata eretta secoli fa dagli abitanti del palazzo
"per grazia ricevuta" dopo che la loro neonata, portata da una scimmia
in cima alla torre, ne era uscita incolume. Siamo stati completamente
coinvolti dalle particolari suggestioni di questi incontri con gli artigiani
che, nelle loro botteghe stracolme di vecchi strumenti da lavoro, ci hanno
svelato con orgoglio tecniche e segreti degli antichi mestieri.
Molti
altri artigiani meriterebbero la nostra attenzione. Dovremmo concederci più
spesso una passeggiata in quelle affascinanti "isole" fuori dal tempo,
nei rioni Borgo, Ponte e Monti, che conservano l'atmosfera di una città non
ancora metropoli!
A
proposito: una tappa "obbligatoria" è la visita al singolare Museo
dell'Artigianato Scomparso. Allestita da Domenico Agostinelli nella zona
di Dragona, sulla via del Mare la raccolta, un po' disordinata ma certamente
interessante e "viva", è composta da più di diecimila utensili ed
attrezzi che permettono di avvicinarsi alla vita delle passate generazioni di
artigiani e contadini.
Della
realizzazione di un Museo della Scienza a Roma si discute più o meno da due
decenni, ma l'iniziativa è rimasta impantanata fra scontri politici, mancanza
di fondi, problemi burocratici e disinteresse istituzionale.
Insomma,
per molti anni nulla si è mosso finché, finalmente, in questo iter travagliato
si è inserito un nuovo protagonista, il progetto MUSIS (Museo della Scienza e
dell'Informazione Scientifica) che, con limitate disponibilità di fondi e
strutture, è riuscito a fare "di necessità virtù", trasformando
un imperdonabile ritardo in una proposta innovativa in grado di superare il
limite della struttura museale classica.
Nato
nel 1991 e finanziato dal MURST (Ministero dell'Università e della Ricerca
Scientifica e Tecnologica) il progetto, supportato da un comitato scientifico di
alto livello, coinvolge attualmente università, centri di ricerca, enti
locali, scuole ma anche settori dell'imprenditorialità.
Le
numerose sedi scientifiche esistenti a Roma e nella provincia sono state,
grazie alle iniziative di MUSIS e alle Settimane della Cultura Scientifica,
conosciute da un pubblico più vasto, ma anche valorizzate dalla creazione di un
filo di Arianna che ha collegato
laboratori, istituti e musei sparsi per la città. Ne è nato un Museo
multipolare,
una "costellazione" di luoghi e itinerari che si snoda anche
attraverso sedi a prima vista inusuali quali le antiche botteghe artigiane. La
circostanza non deve stupire, visto che i circa 80 poli MUSIS non vogliono
essere siti di contemplazione di reperti storici ma centri vivi e dinamici
di conoscenza, testimonianze della connessione tra la vita quotidiana e la
ricerca in una visione che assegna una centralità al ruolo della scuola.
la sua preziosa attività, MUSIS è a tutt'oggi un'iniziativa troppo poco
conosciuta, dal momento che la sede promessa dal Comune, non è mai stata assegnata e il centro è rintracciabile solo
telefonicamente o via Internet. Malgrado ciò, oltre agli insegnanti (che sono
ovviamente i più interessati) anche numerosi romani, in particolare genitori
di bambini piccoli, si rivolgono durante tutto l'anno al numero verde. Insomma,
il bilancio dell'attività è senz'altro positivo, dal momento che sono stati
fatti passi in avanti verso la realizzazione dell'obiettivo che Luigi Campanella
non si stanca di sottolineare, la "creazione di una rete scientifica nel
territorio che raggiunga i cittadini nei quartieri attraverso poli istituiti
con la logica di decentrare e coprire tutto il territorio della città". E
allora professore, non ci resta che augurarle buon lavoro!
Nella
prima tappa del nostro itinerario viene affrontato un tema particolarmente
delicato: La linea d'ombra (aperta nel
settembre del 1995) è infatti una Mostra
Permanente della Psichiatria che ripercorre la storia dell'Ospedale del S.
Maria della Pietà dalle sue origini, nel 1550, fino agli inizi del secolo,
quando il Manicomio di Roma fu trasferito nell'attuale sede di Monte Mario.
Il
luogo di allestimento, un intero padiglione dell'Ospedale, nella sua inquietante
veridicità conduce il visitatore a diretto contatto con l'istituzione
manicomiale.
Colpisce soprattutto la ricostruzione di alcuni ambienti di vita
quotidiana: dallo studio medico alla fagotteria (il locale in cui al
momento del ricovero i pazienti lasciavano indumenti ed oggetti personali),
dalla sala mensa al dormitorio per arrivare all'infermeria e, infine, alla
famigerata camera di contenzione con il letto e la camicia di forza.
Sempre
a Monte Mario si trova dal 1935 il piccolo ma affascinante Museo
Astronomico e Copernicano, una
preziosa raccolta di strumenti scientifici di varie epoche relativi allo
studio degli astri, resa purtroppo quasi inaccessibile dai ridottissimi orari
di apertura.
Il
Museo, annesso all'Osservatorio, conserva numerosi cannocchiali, telescopi ed
altri apparecchi utilizzati per aumentare le capacità visive, meccanismi
destinati alla misura degli angoli e del tempo, una raccolta di astrolabi
(strumenti che indicano la posizione degli astri rispetto alla terra), ma
anche libri particolarmente rari come la prima edizione dell'opera De
revolutionibus orbium coelestium di Copernico.
A
chi è interessato alla materia consigliamo una visita fuori città, alla mostra
didattica permanente nell'Osservatorio Astronomico di Monte Porzio in cui, oltre
ad un'esposizione di strumenti scientifici, vi è un'ampia rassegna di
materiale fotografico che comprende numerose immagini riprese da satelliti.
Coloro
che vogliono invece rimanere nell'ambito delle collezioni romane possono
effettuare una sosta nei locali dell'Ospedale Santo Spirito, per visitare il Museo Storico Nazionale dell'Arte Sanitaria. Tra l'altro, vi è
stata ricostruita con arredi originali l'antica Farmacia dell'Ospedale,
celebre nel Seicento per l'efficace sperimentazione della corteccia di china
contro le febbri malariche. Un alone di magia avvolge il laboratorio
alchimistico,
pieno di alambicchi e sovrastato da un caimano imbalsamato: nel locale è
conservato anche il calco della Porta Ermetica, unica testimonianza a Roma
dell'alchimia, scienza antica e misteriosa, antenata della moderna chimica;
l'originale si trova invece nei giardini di Piazza Vittorio.
Importanti
dal punto di vista storico-scientifico sono le sale in cui si conservano cimeli
della medicina dei secoli passati. Particolarmente macabre per i non
"addetti ai lavori" sono le preparazioni anatomo-patologiche di
alterazioni
dello scheletro e dei vasi circolatori.
Rimanendo
in tema, ricordiamo che all'interno dell'Ospedale Forlanini
è situato dal 1941 il Museo Anatomico,
il cui ingresso è riservato a medici, studenti e studiosi. Si tratta di una
vera e propria esposizione di "orrori": sezioni di corpi umani, feti
ed organi colpiti da patologie di vario tipo.
Interessante
anche per il grande pubblico è invece il Museo
dell'Energia Elettrica, istituito
dall'ENEL nel 1988 in occasione dei suoi primi venticinque anni di attività.
L'itinerario
del Museo ripercorre la lunga e affascinante storia dell'energia, dai tempi in
cui Talete, nel 600 a. C., notò che l'ambra, se strofinata, aveva la proprietà
di attirare le fibre fino all'elettronica e all'energia nucleare, passando
attraverso le ricerche di Leonardo da Vinci e Galileo e la nascita
dell'elettricità con gli studi di Galvani e Volta. Fra
numerosi strumenti scientifici - alcuni familiari ed altri
incomprensibili ai più - si è colpiti dalla ricostruzione a grandezza naturale
degli interni della centrale idroelettrica di Alcantara, in provincia di
Catania, con macchinari originali e manichini di operai.
Poco
lontano, in Viale Europa, nei vastissimi sotterranei del Ministero delle Poste,
il Museo Storico delle Poste e
Telecomunicazioni
illustra invece l'evoluzione delle comunicazioni in Italia, dai segnali di
fumo all'immagine televisiva.
La
storia del servizio postale terrestre, marittimo ed aereo è ripercorsa nelle
numerose sale del Museo fra varie curiosità storiche, come un ingegnoso fax del 1825, un fornetto di disinfezione delle lettere usato
durante le epidemie, un bastone a sonagli utilizzato come segno di
riconoscimento dai corrieri nelle zone di operazioni belliche. Nella
ricostruzione della cabina radiotelegrafica del panfilo Elettra,
il laboratorio galleggiante usato da Guglielmo Marconi per i suoi esperimenti,
sono collocati alcuni apparecchi originali fortunosamente scampati alle
distruzioni belliche.
Interessante
novità nel panorama scientifico romano sono le mostre permanenti nelle Scuole
Superiori di Roma e provincia, che permettono il recupero e la valorizzazione di
un importante patrimonio di materiale didattico. Allestite negli ultimi anni
sotto l'impulso di MUSIS e della Settimana della Cultura Scientifica,
attualmente sono circa quindici, ma sicuramente aumenteranno di numero nel
prossimo futuro.
Particolarmente
ricco è il Museo della Didattica della
Scienza nel Liceo E. Q. Visconti,
il più antico istituto classico laico di Roma capitale fondato nel 1870 quale
erede del Collegio Romano creato dai gesuiti nel 1583. Vi sono conservate
collezioni di zoologia, botanica, chimica, mineralogia, geologia, paleontologia,
strumenti scientifici ma anche materiale cartaceo proveniente dall'ex-Museo
Kircheriano (che un tempo aveva sede nel palazzo) e dai Gabinetti
Scientifici del Liceo. Colpisce anche la collezione di vetreria scientifica,
con i circa 100 pezzi soffiati artigianalmente nei secoli passati e
miracolosamente conservatisi nonostante la loro fragilità.
Attualmente
in fase di ristrutturazione, il Museo aprirà il prossimo anno scolastico con
una serie di mostre tematiche che presenteranno i reperti a rotazione.
Unico
nel suo genere a Roma è il Museo di
Archeologia
Industriale e Storia del Lavoro, in fase di allestimento presso l'Istituto G.
Galilei. La particolare struttura architettonica dell'edificio, una
sorta di scuola-fabbrica composta da officine in cui sono affiancate vecchie e
nuove macchine, motori e computer, riassume già di per sé le varie fasi del
processo di industrializzazione nell'area romana. L'istituto è quindi una
sede "naturale" per il singolare polo MUSIS che si occuperà, anche
attraverso un centro di documentazione e di orientamento culturale, in
particolare degli indirizzi attualmente praticati nella scuola: meccanica,
elettrotecnica, edilizia, telecomunicazioni, costruzioni aeronautiche.
Significative
sono anche le altre raccolte nelle scuole superiori, allestite in Licei Classici
come il Mamiani, il Tasso o il Giulio Cesare, Scientifici come il Righi o l'Avogadro,
tecnici come il Fermi, il Lagrange o il Leonardo da Vinci. Per informazioni è
possibile chiamare il numero verde di MUSIS.
Dove
trovarli: indirizzi ed orari
Mostra
Permanente della Psichiatria,
Comprensorio Santa Maria della Pietà, VI Padiglione, Piazza Santa Maria della
Pietà 5 (Tel. 0635103420). Orario: dal lunedì al venerdì 9.00-13.00, sabato
previo appuntamento. Ingresso gratuito.
Museo
Anatomico, Ospedale
Forlanini, Via Portuense 378 (Tel. 0655180667). Orario: feriali 8.00-12.30 riservato a studenti, studiosi e medici
previa presentazione di un documento di identità.
Museo
Astronomico Copernicano,
Viale Parco Mellini 84 (Tel. 0635347056). Orario: mercoledì e sabato 9.00-13.00.
Ingresso gratuito.
Museo
dell'Energia Elettrica,
Piazza Elio Rufino, Fiera di Roma (Tel. 065141686). Orario:
9.00-13.00/16.00-20.00. Ingresso gratuito.
Museo
Storico delle Poste e Telecomunicazioni, Viale Europa 190 (Tel. 0659582092). Orario: feriali
9.00-13.00.
Museo
Storico Nazionale dell'Arte Sanitaria,
Ospedale S. Spirito, Lungotevere in
Sassia 3 (Tel. 0668352353). Orario: lunedì-mercoledì-venerdì 10.00-13.00.
Ingresso gratuito.
Museo
della Didattica della Scienza,
Liceo E. Q. Visconti, Piazza del
Collegio Romano 4 (Tel. 066792425). Visite previo appuntamento. Ingresso
gratuito.
Museo
di Archeologia Industriale,
ITIS G. Galilei, Via Conte Verde 51 (Tel.
064467095). Visite previo appuntamento. Ingresso gratuito.
Sono
tutti ad ingresso gratuito e, quando non è specificato diversamente, si
trovano all'interno della Città Universitaria. In genere sono aperti la
mattina dei giorni feriali (anche con visite guidate per gruppi e scolaresche),
ma è consigliabile una telefonata preliminare perché talvolta la visita è
possibile solo previo appuntamento.
Facoltà
di Scienze Fisiche e Naturali, Via A. Borelli 50 (Tel.
0649918008).
Policlinico
Umberto I, Viale Regina Elena (Tel.
064461484).
Museo delle Antichità Etrusche e Italiche
Facoltà
di Lettere. Dipartimento di Scienze Storiche, Archeologiche, Antropologiche
dell'Antichità (Tel.
064452239-0649913739).
Dipartimento
di Biologia animale e dell'uomo (Tel.
0649912273).
Facoltà
di Lettere. Dipartimento di Scienze Storiche, Archeologiche, Antropologiche
dell'Antichità (Tel.
064453270-0649913960).
Palazzo
del Rettorato (Tel.
0649910365).
Museo di Arte e Giacimenti Minerari (Rocce Ornamentali)
Facoltà
di Ingegneria. Via Eudossiana 18 (Tel.
0644585616).
Dipartimento
di Chimica (Tel.
0649913230).
Museo Storico della Didattica
Via
del Castro Pretorio 20 (Tel.
064940795).
Museo dell'Erbario di Roma
Facoltà
di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali. Dipartimento di Biologia Vegetale (Tel.
0649912410).
Dipartimento
di Fisica, Piazzale A. Moro 5 (Tel.
0649914334).
Museo di Geologia
Dipartimento di Scienze della Terra (Tel. 0649914825-064463068).
Museo di Storia della Medicina
Viale
dell'Università 34a (Tel.
064451721).
Museo di Merceologia
Facoltà
di Economia e Commercio. Istituto di Merceologia. Via Castro Laurenziano 9 (Tel.
0649766528).
Museo di Mineralogia
Dipartimento
di Scienze della Terra (Tel.
0649914887).
Facoltà
di Lettere. Dipartimento di Scienze Storiche Archeologiche, Antropologiche
dell'Antichità (Tel.
0649913924).
Dipartimento
di Scienze della Terra (Tel.
0649914315).
Museo del Vicino Oriente
Facoltà
di Lettere, Dipartimento di Scienze Storiche Archeologiche, Antropologiche
dell'Antichità, Via Palestro 63 (Tel.
064453672).
Dipartimento
di Biologia animale e dell'uomo. Viale dell'Università 32 (Tel.
0649914742); Via
Catone 34 (Tel.
0639728065).
Museo
Civico di Zoologia, Viale del Giardino Zoologico 20 (Tel.
063216586). Orario:
9.00-13.00/14.30-17.00. Ingresso L. 10.000, bambini e scuole gratuito.
Questa
antica ed importante collezione scientifica, smembrata nel tempo, è ora
sparsa in tre sedi. Una cospicua parte di reperti è infatti stata assegnata
nel 1932, in seguito ad una convenzione fra Comune e Università, al Museo
Civico di Zoologia, presso il Giardino Zoologico. All'interno dell'Università
è però rimasto il nucleo centrale della collezione didattica composto da
alcune migliaia di esemplari di tutti i gruppi zoologici, con particolare
riguardo agli invertebrati. Interessanti, fra i vertebrati, sono le raccolte di
studio di pesci, anfibi e rettili e quelle di micromammiferi. Nella sede
universitaria di via Catone si trovano invece ricche collezioni entomologiche
costituite da parecchi milioni di insetti, usate esclusivamente per la ricerca
scientifica.
Magazzini e laboratori del Teatro
dell'Opera
Sono
settantamila, forse ottantamila i costumi di scena conservati nell'edificio
di via dei Cerchi che il Teatro dell'Opera attualmente divide con il Centro
Elettronico del Comune. Nessuno ne conosce il numero esatto perché
l'auspicata catalogazione è a tutt'oggi rimasta solo un progetto, ma una cosa
è certa: in questi ambienti dalla luce un po' fioca dove Macbeth e
Cenerentola, Carmen e Otello, Manon e Tosca sono appesi uno in fila all'altro,
c'è un patrimonio di inestimabile valore, anche se l'alone di magia legato ad
abiti spesso leggendari si infrange sulle buste di cellophane che, conservando
integri i costumi, conferiscono però al luogo un'atmosfera da gigantesco
"armadio della cultura".
Alcuni
di essi ebbero una loro effimera gloria,
esposti al pubblico durante la discussa gestione di Cresci all'Opera, altri
invece sono lì da sempre, magari riutilizzati di tanto in tanto e quindi
modificati a seconda delle misure
degli attori. Certo, accanto a pezzi stupendi e pregiati ve ne sono altri
di valore ben più scarso, ma il materiale è sicuramente sufficiente per
costituire il nucleo centrale di un Museo del Teatro. Iniziativa di cui Roma
avrebbe urgente necessità, perché le collezioni teatrali della città non
sono assolutamente adeguate: la Raccolta
Teatrale del Burcardo ha riaperto dopo anni di chiusura al pubblico, mentre il
Museo del Teatro Argentina, in cui
sono assenti costumi e oggetti di scena, è a dir poco deludente.
Un
fantasma, quello dello sfratto, si
aggira però nei locali di via dei Cerchi. Fra i magazzinieri regna infatti
una sorta di rassegnazione per quest'evento che sembra ormai ineluttabile:
il Sindaco Rutelli ha deciso di trasformare il palazzo in un Museo dello
Sport, in vista delle Olimpiadi del 2004 che, probabilmente, si svolgeranno
a Roma. Non è la prima volta che l'amministrazione della città parla di un
trasferimento; ai tempi di Giubilo si era ventilata l'ipotesi,
fortunatamente sventata, dello spostamento in un inadatto magazzino di Tor
Cervara.
Possibile
che con tanti locali abbandonati, fabbriche dismesse, non ci sia per lo
sport un'altra possibile sede a Roma, visto che il palazzo di via dei Cerchi
ospita il Teatro dell'Opera da tempo immemorabile? Da quanti anni esattamente
non siamo riusciti a scoprirlo, sicuramente però almeno dalla riapertura
come Teatro Reale nel 1928. Certo, l'edificio ha bisogno di alcuni lavori
(anche l'impianto elettrico non è a norma) ma la temperatura degli
ambienti - in questo ex-pastificio della Pantanella privo di umidità,
muffe o parassiti - è veramente ideale.
Il
più antico costume conservato nel magazzino è il mitico abito di scena di
Floria Tosca indossato da Heraclea Darclée nel corso della leggendaria prima
nel 1900 ma, a parte qualche eccezione, la sistematicità della collezione
risale agli anni Trenta.
Celebri
sarti teatrali hanno lavorato per l'Opera, come Caramba - che in realtà
si chiamava Luigi Sapelli ma dovette assumere un nome "di
copertura" perché il padre lo voleva medico - i cui lavori furono
acquistati a peso dal Teatro alla morte dell'autore. Ci sono poi gli abiti di
Mariano Fortuny, noto per aver vestito Eleonora Duse, e alcune donazioni di
eredi di celebri cantanti, quali il tenore Giacomo Lauri Volpi.
Nell'edificio
di Via dei Cerchi oltre ai costumi ci sono anche il laboratorio di
falegnameria, dove si costruiscono e si restaurano le scene, e quello di
scenografia, immenso locale di circa 800 metri quadrati le cui finestre si
affacciano su Circo Massimo. In questo affascinante regno dell'illusione, dove
i colori in polvere vengono miscelati con la sapienza di tecniche antiche,
qualcuno compie vere e proprie "magie".... il fatto non deve
stupire, visto che fra i lavoratori del Teatro c'è anche una strega, come viene scherzosamente chiamata dai suoi colleghi la
ragazza che gira un grande mestolo immerso in un enorme pentolone: sta
tingendo gli abiti di scena all'interno di uno dei numerosi laboratori che si
trovano nello stabile del Teatro, dove lavorano molti artigiani le cui
creazioni purtroppo spesso rimangono nell'ombra, considerate come semplice
"cornice" dell'impegno di autori e interpreti. Accanto ad abili
falegnami e decoratori non bisogna poi dimenticare che nel teatro lavorano
anche creatori di parrucche oltre, ovviamente, ai numerosi sarti che
riadattano i costumi e ne realizzano di nuovi partendo da un
semplice bozzetto o disegno, magari ripreso da un antico testo
oppure prodotto da un originale pittore.
Mentre
nel Teatro non troviamo antiche cartoline e locandine teatrali - gli
esemplari superstiti fanno parte di collezioni private - gli attrezzi, i
fondali e gli allestimenti scenici sono sparsi nei magazzini di Tor Cervara,
Quarticciolo e Testaccio, dove la collaborazione fra grandi architetti e
artisti e il Teatro dell'Opera è suggellata da tracce di Manzù, De Chirico,
Guttuso e Cambellotti. L'attrezzeria, in cui vengono costruiti gli oggetti
di scena è invece situata proprio sotto il palcoscenico, che attraversiamo in
punta di piedi per paura di provocare, proprio durante la prova per lo
spettacolo serale, lo scricchiolio delle tavole in legno.
Al
termine della visita, mentre lasciamo un po' a malincuore il Teatro ci
stupiamo per il profondo fascino che ha esercitato su di noi questo mondo...
il merito è certamente della "magia del palcoscenico", ma anche
di Anna Rita Bartolomei (responsabile per il Teatro del settore mostre e
convegni) che, accompagnandoci con estrema disponibilità nel nostro viaggio
alla scoperta dei mille segreti che si trovano "dietro le quinte",
è riuscita a trasmetterci la sua passione per un importante patrimonio
culturale e per il lavoro di questi abili custodi di tecniche altrove
dimenticate, portatori di una rara e formidabile sintesi fra arte, creatività
e artigianato.
Per
visitare i magazzini e i laboratori del Teatro dell'Opera rivolgersi al
centralino del Teatro: 06481601.
Cenni storici
Alla
fine degli anni Settanta del secolo scorso un intraprendente uomo d'affari,
Domenico Costanzi, decise di investire i suoi cospicui risparmi (circa 1
milione di lire) nella costruzione di un teatro di notevoli dimensioni, con
3000 posti a sedere e 700 in piedi, che avrebbe rappresentato una sorta di
"compromesso" fra il teatro d'élite e quello popolare.
Il
progetto, innovativo, andava controcorrente
sia perché prevedeva che il teatro sorgesse in una zona per l'epoca decentrata
quale era via Firenze sia perché, pur rispettando le differenziazioni
sociali nei posti come negli ingressi, dall'aristocrazia e dall'alta
borghesia era considerato troppo popolare.
La
inaspettata indifferenza delle autorità, che in alcuni momenti si trasformò
in critica aperta, non fece perdere la determinazione al Costanzi, che arrivò
a contrarre ingenti debiti - le spese furono molto più alte del previsto -
pur di portarlo a termine entro i tempi stabiliti.
Il
27 novembre 1880 il teatro fu inaugurato con Semiramide
di Gioacchino Rossini, alla presenza della famiglia reale e dell'aristocrazia
romana. Le prime stagioni operistiche si svolsero fra un alternarsi di
disinteresse del pubblico e di notevoli successi, che però non risollevarono
le finanze di Costanzi. Vi fu persino uno "sciopero" degli
interpreti de La forza del destino
che, non venendo pagati, rimandarono gli spettatori a casa a bocca asciutta.
Nonostante
i numerosi spettacoli di prestigio, come La
Traviata con Gemma Bellincioni, il Barbiere
di Siviglia con Cotogni oppure la Carmen
con la Ferni-Germano, la crisi economica colpiva anche il Costanzi. Mentre il Comune di Roma, impegnato con l'Argentina, si
era rifiutato di acquistarlo, giunse nel momento opportuno la proposta
dell'editore Sonzogno di gestirlo per un triennio. Eventi storici del Teatro
furono le prime assolute della Cavalleria
rusticana di Pietro Mascagni e di Tosca
di Giacomo Puccini, nel 1900, anche se turbata da voci di possibili
attentati.
Dieci
anni dopo la morte di Costanzi, nel 1908, il Teatro fu venduto per 865 mila lire
alla Società Teatrale Internazionale, e nel 1926 passò al Governatorato di
Roma; riaprì nel 1928, dopo un restauro in cui vennero cancellate le tracce
del suo fondatore, come Teatro Reale dell'Opera.
FRAIESE,
Vittorio, Dal Costanzi all'Opera, 4
volumi, Roma 1966.
AAVV,
Il Teatro dell'Opera di Roma,
pubblicazione a cura dell'Ufficio Stampa del Teatro dell'Opera, Roma 1988.
Tracce di fatti e misfatti di molti secoli di storia sono racchiuse tra le mura del Castello di Lunghezza, nell'Agro romano alle porte della città. Arrivarci è facile: dall'Autostrada Roma-L'Aquila uscendo al primo casello, dalla Tiburtina girando a destra all'altezza di Setteville, oppure percorrendo la Collatina. Il castello ed il suo borgo nacquero sulle rovine della cittadella etrusca di Collatia, sulle rive del fiume Aniene. L'edificio, che ha mantenuto in parte il carattere medievale ed in parte lo stile cinquecentesco, conserva ricordi di ospiti illustri quali Michelangelo, di lotte fra le fazioni nobiliari dei secoli scorsi ma anche tracce di devastazioni più recenti, come i segni degli automezzi tedeschi che, durante l'ultima guerra mondiale, distrussero tra l'altro lo stupendo pavimento in marmo della medievale Sala del trono. Ad essa è legato anche un ricordo più remoto, del XIII secolo, quando la famiglia Conti occupò il castello, allora adibito a monastero. Intervenne papa Bonifacio VIII appoggiato dagli Orsini i quali, in cambio della vittoria, ottennero il castello in dono. Di dote in dote, la tenuta passò ai Medici ed in seguito agli Strozzi, che ne rimasero proprietari sino alla fine dell'Ottocento. Agli inizi di questo secolo il castello fu acquistato da un nobile inglese la cui figlia, Hilda, vi abitò fino alla sua morte, nel 1967. Suo marito, il medico e scrittore svedese Axel Munthe, a Lunghezza creò anche una casa di riposo per malati poveri. Ancora oggi il castello è di proprietà della Fondazione intitolata a Hilda Munthe. Un'atmosfera particolarmente suggestiva avvolge i visitatori nelle camere da letto, rimaste immutate, di Caterina dei Medici e degli Strozzi. Ogni sabato si svolgono visite guidate (ore 11, 12, 15 e 16) della durata di un'ora (ingresso L. 5.000). Per le scuole è invece possibile effettuare durante la settimana, su prenotazione, (Tel. 22484518) visite gratuite guidate direttamente da Sergio Truini, che vive nel castello e conduce i ragazzi in una "macchina del tempo", un ricco e vivace racconto di fatti, segreti e curiosità di una storia lunga millenni.
Le stampe e i libri antichi, per essere mantenuti in buone condizioni, hanno bisogno di una periodica "cura": la carta e la legatura si deteriorano infatti nel tempo. A Roma c'è un discreto numero di laboratori di restauro, ma una parte lavora principalmente per archivi e biblioteche. Spesso quindi non è facile trovare qualcuno a cui rivolgersi. Segnaliamo alcuni restauratori che svolgono lavori per privati: Borruso Via P. da Palestrina 55, tel. 3201126; Crisostomi V. Urbana 100, tel. 4822030; Dotti V. Cardello 14, tel. 68307183; Gottscher V. M. Scevola 97, tel. 7842092; Kermes V. Caetani 40, tel. 6893478; Lab. Restauro Via dell'Arco di Parma 5, tel. 6897134; Marciante, tel. 5881142; Santin V. Vela 53, tel. 6555855; Studio AF V. Polia 8, tel. 7187408; Tegliucci V. Prati di Papa 1a, tel. 5565336, Venturi V. Branca 56, tel. 5781055. E' impossibile dire quanto costa un restauro, perché ogni pezzo ha bisogno di interventi particolari: mediamente per una stampa ci vogliono fra le 80 e le 500mila lire, per un libro fra le 200 e le 700mila. Chi vuole tentare il "fai da te", può trovare i materiali da Mezzanotte, V. A. Emo 168. Ma senza una guida non è facile intervenire. Per avvicinarsi alle affascinanti tecniche del restauro cartaceo è quindi consigliabile rivolgersi a strutture specializzate. Le possibilità non sono molte, e tutte offerte da privati. A Roma, ormai da alcuni anni, non esistono corsi pubblici. L'Associazione Culturale Lignarius (V. di S. Maria Maggiore 179, tel. 4885079) organizza corsi teorico-pratici di restauro libri e stampe; presso l'Ass. Internazionale Incisori (V. Modena 50, tel. 4821595) si svolgono invece corsi di tecniche della legatura, fabbricazione e marmorizzazione della carta. In conclusione, segnaliamo una curiosità. A Roma esiste un Museo, sconosciuto ai più, in cui sono illustrati i danni che differenti fattori - quali luce, calore o microrganismi - possono provocare ai libri. Visitabile gratuitamente previo appuntamento, si trova all'interno dell'Istituto Centrale per la Patologia del Libro (Via Milano 76, tel. 483947).
Passeggiando lungo Via dei Banchi Vecchi l'attenzione viene catturata dall'insolita bottega, al civico 125, dove Pietro Simonelli fabbrica maschere in cartapesta ed oggetti di teatro ed arredamento. E' tra i pochi artigiani che utilizzano ancora la cartapesta. I procedimenti di lavorazione di questo materiale - che negli ultimi anni è stato spesso sostituito con gesso, gomma o terracotta - sono infatti particolarmente lunghi. Ma Pietro Simonelli non abbandona la tradizione. Non solo. Per tramandarne le tecniche di lavorazione organizza nella sua bottega anche divertenti corsi per bambini (informazioni al numero 6868919). Qualcun altro, a Roma, usa ancora gli antichi procedimenti artigianali. Nel laboratorio di Via Tuscolana 448 (tel. 7808685) Riccardo Caporale e suo figlio Giorgio si occupano principalmente di restauro delle bambole. Ma l'anziano artigiano è anche molto esperto nelle tecniche della cartapesta, materiale con il quale oltre 50 anni fa ha iniziato a lavorare costruendo bambole. Oggi utilizza la cartapesta per la produzione artigianale di manichini e busti per sartorie e vetrine. Un busto così realizzato costa intorno alle 200mila lire: la qualità è certamente migliore rispetto ai prodotti industriali in plastica, che però hanno prezzi più bassi e che quindi, suo malgrado, l'anziano artigiano è costretto ad esporre nel suo laboratorio. Leggi di mercato hanno dunque fatto cadere in disuso la cartapesta, che recentemente è stata però riscoperta ed usata per realizzare eleganti manufatti. Particolarmente raffinati sono gli oggetti in vendita da Exante, Largo Toniolo 4/5, che nulla hanno da invidiare ai loro simili confezionati con materiali più "nobili". A prima vista sembrano in legno decorato: una scatola costa 250 mila lire, una cornice per specchio va dalle 200 mila in su, a seconda delle dimensioni, mentre le lampade partono dalle 300 mila lire. Chi vuole mettere alla prova le proprie capacità creative può apprendere le tecniche della cartapesta, ed in particolare quelle tradizionali pugliesi (che permettono risultati sorprendenti) presso l'Associazione Culturale Aglaia (Via del Boschetto 1d, tel. 4745212), che organizza brevi corsi e stage per adulti.
Restauro. I laboratori della ceramica
Si è rotta una tazzina del servizio di porcellana regalatoci dalla nonna? Non c'è da preoccuparsi, ci sono restauratori in grado di "rimettere a nuovo" l'oggetto danneggiato. Per rivolgersi ad un laboratorio non è necessario avere un pezzo di particolare pregio; anche un "coccio", importante per il suo valore affettivo, può essere risistemato. La spesa, per interventi semplici, va in media dalle 50 alle 100 mila lire. Ma il mestiere, come la maggior parte di quelli artigianali, è in via di estinzione: pochi sono infatti i restauratori di ceramiche, porcellane e maioliche ancora operanti a Roma. Nei loro laboratori - spesso piccoli o nascosti - colmi di boccette, colori, fornellini a spirito e bisturi, "curano" vasi, tazze, piatti e soprammobili di ogni genere con risultati sorprendenti: neanche uno sguardo attento è infatti in grado di dintinguere le parti e le decorazioni ricostruite! Ecco gli indirizzi: Bilenchi V. della Stelletta 17 (Tel. 6875222); Gussio V. Laurina 27 (Tel. 3614156), specializzato in coralli, avori e smalti; Restauro Farnese Piazza Farnese 43 (Tel. 6869294); Spagnolo V. Leccosa 20 (Tel. 6861049); Squatriti V. Ripetta 29 (Tel. 3610232), che restaura pure le bambole; Sturni V. dell'Orso 72 (Tel. 6875742), che si dedica anche al restauro archeologico, così come Zingarelli, V. Chiabrera 98 (Tel. 5417863). Nel laboratorio in V. Meropia 84 (Tel. 5138943) Fabrizio Scottoni, oltre a restaurare ceramiche e porcellane, ha intrapreso una interessante iniziativa: la produzione e vendita di prodotti naturali per il restauro del mobile, di facile uso, realizzati sulla base di procedimenti tradizionali. Chi vuole avvicinarsi, con l'obiettivo di uno sbocco professionale, all'apprendimento di tecniche e segreti del restauro di ceramica e porcellana, si trova di fronte alle difficoltà che incontra chiunque a Roma voglia apprendere un antico mestiere artigianale. In assenza di corsi pubblici, non resta che rivolgersi a strutture private. Accessibili anche a chi ha poca disponibilità di tempo, o si avvicina alla materia per hobby, sono i corsi organizzati dall'Associazione Culturale Lignarius (V. di S. Maria Maggiore 179, tel. 4885079) e i seminari della Scuola-laboratorio di ceramica Al Circolo (Tel. 5582916).
Il mosaico è una tecnica antica, che sta ora attraversando un momento di particolare "gloria". Usata da greci e romani già in epoca precristiana per comporre pavimenti e, successivamente, per decorazioni parietali, quest'arte è tornata oggi nelle nostre case sotto forma di quadri dai moderni disegni oppure di riproduzioni di opere classiche, ma anche come raffinato decoro per valorizzare tavoli, sedie, lampade, vasi, cornici e oggetti d'arredamento in genere. Il costo di un mosaico è elevato, perché il lavoro di taglio e disposizione delle tessere - le piccole parti di smalti o pietre naturali di cui è composto - è molto lungo: si parte da un milione circa al metro quadro per arrivare fino agli 8-10 milioni di opere particolarmente complesse. I mosaicisti sono a Roma una decina. Si occupano di arte sacra, riproduzioni musive d'arte, oggetti di arredamento, alcuni anche di restauro. Ecco dove trovarli: Arte del mosaico V. Urbana 98 (Tel. 4745356); Asper studio V. Galla Placidia 52 (Tel. 4391624); Bartoli V. Torre Argentina 47 (Tel. 6875562); Bisazza V. Latina 399 (Tel. 7807424); Cassio V. delle Fornaci 48 (Tel. 6390520); Meloni V. Bravetta 342 (Tel. 66153578); Opificio romano V. de' Gigli d'Oro 9 (Tel. 68802762); Re. Co. V. Sivori 6 (Tel. 39726268); Savelli V. Paolo VI 27 (Tel. 68307017); Sectile V. degli Irpini 34 (Tel. 490194); Statuaria Arte Sacra V. Cestari 2 (Tel. 6793753). Ad Ariccia ci si può rivolgere a Brasiello (Tel. 9330046). Per diventare mosaicisti bisogna avere molta pazienza, oltre che senso artistico. A Roma è possibile apprendere le tecniche dell'arte musiva agli Istituti Statali d'arte Roma1 (V. Odescalchi 98 tel. 5121055) e Roma2 per la Decorazione e l'Arredo della Chiesa (V. del Frantoio 4 tel. 4074783). Il Vaticano invece non organizza più corsi; qualcuno riesce però ancora ad impararvi il mestiere frequentando il laboratorio, tuttora in funzione. Per chi cerca qualcosa di meno impegnativo non mancano i corsi privati. Presso l'Associazione Lignarius (V. S. Maria Maggiore 179 tel. 4885079) vengono insegnate le tecniche di taglio delle tessere e i due metodi di esecuzione di un mosaico (diretto e indiretto); corsi brevi sono organizzati dall'Accademia del Superfluo (V. Grottapinta 21 tel. 6547356) e da Arte e Mestieri (V. La Spezia 40 tel. 7025946).
Quei piccoli oggetti del desiderio
E' stato un vero e proprio "contagio" quello che ha portato negli ultimi anni, a Roma come altrove, al sorprendente sviluppo del collezionismo minore, termine che in origine indicava le raccolte di oggetti non preziosi, oggi comunemente usato per definire tutte le voci che si discostano da quelle tradizionali. E' un collezionismo certamente più curioso e allegro di quello "storico", in cui molti beni effimeri ed usa e getta - dalle carte telefoniche alle bustine dello zucchero, dalle lamette da barba alle sorpresine delle uova di cioccolato - si sono trasformati in "oggetti del desiderio", provocando il fiorire di mercatini delle pulci ma anche la nascita di associazioni, giornali e trasmissioni specializzate. In alcuni casi non si tratta di vere e proprie collezioni ma (per usare una distinzione in voga tra gli specialisti) di meno impegnative raccolte per le quali non esistono cataloghi e quindi gli appassionati evitano il rischio di cadere in preda all'ansia "da pezzo mancante". Qualcuno negli ultimi tempi si sta cimentando in raccolte veramente insolite o bizzarre, dai campionari di denti ai permessi di accesso al centro storico... insomma, con un po' di fantasia ognuno può "lanciare sul mercato" una nuova voce del collezionismo! Proponiamo un itinerario, fra i tanti possibili, alla scoperta della variegata realtà del collezionismo minore romano, con una serie di informazioni utili per chi è alle prime armi o per chiunque voglia avvicinarsi, magari solo per curiosità, a questo insolito mondo di scambi, convegni ed emozioni incomprensibili ai profani.
Il "nuovo" collezionismo dalla A alla Z
ADESIVI E BIGLIETTI. Adesivi di ogni tipo, biglietti di ingresso a gare sportive, musei e teatri sono ormai entrati a pieno titolo tra le voci del collezionismo. Sempre più numerose sono le raccolte di biglietti delle lotterie, per i cui pezzi più rari qualcuno è disposto a spendere alcune centinaia di migliaia di lire. L'origine delle lotterie è in realtà molto più remota di quanto si possa immaginare; i primi biglietti cartacei di cui siamo a conoscenza risalgono infatti al Quattrocento, ma già ai tempi di Nerone venivno vendute tavolette in legno finalizzate ad estrazioni a premi. Sono invece del 1881 le prime lotterie nazionali italiane, effettuate in concomitanza con le esposizioni del'epoca. Vastissimo (e quasi inesplorato) è il campo delle lotterie locali, talvolta con finalità di beneficenza, i cui biglietti spesso non hanno una particolare valenza esttica. Per consigli e scambi ci si può rivolgere a Bendetto Ponturi (Tel. 4181352).
BIRRARIA. E' il termine "in gergo" che indica il collezionismo legato al mondo della birra; comprende raccolte di sottobicchieri, lattine, bottiglie, boccali e tutto ciò che riguarda questa bevanda. I collezionisti del settore (quelli "dichiarati" a Roma sono poco più di trenta, ma c'è un vastissimo mondo sommerso) hanno anche un giornale bimestrale edito dall'associazione Il barattolo, il cui responsabile regionale, Alain Sarkis (Tel. 5014490), ha una particolare collezione di 2.800 lattine, targhe pubblicitarie e manifesti d'epoca. Le raccolte di lattine - quest'oggetto nato negli USA nel 1934 ed arrivato in Italia negli anni '50 - hanno bisogno di notevoli spazi; i collezionisti si trovano quindi costretti in genere a doverle limitare, cronologicamente o geograficamente. I prezzi delle lattine variano dalle 500 lire ai 5 milioni; i sottobicchieri comuni si trovano invece a 2-300 lire ma alcuni, molto rari, superano le 100 mila lire.
CARTA. Il collezionismo legato al mondo della carta (che ha anche un suo bimestrale, Charta, tel. 041/5211204) comprende voci di vario tipo: autografi, miniassegni, figurine, menù, carte da gioco, solo per citarne alcune. In tema di raccolte insolite va segnalata quella dei calendarietti profumati regalati dai barbieri ai clienti abituali, veicolo di messaggi pubblicitari e augurali ma anche vere e proprie opere d'arte a firma di celebri pittori. Tema ricorrente (a parte qualche eccezione dedicata a fiori, calciatori o altro) è la figura femminile, dai castigati esordi degli inizi del secolo alle ben più audaci pin-up del dopoguerra fino alla pornografia degli ultimi anni. A Porta Portese, nel banco di Riccardo Manzoni (Tel. 5575706), i prezzi variano dalle 10-15mila lire per pezzi degli anni '50 alle 100mila dei calendarietti firmati.
DISCHI. Se è vero, come affermano alcuni collezionisti, che le raccolte devono soddisfare un bisogno di evocazione sentimentale, cosa meglio del disco può adempiere a questo compito? Soppiantato spesso da nuovi supporti ma anche, negli ultimi tempi, rivalutato, il disco viene collezionato per generi, cantanti, numero di giri. Le quotazioni dei 78 giri (prodotti fino alla metà degli anni '50) vanno dalle 5 alle 500 mila lire circa. Particolarmente rari sono i "dischi della vittoria", le jam-session di celebri artisti prodotte dagli USA in 5.000 copie durante la seconda guerra mondiale per allietare le truppe all'estero. Fra i 33 e i 45 giri dei cantanti italiani sono molto ricercati Sergio Bruni e Claudio Villa, mentre raggiungono prezzi esorbitanti le incisioni in Giappone di Caterina Caselli e Rita Pavone. Quotato è anche il genere progressive di gruppi quali Il rovescio della medaglia, gli Area, i Delirium, le Orme. Molto ambiti, in campo internazionale, i pezzi di Beatles (arrivano fino a L. 700.000), Rolling Stones ed Elvis Presley. Chi vuole avvicinarsi a questo mondo di scambi, convegni, riviste e cataloghi, può contattare Dario Giannini (Tel. 0330-623993), ogni mese a La soffitta in garage, che ha circa 80.000 titoli ed è un punto di riferimento a Roma per tutto il collezionismo minore, con numerose raccolte più o meno curiose e insolite.
ETICHETTE. Labellofilia è il termine tecnico usato per definire il collezionismo di etichette: si raccolgono, divise per temi, quelle di acque minerali, vini, liquori, bevande varie ma anche di formaggi o scatole di fiammiferi. Fra gli iscritti romani all'AICEV (Associazione Italiana Collezionisti Etichette Vini) Giovanni Cattaneo (Tel. 33265663), ha una raccolta di circa 10.000 pezzi, trovati attraverso gli scambi ma anche presso le cantine o gli imbottigliatori. Nei mercatini ci sono a volte etichette d'antiquariato, cioè anteriori agli anni '30, che spesso però hanno uno scarso valore estetico.
FLACONI. I profumi, sostengono alcuni, sono l'essenza di un epoca... ma attenzione a volerla scoprire: se i flaconi vengono aperti, con il tempo il liquido evapora! Da quando le riviste femminili regalano profumini, è notevolmente aumentato il numero di collezionisti di mignon, facendo nascere un vero business: aumento dei prezzi, club esclusivamente commerciali, pezzi prodotti solo per le collezioni. I prezzi (è molto importante che ci sia la scatola) variano dalle 10mila lire fino a 2-3 milioni per bottigliette degli anni '30 e '40. Due volte l'anno, a febbraio ed ottobre, i collezionisti si ritrovano all' Hotel Holiday Inn St. Peter's, dove è possibile trovare profumi che in Italia non sono ancora usciti. Per conoscere appuntamenti e convegni del settore ci si può abbonare al giornale Il collezionista di mignon (Tel. 071/33085). Maurizio Virgili (Tel. 66014304) con circa 3.500 pezzi raccolti in 25 anni, è un punto di riferimento a Roma per gli appassionati di profumini; nel suo banco ad Underground vende, scambia, acquista intere collezioni.
GIOCATTOLI. Fra numerose collezioni più o meno classiche di bambole, marionette, vecchi e nuovi giocattoli, spicca la curiosa raccolta di Barbie. Bambolette bionde, more, di colore, primaverili o impellicciate che negli ultimi 35 anni hanno fatto sognare milioni di bambine in tutto il mondo. Dario Giannini (Tel. 0330-623993) ha circa 60 di queste bambolette il cui collezionismo, particolarmente in voga negli Usa, si sta diffondendo nel nostro paese, dove i pezzi più rari sono già quotati intorno ai 4-5 milioni.
INCARTI DELLE ARANCE. Nate a scopo pubblicitario alla fine del secolo scorso, le colorate cartine che talvolta avvolgono anche altri tipi di frutta hanno visto i loro autori (tra cui figura persino Guttuso!) sbizzarrirsi su varie tematiche: ammiccanti donnine, sorridenti contadinelle, simbolismi magici, divi del cinema e del pallone, amore e animali. Del collezionismo di questi incarti si iniziò a parlare alla fine degli anni '60, con il clamore suscitato dal fatto che un ricco possidente texano comprò in Sicilia una raccolta per l'esorbitante cifra di 20 mila dollari. Visto che si tratta di un bene effimero per eccellenza, a parte qualche raro esemplare sopravvissuto perché utilizzato magari come segnalibro, è difficile reperire pezzi risalenti a vent'anni fa, o addirittura le cartine Littoria o Balilla, ed è un vero colpo di fortuna trovare qualcosa nei vecchi magazzini. I prezzi sono ancora accessibili; vanno dalle 500 lire alle 20-30mila lire per cartine degli anni '40. Per informazioni e scambi ci si può rivolgere anche in questo caso a Dario Giannini (Tel. 0330/623993) che ha una collezione di circa 8000 incarti. J JUNIOR. E' la sezione che l'Associazione Collezionando ha dedicato agli oltre 200 collezionisti in erba, dai 7 ai 12 anni, per i quali vengono organizzate apposite iniziative e a cui è riservato un angolo dello scambio nelle manifestazioni dell'Associazione (Informazioni: 69940440).
KINDER, Tartallegre, Ranoplà ed altri simpatici animaletti "umanizzati" delle sorpresine dipinte a mano delle uova di cioccolato, un tempo gioia dei bambini, sono ora divenuti oggetti del desiderio anche per numerosi adulti, che hanno dato vita nel 1994 al Club Kindermania con 150 iscritti scatenati, due volte l'anno, nella ricerca delle nuove sorprese lanciate sul mercato. Punto di riferimento a Roma è Manrico Mortella (Tel. 7009813-77206493), rappresentante di una passione molto diffusa in Germania dove i collezionisti sono disposti a spendere fino a 6-700 mila lire per alcuni pezzi, e dove la serie ambitissima dei Puffi olimpionici è quotata circa 2 milioni di lire. In Italia i prezzi (anche se in crescita) sono ancora relativamente bassi: nei mercatini vanno dalle 2 alle 20 mila lire. Un appuntamento importante per gli appassionati del genere è l'Expocartoon, Mostra mercato del Fumetto del Cinema di animazione e dei Games (11-14 maggio, Fiera di Roma) dove Kindermania sarà presente con un proprio stand.
LAMETTE. Sono un centinaio a Roma i cultori di questo oggetto inventato negli Usa agli inizi del secolo da K. C. Gillette. L'interesse dei collezionisti è per le bustine (dalla metà degli anni '20 agli inizi degli anni '60), che vengono conservate nei fogli degli album per diapositive rigorosamente vuote perché le lamette vere e proprie, ossidandosi con il tempo, le danneggerebbero. Ce n'è per tutti i gusti: dalle lamette "in camicia nera" apologetiche del fascismo alla pubblicità per sigarette, profumi e persino preservativi, dalle serie dedicate ad animali o mezzi di trasporto a quelle sportive, ricordo dei campioni del ciclismo oppure delle differenti squadre di calcio. Punto di riferimento per i lamettofili romani è Alfonso Tozzi (Tel. 55285165), autore del Catalogo delle lamette da barba italiane (circa 2.500 pezzi), con una delle più vaste collezioni "a doppio taglio" d'Italia: circa 21.000 lamette e 80.000 doppioni da scambiare. I pezzi si trovano ancora (ma sempre più raramente) tra i fondi dimenticati dei magazzini di profumerie, drogherie, salumerie ma soprattutto nei mercatini, ad un prezzo che varia dalle 2mila lire al milione, per incarti rari quali quello della A.S. Roma del 1940.
MILITARIA. Inquinato dalla diffusione di falsi, è un settore tradizionale del collezionismo che ha avuto periodici boom e che oggi è in crescita. A parte uniformi, medaglie, elmi ed altri cimeli di guerra comprende anche voci diverse, dalle cartoline agli antichi giocattoli a carattere militare, ad esempio i soldatini di piombo (per la cui pittura esiste a Roma l'Alfa Model Club, tel. 86701050, che organizza mostre e gare). Interessante è il settore della posta militare, che permette di ripercorrere numerosi eventi storici attraverso vecchi documenti. Giorgio Maria D'Agostino (Tel. 77208866) ha una raccolta di oltre mezzo milione di lettere e cartoline dalla guerra di Crimea ad oggi.
NUMISMATICA E FILATELIA. Sono le voci classiche e un po' "austere" del collezionismo che oggi, soppiantate dalle nuove raccolte, vivono un momento di stasi ma che hanno ancora giornali, (La Tribuna del Collezionista, tel. 0771/460305), associazioni, convegni. Il settore ora comprende anche, come branca della filatelia, il collezionismo di carte telefoniche. Collezionare al Corso, mostra mercato per gli appassionati di telecarte, numismatica, cartoline, filatelia, cartamoneta, medaglistica organizzata dalle Associazioni Colleziomania e Collezionando si svolgerà il 17 e 18 giugno nella Sala Centro S. Carlo, Via del Corso 347 (Orario: sabato 10.00-20.00, domenica 10.00-19.00. Ingresso: L. 2.000. Informazioni: 823744).
OROLOGI. Sono da tempo oggetti da collezionismo. Negli ultimi anni è però esplosa la "mania" di Skuba, Pop, Crono... i circa 1.000 modelli prodotti dal 1983 dalla Swatch, intorno ai quali è sorto un vero business con cataloghi, club, party, speciali confezioni numerate a tiratura limitata. Il Punto Swatch di Via Condotti 33 (Tel. 6791253) è il riferimento per i circa 5.000 collezionisti romani. Visto che i prezzi variano dalle 50mila lire ai 30 milioni, molti collezionisti riescono a raccogliere al massimo 2-300 pezzi, limitandosi quindi alle serie numerate o agli speciali.
POLITICA. Manifesti, opuscoli e volantini ma anche tessere di partiti, sindacati e associazioni politiche sono voci di un collezionismo che sta avendo una sorprendente espansione e, di conseguenza, un improvviso lievitare dei prezzi. Le tessere più rare, come quelle della RSI o del PCI sotto il fascismo (i tempi della clandestinità), vanno dalle 150mila lire al milione. Chi inizia una collezione può trovare i pezzi nei mercatini, oppure rivolgersi a Natale Gennari (V. Tarquinio Prisco 12 00181 Roma).
QUADERNI. Ricordate i quaderni con la copertina nera e il bordo rosso? I cultori del genere possono trovarli, insieme a vecchie penne, calamai, compassi, pastelli e adesivi da Pagot (Via del Gesù 90 tel. 6781137) dove Marco Vendruscolo, appassionato di cartoleria d'epoca, sta anche tentando di far decollare l'Associazione Il calamaio fra i collezionisti del settore.
RICAMI E PIZZI. E' una voce particolare del collezionismo, legata alla passione del pezzo antico ricamato a mano ma anche, e spesso soprattutto, all'uso pratico. Talvolta è infatti possibile reperire vecchie tovaglie o cuscini con disegni esclusivi a prezzi inferiori rispetto a quelli dei pezzi nuovi. Si va dalle 50mila lire di graziosi ricami a mano di 50-70 anni fa a qualche milione per antichi e pregiati pizzi. Per informazioni e scambi è possibile contattare Donatella Bonola (Tel. 50916382).
SANTINI. Da secoli accompagnano la vita religiosa, molti assegnano loro l'impegnativo compito di fornire una protezione contro i guai della vita, qualcuno li colleziona. L'AICIS (Associazione Italiana Collezionisti Immaginette Sacre), nata nel 1983, conta a Roma circa 70 soci: organizza mostre, convegni e ogni primo martedì del mese promuove uno scambio nella sala Baldini, a fianco alla Chiesa di S. Maria in Portico (Piazza Campitelli 9). Produce inoltre santini: l'ultima serie, 89 pezzi, è dedicata agli onomastici dei nomi più diffusi; quella precedente, 262 pezzi sui papi, stampata in 500 copie, è venduta a sole 30 mila lire. Il Presidente dell'Associazione, Gennaro Angiolino (tel. 8086497), ha una collezione di oltre 20 mila immaginette, che comprende anche ricordini di comunioni e luttini (santini da lutto) fra cui quello, molto raro, di Don Minzoni. Nei mercati del collezionismo il prezzo delle immaginette varia dalle poche migliaia di lire a 2-300 mila lire per le pergamene del '600 fino al milione per alcuni pezzi unici dipinti a mano. Molto pregiati sono i canivets, prodotti dal '600 agli inizi dell'800, i cui raffinati pizzi sono intagliati a mano.
TELECARTE. Il collezionismo di carte telefoniche ha avuto negli ultimi anni un boom veramente sorprendente, che ha provocato un notevole aumento dei prezzi (vanno dalle 1.000 lire a qualche milione per alcune carte commemorative) nonché la nascita di un vero e proprio giro di affari che ha privato queste raccolte (che talvolta arrivano a superare i 100.000 pezzi) della loro "genuinità" e della particolare emozione data dal gusto della ricerca. L'Ufficio per il Collezionismo della Telecom stampa ogni 4 mesi un catalogo gratuito che va richiesto al numero verde 167/132555, mentre gli acquisti possono essere effettuati presso l'Ufficio Filatelico di Via Mario de'Fiori 103. Molti, fra i pezzi italiani, si trovano quindi "belli e pronti"... o almeno così dovrebbe essere, viste le lamentele di alcuni collezionisti sul funzionamento di questi servizi! A Porta Portese, per acquisti e scambi di carte italiane e straniere, è possibile rivolgersi a Tommaso Squillace (Tel. 823744) che ha il banco in Largo Toja.
UN PO' DI TUTTO. E' certamente un collezionista particolare Domenico Agostinelli, sempre in giro per l'Italia e per il mondo alla ricerca di oggetti legati alla cultura popolare e alla vita quotidiana. Ne ha raccolti oltre 40 mila in decine di anni di ricerche: sono attrezzi da lavoro ma anche oggetti legati al tempo libero e alla ritualità religiosa... e poi ombrelli, occhiali, giocattoli, bottoni, accendini, valigie che compongono il Museo dell'Artigianato Scomparso di Dragona, a due passi dalla Via del Mare, che, con il suo allestimento un po' disordinato ma certamente suggestivo, merita sicuramente una visita. (Via C. Casini 91, tel. 5219058. Orario: 8.30-13.00/15.30-19.30. Chiuso sabato pomeriggio e domenica. Ingresso gratuito).
VIZI. Tra le varie voci del collezionismo legate ai "vizi" sono particolarmente diffuse le raccolte dei pacchetti di sigarette. Contenitori variopinti dei differenti paesi che fino a poco tempo fa erano conservati intatti ma che ora, per contrastare la diminuzione degli spazi a disposizione e l'infaticabile opera di insetti vari vengono collezionati, vuoti e appiattiti, all'interno di comuni raccoglitori. Al mondo del tabacco, a cui sono legate anche altre raccolte, dalle scatole dei fiammiferi alle pipe, è dedicato il secondo volume della Collana del Collezionista, di prossima uscita, dal titolo Smoking (Informazioni: 69940440).
ZUCCHERO. Il collezionismo di bustine da zucchero è un hobby divertente e a basso costo, sommerso ma diffuso in tutto il mondo. Le bustine, conservate vuote nei contenitori filatelici, sono dedicate a tematiche di vario tipo: fauna, flora, automobili d'epoca, maschere, squadre di calcio, riproduzioni di quadri celebri. Ricercate dai collezionisti (una raccolta seria deve superare i duemila pezzi) sono, fra quelle italiane, alcune bustine emesse nel 1928 dallo zuccherificio del Villaggio Duca d'Aosta e fra le straniere quelle cubane del 1950. Tutti coloro che vogliono saperne di più possono contattare Domenico Pezzali, Via Marina 22, 25020 Capriano del Colle (Brescia), tel. 030/9748087.
Oltre al mercato di Porta Portese, meta obbligata dei collezionisti romani e "reo" spesso di rappresentare la scintilla che scatena la mania della raccolta, negli ultimi anni sono sorte numerose iniziative, punti di vendita e scambio di oggetti di vario genere: penne, fumetti, dischi, figurine, giocattoli, cartoline, fotografie, telecarte, orologi, profumi, militaria... e stranezze varie. Proponiamo un elenco delle principali manifestazioni, avvertendo che la vastità e la mutevolezza del fenomeno rendono difficile la compilazione di una mappa completa. LA SOFFITTA IN GARAGE. Questa iniziativa ormai "storica" si svolge la 1a domenica del mese (tranne gennaio, luglio e agosto) nel Parcheggio sotterraneo Parksì, Piazzale dei Partigiani (Stazione Ostiense). Orario: 9.00-19.00. Informazioni: Collezionando 69940440. Ingresso L. 2.000, tessera per un mese per tutte le iniziative dell'Associazione. UNDERGROUND. Ogni 2o fine settimana (tranne i mesi estivi) nel Parcheggio sotterraneo Ludovisi, Via Crispi 96. Orario: sabato ore 15.00-20.00, domenica 10.30-19.30. Ingresso: L. 2.000. Informazioni: Collezionando 69940440. DALLA SOFFITTA DELLA NONNA. Riaprirà i battenti in ottobre, con cadenza mensile, la manifestazione nella suggestiva cornice del chiostro e del cortile della scuola americana. (St. Stephen's School, Via Aventina 3). Ingresso: L. 2.000. Informazioni Collezionando: 69940440. EPOQUE. A partire dal 17 settembre la 3a domenica di ogni mese (tranne gennaio e i mesi estivi) nel 4o settore verde del Parcheggio sotterraneo ParkSì di Villa Borghese. Orario: 10.30-21.00. Ingresso: L. 2.000. Informazioni: 5685157. ANTIQUARIATO E COLLEZIONISMO AL LAGHETTO DELL'EUR. Piazza Stazione Marconi, a fianco al bar Chalet del Lago, ore 10.00-20.00, ingresso libero. Prossimi appuntamenti: 28 maggio, 25 giugno, 23 luglio. Informazioni: 5836784. IL GRANDE MERCATO DI PRIMAVERA (E D'AUTUNNO), Autodromo di Vallelunga, zona di Campagnano. Con quasi 2.000 espositori è la più grande manifestazione italiana. Si svolge dal 1992 il secondo fine settimana di maggio e di ottobre. Ingresso L. 10.000. Informazioni: 9077312. PICCOLO MONDO ANTICO. Frammenti di tutte le epoche. Via di Casalpalocco, 127. Orario: 10.00-20.00. Prossimi appuntamenti: 14 maggio, 18 giugno. Informazioni: 5090065.
Benvenuti alle "fiere dei sogni"
Anche numerosi centri della provincia romana hanno visto il fiorire di fiere e mercatini di piccolo antiquariato, artigianato artistico e collezionismo. Proponiamo un elenco delle principali iniziative che in genere si svolgono tutto l'anno ad eccezione (ma non sempre) dei mesi estivi, del periodo natalizio e pasquale. E' comunque sempre consigliabile, prima di mettersi in viaggio, una telefonata preliminare.
Prima domenica del mese. Fiano Romano. Caleidoscopio. Frammenti di tutte le epoche. Orario: 8.30-19.30. Informazioni: 9964401. Lanuvio. Antiquari e artigiani al Castello, Tutto il giorno nel borgo medievale. Informazioni: 9375474. Manziana. Tutto il giorno nel centro storico. Informazioni: 9962191.
Seconda domenica del mese. Albano Laziale. Sulle orme del passato. Tutto il giorno nell'area delle Terme di Cellomaio. Informazioni: 9323162. Bracciano. Mostra Mercato di Antiquariato, Collezionismo, Rigatteria, Modernariato e Artigianato. Tutto il giorno nel borgo medievale. Informazioni: 9043374. Monterotondo. L'isola nel tempo. Tutto il giorno nel centro storico. Informazioni: 9091304. Trevignano romano. La fiera dei sogni. Tutto il giorno sul Lungolago. Informazioni: 99919914.
Terza domenica Anzio. Mostra mercato dell'Artigianato, Oggettistica e Antiquariato. Tutto il giorno in Via Agrippina; luglio e agosto dalle 14 a mezzanotte. Informazioni: 9846573. Cerveteri. Il mercatino di Caere Antica. Tutto il giorno in Piazza Risorgimento e vie adiacenti. Informazioni: 9940003. Mazzano romano. Sogni sotto la lampada. Tutto il giorno nel centro storico. Informazioni: 9107531. Trevignano romano. La fiera dello scambio. E' una singolare iniziativa che si svolge nel centro storico in cui è esclusa la vendita. Informazioni: 99919914.
Fine mese Campagnano (ultima domenica). Le bancarelle. Tutto il giorno nel centro storico. Informazioni: 9044263. Castel Gandolfo (ultima domenica). Profumo di antico per le vie del borgo. Informazioni: 9360861-77352044. Ladispoli (4a domenica). Tutto il giorno nel Centro Commerciale "La Palma". Informazioni: 9946229. Marino (penultima domenica). Il mercatino delle curiosità. Informazioni: 93667741.
Ecco le news per collezionisti
Con il boom del collezionismo si moltiplicano giornali, pubblicazioni e trasmissioni dedicate al settore. ANNUARIO DEL COLLEZIONISTA. In vendita a 30 mila lire, è edito dalla Lazzaro di Torino (Tel. 011/7715735) per favorire i contatti e gli scambi fra privati; nell'edizione del 1995 presenta 93 categorie e 4.400 nominativi. COLLEZIONARE. Il mensile del collezionista italiano è in vendita a 4mila lire nelle mostre ed i mercati, oppure reperibile tramite abbonamento (Tel. 0522/922209). Ogni numero contiene una guida di mostre e fiere di antiquariato e collezionismo, un inserto di annunci per scambi e vendita fra privati, informazioni e curiosità. LA STANZA DELLE MERAVIGLIE. E' l'interessante e vivace trasmissione di curiosità, interviste, informazioni dal mondo del collezionismo che Roberta Maresci e Napoleone Scrugli conducono ogni sabato alle 11.30 dai microfoni di Radio2. RUBRICHE. A parte le numerose riviste tematiche, dedicate (solo per fare qualche esempio) a radio, dischi o persino coltelli, molti giornali hanno negli ultimi tempi inserito una rubrica fissa sul collezionismo. Sono curate dall'Associazione Collezionando quelle che appaiono su Porta Portese, RomaCircoscrizione e La Gazzetta dell'Antiquario. Per i più pigri, che preferiscono acquistare rimanendo in poltrona, ogni lunedì alle 18.30 su Teletevere Claudia Pagliano conduce una rubrica di scambio e vendita di piccolo antiquariato e collezionismo tra privati. Informazioni: 35347540.
Nuove collane per "lamettofili" e...
L'Associazione Collezionando (Corso Vittorio Emanuele II 18 tel. 69940440) "si propone la diffusione della cultura del collezionismo, dell'antiquariato, dell'artigianato artistico, del modellismo e di quant'altro inerente alla cultura e alla conservazione della memoria storica, soprattutto delle tematiche cosiddette minori" attraverso l'organizzazione di mostre, incontri tematici, iniziative per collezionisti junior. La Mediaspi, settore editoriale dell'Associazione, ha in questi giorni presentato una nuova iniziativa per far conoscere la variegata realtà del collezionismo minore attraverso due tipi di pubblicazioni. Gli opuscoli, di facile lettura, pubblicati in 1.000 copie numerate riguardano singole voci del collezionismo: cartine per arance, scatole di fiammiferi, cavatappi, ecc. Il primo è dedicato alla storia della Lamettofilia con un testo di Stefano Borelli tratto da una conversazione con Alfonso Tozzi. Può essere richiesto all'Associazione inviando L. 8.000, comprensive delle spese postali. I libri, più impegnativi, sono invece divisi in due grandi temi, Vizi e Virtù, in un gioco di classificazione ispirato da costumi, detti popolari e retaggi religiosi. Vogliono essere un ausilio per i collezionisti ma anche per chi è soltanto incuriosito o attratto dal settore. Il primo volume dei Vizi, dal titolo un po' strano di Beveralia, parla di collezionismo legato al bere (raccolte dedicate a vino, birra, Coca-Cola, acque minerali ecc.) "ma più in generale fornisce informazioni utili a chi ama bere e vuole saperne di più su quello che degusta". Può essere richiesto all'Associazione inviando L. 20.000. I successivi volumi si occuperanno, tra l'altro, di Tabacco, Venere, Gola, Lussuria per quanto riguarda i vizi e di Fede, Speranza, Letture ed altro per le virtù.
Di tanto in tanto qualcuno ripropone, più o meno provocatoriamente, l'istituzione della ruota, quel meccanismo che nei secoli passati permetteva di abbandonarehnati nell'anonimato. Vorremmo continuare a parlarne solo come curiosità storica, consigliando una passeggiata alla vecchia ruota della Roma papale, in Borgo Santo Spirito: anche se disattivata da più di un secolo è ancora lì, accanto al civico 2, portone dell'omonimo ospedale. Sulla cassetta per le offerte, incassata nel muro, è visibile la scritta, ormai corrosa dal tempo: "Elemosine per li poveri proietti dell'hospidale". La ruota riceveva una media di mille bambini l'anno. Alcuni erano illegittimi, ma il motivo principale dell'abbandono era l'estrema miseria, l'impossibilità per una famiglia già numerosa di sfamare una nuova bocca. Posto il bambino nell'apposito spazio si bussava: gli sbirri a controllo dell'ospedale lo facevano ruotare all'interno. Gli esposti maschi, una volta adulti, venivano avviati al lavoro e quindi "liberati" anche se il cognome, Proietti, ne ricordava le origini rendendo loro difficile l'integrazione nella società. Ancor più triste era la sorte delle femmine, le zitelle: se non riuscivano a sposarsi erano destinate a rimanere all'interno dell'ospedale dedicandosi al lavoro e alla preghiera. Per trovar loro un marito si svolgevano ogni anno, in date stabilite, tre processioni alle quali intervenivano soprattutto i giovani dalle campagne. Nella Roma papale la ruota salvò certamente molti neonati dalla morte. L'istituto ci sembra però tipico di una struttura sociale ormai superata, incapace di garantire la sopravvivenza alla popolazione, rimedio in grado di tamponare il fenomeno senza intervenire sull'organizzazione sociale che lo genera.
L'antica prigione di Tor di Nona
L'unica traccia oggi rimasta dell'antica prigione di Tor di Nona è il nome conservato, nel Rione Ponte, dal tratto di Lungotevere dove sorgeva l'edificio. Il complesso fu demolito alla fine del secolo scorso durante i lavori per la costruzione dei muraglioni del Tevere, che risolsero il tragico problema delle inondazioni ma portarono alla scomparsa di significative tracce storiche della vecchia Roma. Quando fu distrutto, l'edificio era però ormai da tempo stato trasformato in teatro. La famigerata prigione fu infatti chiusa nella seconda metà del Seicento quando Innocenzo X fece costruire le Carceri Nuove in Via Giulia. Nella prigione di Tor di Nona gli "ospiti" venivano rinchiusi in due tipi di celle, che erano allora chiamate cubicula: publica e secreta, i peggiori, di solito destinati ai poveri. Per i più fortunati, in genere i ricchi, c'erano le celle dette al passeggio, che consentivano il movimento anche nell'atrio. La prigione si trovava proprio accanto al Tevere: una vicinanza che provocò alcune tragedie, come nel dicembre del 1598 quando, durante una inondazione, si allagarono i sotterranei dell'edificio e circa cento carcerati morirono annegati. Nel Cinque e Seicento la funzione principale del carcere era ancora quella, tipica della società precapitalistica, di custodia preventiva. Dopo il processo veniva inflitta la pena vera e propria, pecuniaria o corporale. Le punizioni fisiche erano di vario tipo e gravità: dall'invio come rematori nelle galere (le navi della flotta pontificia) alla fustigazione, dall'amputazione di membra fino all'esecuzione capitale. La tortura era una pratica costantemente usata contro i carcerati. Nel Cinquecento Tor di Nona era la principale prigione romana. Vi furono rinchiusi migliaia di carcerati le cui uniche tracce giunte fino a noi sono conservate negli atti processuali ma anche personaggi famosi: Benvenuto Cellini vi passò una notte prima di essere trasferito nella prigione di Castel Sant'Angelo mentre Giordano Bruno vi rimase fino all'alba del 17 febbraio del 1600 quando, condotto a Campo de' Fiori, fu bruciato vivo.
Dall'unità d'Italia il comune di Roma ha visto rapidamente ampliare i suoi confini per far fronte all'esplosione demografica. Nei secoli scorsi la zona abitata era notevolmente più ridotta di quella odierna e l'area ora occupata da quartieri talvolta neanche troppo periferici era allora quasi spopolata. La zona del Trullo faceva parte dell'Agro romano, come indicano le piante del Cinquecento che evidenziano la costruzione, vicino al Tevere, di un sepolcro tufaceo risalente all'antica Roma, che viene definito Turlone e da cui sarebbe poi derivato il nome della borgata. L'attuale Via del Trullo si chiamava, fino ai primi decenni del secolo, Via di Affogalasino, nome oggi conservato da un breve tratto di strada e dal fosso che la costeggia. Varie storie e leggende si raccontano sull'origine di questo nome: la versione più realistica sembra però quella meno fantasiosa. Il nome deriverebbe infatti dall'annegamento di sfortunati animali nel ruscello. La zona, come tutta la Campagna romana, era luogo nell'antica Roma di misteriosi riti propiziatori legati alla vita dei campi, principale fonte di sostentamento per la popolazione. L'area è particolarmente interessante dal punto di vista archeologico: alla Magliana, in Via delle Catacombe di Generosa, vi sono i resti di una basilica paleocristiana. Vicino alle catacombe, dove sono conservati anche numerosi affreschi ma che sono chiuse al pubblico, vi era un tempo il bosco degli Arvali, dedicato al culto di Dia, simbolo della vita e della fertilità. Sempre nell'area vi era un casale, denominato Grotte delle Fate che fece nascere fantasiose narrazioni ed è legato a ricordi di cronaca nera. Si racconta tra l'altro che nel casale fu effettuato il furto di una somma in denaro da parte di un uomo che, scoperto, venne imprigionato e successivamente impiccato e squartato a Ponte Sant'Angelo. Lo squartamento faceva parte del macabro rituale delle esecuzioni capitali della Roma papale, ed era spesso riservato a quei condannati che avevano commesso reati in diversi luoghi, dove venivano poi inviate ed esposte in pubblico le varie parti del corpo della vittima.
Quando La Rustica dissetava tutta Roma
Nel 312 a. C., per merito di Appio Claudio detto il cieco, a Roma giunse un bene prezioso, l'acqua, tramite un acquedotto lungo oltre sedici chilometri. Il rifornimento idrico è un problema fondamentale per ogni agglomerato urbano: la città di Roma è stata sempre favorita dalle risorse naturali, dalle sorgenti che hanno permesso di distribuire l'acqua senza dover ricorrere a fiumi o laghi. La sorgente dell'acqua chiamata Appia si trovava nella zona compresa fra la Collatina e la Prenestina, probabilmente nella zona corrispondente alle cave della Rustica: non vi è però assoluta certezza. Gli antichi acquedotti romani, straordinarie opere di ingegneria idraulica, rivestono oggi un notevole interesse archeologico. Ne sono rimaste alcune tracce visibili: quei ruderi che ci appaiono sullo sfondo della Campagna romana a cui spesso dedichiamo solo uno sguardo distratto. Del più antico acquedotto ben poco è conosciuto e rimasto: per motivi di sicurezza, per impedire cioè i sabotaggi nemici, il suo percorso fuori città era infatti quasi interamente sotterraneo. Solo per un breve tratto, novanta metri circa, vicino all'antica Porta Capena, il condotto era esterno ed avanzava su archi. Passava poi per l'Aventino, terminando vicino al Tevere. L'acqua Appia riforniva una buona parte di Roma, come il Celio, il Foro Romano, il Pantheon, il Ghetto, Circo Massimo, Caracalla, Testaccio e parte di Trastevere.
Il quartiere più vasto di Roma
E' ricco di ricordi storici il più vasto quartiere di Roma, l'Ardeatino, compreso tra le Mura Aureliane, Via di Vigna Murata, la Cristoforo Colombo, la Laurentina e l'Appia Antica. La Via Ardeatina in particolare è stata spettatrice di un evento drammatico: l'eccidio del 24 marzo 1944, quando 335 persone furono massacrate per rappresaglia nei confronti di un'azione partigiana in cui erano rimasti uccisi 32 soldati tedeschi. L'episodio è ricordato dal Sacrario delle Fosse Ardeatine. Ricordi più remoti e meno drammatici sono comunque legati a questa zona - che conserva tracce evidenti della speculazione edilizia - divenuta quartiere autonomo soltanto nel 1958 quando fu distaccata dall'Ostiense. Per secoli l'area fu meta di pellegrini, perch‚ ricca di di sepolcri cristiani e pagani. Accanto alle catacombe più grandi, quelle di S. Callisto, nelle quali dal III secolo vi furono sepolti i vescovi di Roma, non vanno dimenticate quelle di S. Sebasiano e di Domitilla. La zona è però particolarmente ricca anche di altri reperti storici: vi sono infatti resti di ville, antiche chiese, torri e grotte. Il quartiere è fra i meno popolati di Roma. Ricco di verde, Š estremamente eterogeneo e presenta ancora aree di degrado accanto a zone residenziali, impianti sportivi e centri commerciali quali Roma 70. Una curiosa origine ha il nome di Grotta Perfetta, che deriva forse da una deformazione del latino Horti Praefecti, ovvero i giardini del prefetto di Roma. L'abbazia delle Tre Fontane, lungo la Via Laurentina, Š stata invece eretta nel luogo in cui, si racconta, fu decapitato San Paolo: le tre sorgenti d'acqua avrebbero avuto miracolosamente origine nei punti in cui rimbalzo la sua testa, staccata dal corpo. Una parte di questo quartiere, progressivamente invasa dalle paludi e infestata dalla malaria, venne completamente abbandonata nel Seicento. Circa due secoli dopo, nell'Ottocento, i Padri Trappisti si occuparono della bonifica: piantarono tra l'altro un bosco di eucalipti, andato però distrutto in questo secolo a causa della guerra e dell'espansione edilizia della città.
I sogni della Hollywood italiana
Cinecittà è oggi uno dei quartieri più popolati di Roma, e ha perso quella che per decenni è stata la sua caratteristica principale, l'identificazione con la "città del cinema". In più di mezzo secolo di esistenza, fra momenti di gloria e di decadenza, all'interno degli stabilimenti cinematografici di questa Hollywood italiana, cui sono stati legati i sogni di tanti aspiranti attori, vi è stato un continuo alternarsi di scene di amore e di guerra. Inaugurato, in piena epoca fascista, nell'aprile del 1937 dopo lavori durati poco più di un anno, l'imponente stabilimento veniva a sostituire il Cines di Via Veio, presso San Giovanni, distrutto da un incendio nel 1935. Con ben sedici teatri di posa, circhi, fori, mura e con una piscina per le scene acquatiche, la "città del cinema" rappresentava un vero salto di qualità. Oltre ad essere uno spazio più idoneo dei precedenti, lo stabilimento era infatti anche espressione di un nuovo modo di organizzare la produzione cinematografica. All'interno dell'area sorsero infatti anche l'Istituto Luce ed il Centro Sperimentale di Cinematografia, nel cui archivio sono conservate decine di migliaia di pellicole. La produzione cinematografica italiana, che attraversava allora una profonda crisi, ebbe una breve ripresa nei primi anni di vita dello stabilimento. La guerra, l'occupazione tedesca ed americana portarono però ad una nuova paralisi, superata solo alla fine del decennio. Gli anni '50 furono il periodo della produzione in Italia dei kolossal americani, da Quo vadis a Ben Hur. Erano però anche gli anni del grande cinema italiano, di registi quali Fellini o Visconti, tanto per citare alcuni nomi fra i più noti. La storia del cinema romano è però più antica degli stabilimenti di Cinecittà: la prima proiezione, curata dagli stessi fratelli Lumière, evento storico per la società del tempo, risale infatti al marzo del 1896. Fu un evento memorabile: non si trattava di un vero e proprio film, ma era la prima volta che, a Roma, apparivano su uno schermo immagini in movimento.
Roma nascosta made in Diciassettesima
Il Museo del Purgatorio
Passando per Lungotevere Prati, vicino al Palazzaccio, certamente tutti avranno notato una chiesetta in stile gotico, una sorta di Duomo di Milano in miniatura, particolare perché unica nel suo genere a Roma. Ben pochi sanno però che al suo interno si trova il piccolo ma particolarissimo Museo del Purgatorio. In esso sono infatti raccolte quelle che i religiosi considerano prove del rapporto dei morti con i vivi. Anche per chi non ritiene che il Museo, nonostante il suo nome impegnativo, sia in grado di dimostrare l'esistenza del Purgatorio, alcuni di questi strani e per certi aspetti inquietanti reperti mantengono un loro misterioso fascino. Si tratta di impronte lasciate, così si dice, durante le apparizioni di defunti a loro congiunti, in genere religiosi. L'idea del Museo venne nel 1897 a Victor Jouet, missionario francese che si trovava a Roma. In quell'anno infatti, durante un misterioso incendio nell'allora esistente cappella del Rosario, fu notata tra le fiamme l'immagine di un volto sofferente, che rimase impressa nel legno dell'altare. Nel Museo è visibile soltanto la riproduzione fotografica: l'originale è infatti conservato al riparo dal degrado e dalla curiosità. Gli altri reperti esposti, raccolti dal missionario che trascorse il resto della sua vita alla ricerca di prove di apparizioni ultraterrene, sono invece originali. Si tratta di tracce su abiti, libri e tavolette. Per ogni reperto si narra una storia: su un pezzo di stoffa c'è ad esempio un segno evidente di bruciatura provocata da una mano. Si dice sia stata lasciata nel 1879 in Belgio da una signora defunta che, tormentata anche dopo la morte per la vita dissoluta del figlio tentava, con le sue apparizioni, di ricondurlo sulla retta via. Il ragazzo alfine si convinse e fondò un ordine religioso. Al momento sono esposti nel Museo soltanto una decina di questi strani reperti: alcuni sono infatti stati negli anni tolti dalle autorità ecclesiastiche, che non ne ritenevano attendibile l'origine. Di quelli rimasti, si dice, è provata l'autenticità. Come, non ci viene però spiegato.
Museo del Purgatorio, Chiesa del Sacro Cuore del Suffragio, Lungotevere Prati, 12. Orario di apertura: 7-11/17-19, ingresso gratuito.
Il Museo storico Nazionale dell'arte sanitaria
A chi, di passaggio in Lungotevere in Sassia, dispone di un po' di tempo libero, consigliamo di concedersi una sosta al Museo Storico Nazionale dell'Arte Sanitaria, situato negli edifici dell'Ospedale Santo Spirito. L'apertura è però molto ridotta: lunedì, mercoledì e venerdì, ore 10-12. L'antica Farmacia, oggi ricostruita con arredi originali dei secoli passati, doveva la sua fama nel Seicento alla sperimentazione della corteccia di china contro le febbri malariche. La sostanza, triturata nell'apposita macchina conservata nel Museo, arrivò a Roma dal Perù tramite un gesuita: ne apprese le proprietà dagli indigeni che la usavano con successo da tempo ma ne avevano negato la conoscenza ai conquistatori spagnoli. L'atmosfera del laboratorio alchimistico è suggestiva e un po' magica. Un caimano imbalsamato sovrasta il locale pieno di alambicchi e vasi di tutti i generi. Vi è anche il calco della Porta Ermetica, testimonianza di una delle scienze più antiche, l'alchimia, il cui originale si trova nei giardini di Piazza Vittorio. Sono però le altre sale del Museo a rivestire un maggiore interesse storico-scientifico. Vi si conservano ferri chirurgici di varie epoche, strumenti per dentisti, oculisti e ostetrici, seghe per amputazione, collezioni di occhiali e microscopi, ceppi in ferro per legare i pazzi, elettrocardiografi ed apparecchi per l'anestesia. I reperti più importanti dal punto di vista scientifico, le preparazioni anatomo-patologiche di alterazioni dello scheletro e dei vasi, sono anche i più macabri per i non "addetti ai lavori". A guidarci in questo tuffo nella medicina e nella Roma dei secoli passati è un simpatico custode, perfetto conoscitore di tutti gli aneddoti e curiosità sul Santo Spirito.
Una macabra usanza a Ponte Sant'Angelo
"Sono esposte più teste di banditi a Castel Sant'Angelo che cocomeri al mercato". Così un cronista commentava, nel 1585, la situazione all'indomani dell'elezione al soglio pontificio dell'energico Sisto V. L'esecuzione della pena di morte, l'uccisione del colpevole assumeva infatti, nello Stato della Chiesa del Cinque e Seicento, la funzione di monito, di deterrente nei confronti della popolazione, in particolare di quelle fasce povere che, più facilmente, si trovavano fuori dalla legalità. Per questo le esecuzioni, oltre che nelle prigioni di Tor di Nona e Corte Savella, erano spesso effettuate in luoghi pubblici, come Piazza del Popolo o il Campidoglio, e le teste dei giustiziati venivano esposte in vari luoghi della città, primo fra tutti Ponte Sant'Angelo. Campo de' Fiori era invece riservato alle condanne al rogo. La popolazione accorreva numerosa a queste esecuzioni dal rituale scenografico e fastoso. Sisto V pensò invece di usare come deterrente la quantità delle esecuzioni: il numero annuale dei giustiziati aumentò notevolmente, fino a sfiorare la cifra di 100 unità. Nell'eseguire la pena capitale non sempre veniva usato lo stesso metodo: così taluni condannati furono decapitati, altri impiccati o squartati. Lo squartamento era talvolta utilizzato per quei condannati che avevano commesso reati in diversi luoghi dello Stato, dove venivano poi inviate ed esposte le varie parti del corpo della vittima. La decapitazione, che provoca morte istantanea, era invece un privilegio che non tutti potevano ottenere, riservato quindi in genere a nobili ed ecclesiastici. Il metodo più largamente usato era dunque l'impiccagione, alla quale seguiva in alcuni casi lo squartamento.
Non si può certo dire che nella Roma dei secoli passati gli ospedali fossero un paradiso, ma almeno per i poveri l'assistenza sanitaria era totalmente gratuita, esente persino da "ticket"! Il Santo Spirito è il più antico ospedale della nostra città, anche se il complesso ha subito nei secoli numerose modifiche: come ospizio risale all'anno 727. Fra le ristrutturazioni più importanti va ricordata quella di Sisto IV che, nella seconda metà del Quattrocento, fece demolire le precedenti costruzioni ed eresse un palazzo artisticamente curato ed adatto alle esigenze dell'epoca. La cura del corpo era allora strettamente legata a quella dell'anima: la giornata dei ricoverati veniva scandita da momenti di preghiera e le prime terapie erano somministrate solo dopo la confessione e la comunione dell'ammalato. I documenti ufficiali del Seicento ci descrivono l'istituto come un "luogo amplo e magnifico", dove operano i "più dotti medici di Roma et si può dire del mondo" ed in cui i malati sono trattati "con buona cura e carità". Certamente più realistiche, anche se meno romantiche, sono però le denunce su cibo marcio, sporcizia ed assenza di medicinali nell'ospedale. O almeno queste erano le condizioni per i poveri, dal momento che i ricoverati venivano divisi per classi sociali: ai nobili erano riservati appositi spazi, più curati nella pulizia. I letti, allineati in corsie, erano maestosi e simili a troni. Quando le epidemie facevano aumentare il numero di ricoverati ne venivano aggiunti altri, al centro delle sale, chiamati in dialetto cariole. E proprio da questi letti ha origine la tipica invettiva romanesca: "...e de tu nonno 'n cariola!".
Centocelle ha un primato particolare: quello di aver ospitato il primo aeroporto italiano. A dire il vero, gli iniziali esperimenti di volo non ebbero una riuscita particolarmente felice. Si risolsero in imprese un po' grottesche tanto che, quando nel 1908 un aeroplano tentò il decollo, nella città circolarono questi simpatici versi: "Pieno de boria/ s'arzò quanto 'na pianta de cicoria". Il temerario pioniere, pilota del velivolo, era uno scultore francese, Léon Delagrange. Anche se un po' goffe, erano però le prime concretizzazioni di un sogno che l'uomo rincorreva da tempo. L'anno dopo, nel 1909, i fratelli Wright atterrarono a Roma, con il primo aeroplano realmente in grado di volare, sul terreno erboso che costeggiava la via Casilina, dove in seguito sorse l'aeroporto di Centocelle. L'invenzione, realizzata negli Stati Uniti, risaliva al 1903; giunse però in Europa solo cinque anni dopo. Un esemplare del loro veivolo fu acquistato, per l'allora astronomica cifra di 25 mila lire, dal Club Aviatori composto da ufficiali e principi romani. All'epoca Roma aveva ancora numerose zone non edificate: decolli ed atterraggi si svolgevano quindi spesso in vari terreni della città, dai Parioli alle Capannelle. All'aeroporto di Centocelle sono legati anche alcuni primati: il primo volo di un'italiana, la contessa Mary Macchi di Cellere, nel 1909, ed il primo volo postale, nel 1917, fra Torino e Roma. Il pilota, nonostante le avverse condizioni atmosferiche, raggiunse Centocelle in 4 ore e 3 minuti con 2 quintali di posta a bordo. Quando alla fine degli anni '20 i servizi aerei, tramite idrovolanti, divennero regolari, fu aperto l'idroscalo di Ostia e, quasi contemporaneamente, l'aeroporto sulla via Salaria. Il resto è storia più recente: alla fine degli anni '50 l'Aeroporto di Centocelle fu chiuso al traffico aereo. Era già in funzione Ciampino, mentre il Leonardo da Vinci di Fiumicino fu inaugurato nel 1961.
Inquisizione, la caccia alle streghe
Ai confini fra la Diciottesima circoscrizione e il Vaticano c'è un palazzo all'apparenza innocuo. Quanti drammi però vi sono legati! E' il Palazzo del Sant'Uffizio, sede un tempo del Tribunale dell'Inquisizione, centralizzata da Paolo III nel 1542 - in epoca di Controriforma - al fine di difendere la religione cattolica dagli eretici. Il Palazzo originario, con il relativo carcere, si trovava a Ripetta, bruciato da una ribellione popolare alla morte del severissimo Paolo V. La sede attuale funzionò dal 1566: l'odierna facciata dell'edificio, che ha cancellato parte della struttura a fortezza, è però del 1925. Scarsa è la documentazione giunta sino a noi dal famigerato tribunale: gli atti dei processi contro eretici, streghe e negromanti venivano infatti spesso bruciati dagli stessi inquisitori. Si sa però che moltissimi uomini e donne, famosi o sconosciuti, morirono sotto i colpi di questa giustizia terribile e spietata, che considerava eretico chiunque fosse in qualche modo fuori dalla norma. Tragico e complesso fu il fenomeno della caccia alle streghe, che imperversò in Europa, dall'inizio del Cinquecento, per circa due secoli. La strega aveva stretto un patto carnale con il Demonio, ci dicono gli atti ufficiali, e molte donne, durante i processi, confermano liberamente le accuse, forse per tentare, invano, di evitare la morte, oppure perché affascinate dal fatto di possedere poteri sovrannaturali. Senza prove, se non una confessione spesso estorta con la tortura, moltissime "streghe" - in genere povere, non sposate o vedove - si trovarono in quell'infernale meccanismo che le portava al rogo per aver magari tentato, in un'epoca in cui la medicina non trovava rimedi alle più banali malattie, di salvare qualcuno dalla morte ricorrendo alla magia, a cui tutti allora credevano. Nessun dubbio sfiora nel 1525 l'ambasciatore mantovano a Roma: "Heri el senatore di Roma fece abbrusiare in Capitolio una solennissima striga la quale faceva gran cose per arte magica, tra le altre faceva parlare uno cane et lo mandava ad fare le imbasciate dove pareva ad lei et faceva molte altre cose orrende". E' solo un esempio, tra i tanti, di una convinzione che, all'epoca, coinvolgeva tutti gli strati sociali.
I progetti di espansione edilizia degli inizi di questo secolo si fermavano ai suoi piedi: la collina di Monte Mario rimaneva quindi dimora "esclusiva" di qualche privilegiato che poteva permettersi di scegliere il panoramico luogo come propria residenza. Il colle era ancora considerato aperta campagna, meta per le scampagnate domenicali od estive dei romani: qualcuno tentò di risolvere il problema dei collegamenti con la città, ideando ferrovie, funivie, o tram a cavalli. I progetti però fallirono e la zona, per la sua importanza strategica - trovandosi al di sopra della città - si ritrovò completamente militarizzata: a pochi anni dall'Unità d'Italia vi sorse infatti un sistema di fortificazioni, vennero imposte servitù militari e ai suoi piedi, sul Tevere, fu installata una postazione fissa di artiglieria. La stessa Villa Mellini, dal 1935 sede dell'Osservatorio astronomico e dell'annesso Museo Copernicano, fu spesso utilizzata per scopi militari. Un intraprendente uomo d'affari, Carlo Pomilio, diede una radicale svolta alla situazione. Con intenti non certo umanitari, realizzò un ambizioso piano, affrontando anche i problemi delle servitù militari e delle comunicazioni con la città. Nacque così, alla fine degli anni Venti, Viale delle Medaglie d'Oro. Il progetto edilizio dell'uomo di affari fallì e la sua speculazione si trasformò in un "fiasco". La zona era ancora troppo lontana dal centro e quindi poco ambita in un periodo in cui, passato il boom del dopoguerra, vi fu un forte calo nella domanda di alloggi. Negli anni '20 si era intanto sviluppato,intorno all'Ospedale del Santa Maria della Pietà, un nuovo quartiere, con edifici sorti per iniziativa di cooperative di dipendenti del Ministero delle Poste. Solo intorno al 1950, dopo un'altra devastante guerra e quando ormai nelle zone adiacenti al centro non era più rimasto spazio per nuove costruzioni, anche Monte Mario non fu risparmiato dalla speculazione edilizia, con la realizzazione di progetti devastanti, totalmente irrispettosi delle sue strutture naturali.
Aurelio, da Nerone a Ciceruacchio
Al quartiere Aurelio, sorto nel 1921 fra le mura Vaticane e la Via Aurelia antica, è legata una ricca storia, anche se le tracce visibili del passato sono ormai andate quasi completamente distrutte. Nella Roma antica, in periodo repubblicano la zona, ricca di orti e vigne, era scarsamente popolata, perché infestata dalla malaria e tormentata dal flagello delle inondazioni del Tevere. In epoca imperiale vi sorsero le prime ville e, intorno al 40 d. C., Caligola vi costruì un circo, che negli anni successivi Nerone collegò alla città attraverso un ponte. La porta Cavalleggeri, la cui unica traccia oggi rimasta è nel nome dell'omonimo largo, derivava il suo nome da un corpo della guardia pontificia, soppresso nel 1801, composto da cavalieri con armatura leggera. La porta fu anche detta delle Fornaci: nella zona, ricca di cave di argilla, fra alterne vicende vi operarono infatti una serie di fabbriche di laterizi. Nell'area sorsero quindi nel tempo insediamenti operai, che riunivano i fornaciari e le loro famiglie. Nel corso della violenta epidemia di peste che colpì Roma nel 1630 tutti gli ingressi della città furono controllati. Coloro che volevano passare attraverso la porta dovevano sottoporsi a visita medica: se infettati venivano posti in isolamento. La zona fu anche oggetto, nel 1849, dei bombardamenti francesi contro la repubblica romana, che distrussero la chiesa di Sant'Angelo e la secentesca Villa del Vascello. L'apertura della galleria sotto il Gianicolo, intorno al 1940, ha portato ad uno svilupppo del quartiere. Alcune, fra le ville esistenti nell'area, risalgono al Sei-Settecento. Villa Carpegna è uno dei pochi esempi di villa settecentesca ancora esistenti a Roma. Ma la zona è anche ricca di chiese storiche, come quella della Madonna del Riposo, edificata da Pio V nel 1561. Ricordi di ville e chiese, leggende di fantasmi che, si racconta, si aggirano nella zona, sono gli elementi di un quartiere che dalla Pineta Sacchetti e da Via del Pineto Torlonia arriva alla Via Aurelia antica e a Via di Valle Aurelia, costeggiando il Vaticano.
L'itinerario sconosciuto della Valle dei Casali
Sopravvissuta a stento all'espansione edilizia, la Valle dei Casali è una delle poche fasce di verde dell'Agro Romano ancora esistente all'interno di Roma. Pur conservando importanti tracce di una vita urbana ormai scomparsa, la zona è però purtroppo quasi interamente abbandonata al degrado. Ricca di ville, giardini ed importanti casali storici, si presenta con un paesaggio rurale insolito per la nostra città, che si estende fra la Quindicesima e la Sedicesima Circoscrizione e che mantiene un particolare fascino nonostante il vergognoso stato di abbandono in cui si trova e l'avanzare dell'espansione edilizia di Roma, che ha cancellato buona parte delle antiche tracce. Simboli evidenti del degrado sono i resti di due complessi storici nella zona di Bravetta. Il primo è la Villa del cardinale di York: immerso nel verde, il complesso fornì lo scenario, nel 1937, per il film Il fu Mattia Pascal con la partecipazione dello stesso Pirandello. Il secondo, circondato da costruzioni ed anch'esso in uno stato di abbandono, è il giardino popolarmente chiamato Bagno di Nerone perché, pur risalendo al Seicento, fu erroneamente ritenuto un'antica rovina romana. Nei pressi dell'Aurelia Antica sorge invece un'importante residenza cinquecentesca, la villa del papa Pio V il cui giardino, ormai scomparso, era simile a quello della vicina e più conosciuta Villa Carpegna. La zona forse più importante dal punto di vista archeologico è però quella che comprende l'attuale borgata del Trullo, così chiamata dal sepolcro romano chiamato "Truglio" o "Turlone" e la Magliana, che conserva i resti di una basilica paleocristiana e delle catacombe di Generosa, nell'area in cui un tempo sorgeva il leggendario bosco degli Arvali, dove si svolgevano riti pagani magici dedicati ai campi e alla fertilità. La stessa zona di Monte Cucco ricca di grotte, cave e casali, è parte di questo itinerario storico troppo spesso dimenticato di cui sarebbe importante bloccare il degrado, perché venga restituita alla città una parte fondamentale della sua memoria storica.
Si ha la tentazione di tacere, per sottrarre ad una curiosità talvolta morbosa le atroci sofferenze di molti uomini e donne dei secoli passati. L'elevato interesse storico giustifica però l'attenzione. Dopo alcuni anni di chiusura al pubblico dedicati alla ristrutturazione, ha riaperto il 26 febbraio il Museo Criminologico dell'amministrazione penitenziaria con un nuovo itinerario che sostituisce al sistema delle sale tematiche un percorso cronologico suddiviso in tre sezioni relative ai differenti periodi storici. Alcuni strumenti di tortura e di morte sono veramente agghiaccianti, come la Vergine di Norimberga, sarcofago in ferro usato in Germania e Spagna fino al Cinquecento. Gli sportelli, dotati di appuntiti spunzoni interni in ferro si chiudevano trafiggendo il corpo di chi vi era rinchiuso. Al confronto, sembrano tutto sommato poco crudeli strumenti terribili quali la sedia ungherese, con la seduta di aculei, o i vari ceppi, ferri, catene e persino ghigliottine. Anche il mantello del più celebre boia di Roma, il popolare Mastro Titta - che dal 1796 al 1864 eseguì ben 516 condanne a morte - è lì in mostra, ancora sporco di sangue. Sempre fra gli orrori spicca la gabbia di ferro a forma di corpo umano proveniente dalle Carceri giudiziarie di Milazzo, appesa al soffitto e contenente ancora uno scheletro, forse di un soldato tedesco disertore lasciato morire di fame e sete in pubblico quale monito per i suoi compagni. Numerosi sono poi i crani sezionati utilizzati da Cesare Lombroso che, come è noto, si affannò nel tentativo di scoprire in anomalie fisiche un'attitudine al crimine. Il Museo conserva però anche reperti meno macabri, come gli strumenti di polizia per rilevare le impronte digitali. Fra i corpi di reato non mancano "falsi" di tutti i tipi: vasi, statuette, strumenti per fabbricare denaro, nonché le armi utilizzate in molti celebri delitti, come le spade del duello svoltosi a Roma nel 1898 nel quale perse la vita Felice Cavallotti. Tra gli altri, sono in mostra anche gli oggetti personali dell'anarchico Gaetano Bresci, che uccise Umberto I di Savoia.
Museo Criminologico, Via del Gonfalone 29. Tel. 68300234. Orario: mercoledì, venerdì e sabato 9.00-13.00, martedì 9.00-13.00/14.30-18.30, giovedì 14.30-18.30. Chiuso domenica e lunedì. Ingresso L. 4.000 oppure L. 7.000 comprensive di catalogo.
A via Tasso, per non dimenticare
Esattamente cinquant'anni fa, il 24 marzo del 1944, i nazisti fucilavano a Roma, alle Fosse Ardeatine, 335 prigionieri. L'eccidio fu presentato come rappresaglia per l'azione partigiana di Via Rasella: era un pretesto per effettuare una vendetta e lanciare un monito alla popolazione romana, ostile nei confronti dell'occupazione tedesca. I detenuti erano stati prelevati dalle carceri romane di Regina Coeli e di Via Tasso, la famigerata prigione nazista diretta da Kappler istituita in un comune palazzo di anonimi appartamenti originariamente destinati alla piccola borghesia romana. Oggi, in quei locali di tortura e morte, sorge un importante testimonianza storica, il Museo storico della Liberazione di Roma. Le ex-celle, dalle finestre ancora murate, conservano drammatiche testimonianze: graffiti incisi sui muri, toccanti messaggi di libertà inviati clandestinamente dai prigionieri alle famiglie spesso in punto di morte, fotografie di caduti, documenti delle autorità tedesche e della lotta antifascista, oggetti quali i chiodi a tre punte usati dai partigiani contro gli automezzi tedeschi. Un patrimonio importante per tutti, ma soprattutto per le giovani generazioni a cui da più parti si tenta di far perdere le tracce di una memoria collettiva recente ma spesso falsificata o relegata nell'oblio. Al Museo è annessa una Biblioteca dove sono conservati libri, giornali clandestini, rari opuscoli e volantini relativi alla Resistenza.
Museo storico della Liberazione di Roma, Via Tasso 145, tel. 7003866. Orario: martedì, giovedì e venerdì ore 16.00-19.00, sabato e domenica ore 9.30-12.30. Visite guidate per le scuole previo appuntamento. Ingresso gratuito.
Nel cuore della vecchia Roma c'è un'isola fuori dal tempo, la zona di via dei Cappellari. Ignara del caos che la circonda, conserva l'atmosfera di una città più piccola dove gli artigiani lavorano in strada. Un'oasi affascinante in una zona che sta cambiando volto. I dati parlano chiaro. In circa 10 anni le attività artigianali nel centro storico si sono dimezzate. La crisi è profonda: pressione fiscale, espulsione delle vecchie botteghe magari a vantaggio di jeanserie, mancanza di incentivi per i giovani e di fondi per la salvaguardia del settore. A peggiorare la situazione, una crisi economica che dirotta i consumi verso i più convenienti prodotti industriali. Il ricordo degli antichi mestieri - baullari, chiodari emolti altri - rimane nel nome di alcune strade. I superstiti però sono pochi, e i giovani non sono disposti a dedicare anni all'apprendistato: prive di ricambio generazionale, molte attività sono destinate a scomparire. Poche sono ormai le botteghe di cesellatori, intagliatori, doratori o tornitori. Fra le iniziative sorte per valorizzare il settore c'è l'Associazione Artigiani di via dell'Orso: "La zona è cambiata - dice l'artigiano più anziano mentre mostra con orgoglio la targa che attesta il "primato" - molte botteghestoriche sono state costrette a chiudere per sfratto o per l'aumento selvaggio di affitti e tasse che, insieme alla parziale chiusura al traffico, hanno danneggiato chi lavora in Centro". Francesco Frasca, falegname e restauratore, è nella via dal 1936: oggi, come gli altri, ha poco lavoro. Nascosta nel rione Monti, in via Cimarra, ci attende una sorpresa, una bottega di soffiatura artistica del vetro. E' l'unica a Roma: le poche altre esistenti si occupano solo di lavori per uso chimico-farmaceutico. Aldo Frasca (combinazione ha lo stesso cognome dell'anziano artigiano!) ha 35 anni, un'eccezione per il settore: ha appreso la tecnica ad Altare, piccolo centro ligure dove la tradizione è millenaria. E' un lavoro affascinante: da semplici bacchette in vetro prendono forma, tramite la potenza del fuoco e l'abilità manuale, candelieri, bicchieri o caraffe. Come tramandare questo patrimonio artigianale che rischia di perdersi? Corsi professionali pubblici sono assenti o comunque carenti, l'iniziativa è spesso affidata solo ai privati. In via del Boschetto, in una bottega stracolma di mobili e vecchi attrezzi da lavoro, Aldo Viola ci accoglie con la tipica tenuta da artigiano: camice "vissuto" e "scoppoletta" in testa. "Restauro mobili da oltre 40 anni - racconta - ma oggi tutto è cambiato, dobbiamo pensare per prima cosa a coprire le spese sempre più alte, mentre la gente non capisce quanto lavoro ci vuole per un buon restauro. Ho imparato il mestiere da mio padre e vorrei dare un contributo perché i "segreti" (e con lo sguardo lascia intendere che non sono pochi!) non vadano persi. Per questo, con altri artigiani, insegno , qui nel rione Monti, presso l'Associazione Lignarius, a giovani e adulti tecniche di restauro e artigianato". E' un'iniziativa importante, certo, ma il settore ha bisogno di interventi ben più radicali
Il "rapporto" attuale dei romani con il Muro Torto, un tempo
chiamato anche Ruptus, è in genere legato alle interminabili code che si è
costretti a fare, soprattutto nelle ore di punta, lungo il viale che lo
costeggia. Una situazione non certo idonea per dedicare una piacevole attenzione
ad uno dei muri storici della nostra città, a cui sono legate numerose
leggende.
Si racconta ad esempio che nel 536 l'imperatore Belisario decise di fortificare
la cinta di mura romane per difendere la città dagli attacchi dei goti. Il Muro
Torto rientrava nel progetto: i lavori però ad un certo punto si fermarono. Gli
operai incrociarono le braccia di fronte ad una breccia. All'epoca circolava una
leggenda secondo la quale nessun mortale poteva modificare quel luogo protetto,
si diceva, da un'autorità di tutto rispetto, nientemeno che S. Pietro. Avvenne
il miracolo. La breccia, rimasta com'era, inspiegabilmente non fu attraversata
dai goti nei loro assalti. Inutile dirlo, dopo questo fatto nessun mortale osò
più mettervi le mani.
Il muro è stato però protagonista anche di numerose altre leggende e racconti:
lo si vedeva circondato da un alone misterioso anche perché si credeva che ai
suoi piedi vi fosse la tomba di Nerone.
Lungo lo storico muro sorse un piccolo cimitero sconsacrato, riservato a quei
peccatori ai quali era rifiutata la sepoltura cristiana. Qualcuno tentò il
business: era infatti credenza diffusa che le "povere anime" degli
impenitenti favorissero le vincite al lotto. Un salto al Muro Torto durante le
sepolture e qualche preghiera erano gli ingredienti per ricevere i
"segni" dai defunti, tradotti poi in cifre da un apposito libro.
Un fascino maledetto avvolgeva il luogo, che divenne anche una delle mete
preferite degli aspiranti suicidi: per arginare il fenomeno, che aveva assunto
una certa rilevanza, il Comune arrivò persino a mettere una protezione.
Nella Roma del passato stadi e palestre non esistevano: i romani si
ritrovavano a praticare sport e giochi in strade, piazze e campi. Passatempi non
sempre innocui, a dire il vero, come nel caso della sassaiola, che si svolgeva
periodicamente in Campo Vaccino - l'attuale Foro Romano - fra le due squadre
rivali, i trasteverini e i monticiani, armate di sassi.
Solo agli inizi di questo secolo, intorno al 1910, fu costruito un vero e
proprio stadio, chiamato "Nazionale", in uno spazio che era stato
precedentemente caserma e stalla, al quale fu più tardi affiancato il campo
sportivo della Lazio. La Roma troverà invece una sistemazione a Testaccio.
All'epoca lo stadio ebbe vita breve: nella stessa area sorgerà però
successivamente lo Stadio Flaminio.
Il football si diffuse in Italia solo in questo secolo, importato dai paesi
anglosassoni: in poco tempo conquistò il popolo romano. Il calcio aveva però
illustri predecessori nella Roma dei secoli passati, spesso praticati
soprattutto dai settori aristocratici. Il popolo preferiva infatti giochi
tradizionali, "sartalaquaja" o "ruzzica", tipici
divertimenti romani.
Il primo gioco con la palla, la pallacorda, praticato in genere nei cortili, era
più propriamente un antenato del tennis. Una corda tesa divideva il campo.
Più simile al calcio era il gioco del pallone con bracciale, che aveva bisogno
di un apposito campo, lo Sferisterio, un vero antenato del moderno stadio, dove
le partite si svolgevano con tanto di pubblico e tifo. Il gioco aveva però
molte similitudini con il baseball, ma al posto della mazza veniva usato un
"bracciale" in legno. Le due squadre erano composte ciascuna di tre
giocatori più un "mandarino", che aveva il compito di lanciare la
palla al battitore, lanciato in corsa da un apposito piano inclinato.
Roba d'altri tempi, quando nello sport l'aspetto ludico prevaleva ancora
incontrastato sugli interessi economici!
Storia e leggende di Montesacro
L'alone di sacralità è di origini remote, ed accompagna Montesacro dai
tempi in cui, nell'antica Roma, vi si giuravano i sacramenta, solenni patti tra
l'uomo e gli dei.
La millenaria storia del colle e del Ponte Nomentano è costellata di battaglie
e leggende, lotte e vendette. In tempi remoti la zona era abitata dai Sabini. E
già qualche secolo prima di Cristo il colle fu teatro di un episodio di lotta
di classe. Incrociate le braccia, la plebe rifiuta di proseguire il lavoro:
proclama uno sciopero, per intenderci. Cade però nel tranello del console
Menenio Agrippa e della sua - non proprio disinteressata - favoletta (la
ricordate?) sul ruolo insostituibile delle differenti parti del corpo umano,
nessuna esclusa, per un armonioso funzionamento dell'organismo. In sostanza,
diceva il console, ribellarsi avrebbe danneggiato sì i patrizi, ma anche la
plebe, a cui "conveniva" quindi rassegnarsi al proprio stato.
Dei due ponti sull'Aniene il Tazio risale agli anni Venti di questo secolo.
L'altro, il Nomentano, ha invece una lunga storia di pedaggi e battaglie,
distruzioni e successivi restauri. Quello di Niccolò v è ancora ricordato
dalla lapide "N Papa V", iscrizione prontamente tradotta dai romani in
"Nissun Papa Volemo". Il ponte non si salvò neanche dai francesi che,
nel 1849, ne distrussero una parte durante l'attacco contro la Repubblica
Romana.
La zona di Montesacro rimase campagna fino ai primi decenni di questo secolo,
quando fu concepita come città-giardino destinata al ceto medio. All'iniziale
progetto si affiancarono però negli anni le selvagge costruzioni dell'edilizia
privata, che non ha fermato la sua speculazione neanche davanti ad una zona
storicamente "sacra".
Istituito nel 1911, il quartiere ha preso il nome dall'antico porto romano di
Ostia, alla foce del Tevere, sbocco diretto della città verso il mare.
Attualmente, dopo che nel 1958 ha perso buona parte del suo territorio in
seguito al distacco del quartiere Ardeatino, l'Ostiense si estende dalla
Cristoforo Colombo alla Laurentina costeggiando il Tevere fino al viale del
Campo Boario ed arrivando a toccare le mura Aureliane da Porta Ardeatina a Porta
San Paolo, dove sorge il particolare sepolcro di Caio Cestio a forma di
piramide. Una interessante necropoli pagana sorge invece nei pressi della
basilica di S. Paolo.
Fu concepita come zona industriale e commerciale. Tuttora esistente, anche se in
disuso, è il gazometro, con la sua struttura in ferro alta 90 metri. Ancora in
funzione sono invece i Mercati Generali che, realizzati per una città più
piccola, risultano oggi inadeguati.
L'idea di costruire un porto nella zona nacque nel 1869 e fu ripresa
cinquant'anni dopo, quando la realizzazione dei muraglioni del Tevere,
risolvendo il problema delle inondazioni, aveva però portato alla distruzione,
tra l'altro, dello storico porto dell'Emporium. Il progetto non fu mai attuato.
In funzione della prospettiva di rendere la zona un quartiere industriale nacque
nel 1930 la Garbatella, insediamento operaio che seguiva il modello delle Garden
cities inglesi.
Più recente è ponte Marconi, il più largo della nostra città, inaugurato nel
1955. Risale invece ai mondiali di calcio del 1990 lo "sfortunato"
Terminal ferroviario per l'aeroporto di Fiumicino, al centro di inchieste e
polemiche, il cui annesso centro commerciale non è mai decollato.
La Via Ostiense, asse del quartiere, si trovava un tempo in piena campagna: era
però percorsa dai pellegrini che si recavano alla basilica di S. Paolo, le cui
decorazioni e mosaici facevano sì che fosse considerata la più bella chiesa
della nostra città. Purtroppo agli inizi dell'Ottocento fu in parte distrutta
da un incendio ed anche in seguito, nel 1891, l'esplosione della polveriera di
Vigna Pia provocò la distruzione di alcune vetrate artistiche.
E' un quartiere anomalo per Roma quello dell'EUR, attraversato da ampi viali
e ricco di verde, sede di musei e complessi residenziali. Ma soprattutto è zona
di uffici, una sorta di "centro direzionale" che dopo il tramonto
diventa quasi deserto. I suoi edifici e monumenti conservano le tracce evidenti
dei differenti movimenti architettonici degli ultimi cinquant'anni. Colpisce
l'attenzione il palazzo della Civiltà del Lavoro (originariamente della
Civiltà italiana), una specie di "Colosseo" bianco in travertino.
Il monumentale quartiere risale ad un triste periodo della nostra storia. Nelle
intenzioni di Mussolini, suo ideatore, doveva presentare al mondo intero i fasti
e la cultura del fascismo in occasione del ventennale del regime: si pensò
quindi che l'architettura classica fosse la più adatta allo scopo. Il progetto,
concepito per ospitare, nel 1942, l'Esposizione Universale Romana (da cui deriva
la sigla) fu affidato, nel 1937, ad un gruppo di architetti e venne anche
istituito un apposito ente, denominato E 42. Al periodo del fascismo risale il
Palazzo dei Congressi. Piazza Guglielmo Marconi doveva essere il centro
dell'esposizione: è oggi sede di alcuni musei, tra cui il poco conosciuto ma
interessante Museo delle Arti e Tradizioni Popolari.
La zona fu collegata a Roma tramite la Cristoforo Colombo, chiamata allora via
Imperiale, la cui costruzione iniziò nel 1938. Il progetto non fu però mai
realizzato, a causa dell'evolversi degli eventi storici. La guerra interruppe
infatti i lavori che, ripresi nel 1951 - quando entrò anche in funzione la
metropolitana - seguirono l'iniziale progetto fascista. Il laghetto artificiale
ed alcuni impianti sportivi, tra cui il palazzo dello Sport risalgono al 1960,
anno in cui si svolsero a Roma i Giochi Olimpici.
Nei primi decenni del secolo Ostia iniziò a defraudare il Tevere che, con i
suoi celebri barconi, era stato sino ad allora la meta preferita dai romani per
i bagni estivi. Arrivare al mare era un'impresa. La fila per i biglietti alla
stazione San Paolo e le vere e proprie risse per conquistare un posto
sull'affollatissimo trenino venivano però ripagate da un rinfrescante tuffo in
un'acqua pulita.
Quando fu consegnata al Comune di Roma nel 1909 la zona demaniale nella quale, a
poco a poco, nacque Ostia era deserta: vi sorgevano soltanto alcune baracche in
legno e paglia.
Dal 1911 fu istituita una corriera che, giornalmente, collegava la città al suo
mare partendo da Piazza Venezia. Nacquero i primi stabilimenti ed edifici. Nel
1924 fu inaugurata la ferrovia, costata anni di lavoro ed anche di sofferenza:
vi furono infatti impiegati migliaia di prigionieri austro-ungarici, decimati
nel corso dei lavori da una epidemia di spagnola. Pochi anni dopo un altro
evento storico in materia di trasporti: l'inizio della costruzione della Via del
Mare realizzata con criteri, per l'epoca, particolarmente all'avanguardia.
In poco tempo Ostia conquistò la sua gloria, divenendo negli anni '30 la meta
preferita dei giovani romani, ma anche e soprattutto dell'alta borghesia, di
noti divi del cinema e dei vari gerarchi fascisti, che raggiungevano il mare con
le loro auto scintillanti, parcheggiate poi in bella mostra davanti ai
principali stabilimenti. Proprio a Ostia si verificarono clamorosi eventi della
cronaca rosa del regime, come l'incontro fra Claretta Petacci e Mussolini
nell'aprile del 1932.
Con il passare degli anni, da luogo di vacanza e di riposo Ostia si è
progressivamente trasformata in parte integrante della città, fino a divenirne
un quartiere densamente popolato.
Un tempo sede dell'Università romana, il Palazzo della Sapienza in Corso
Rinascimento ospita oggi l'Archivio di Stato di Roma, la più ricca e preziosa
raccolta di documenti sulla vita della nostra città nei secoli passati.
Vi sono tra l'altro conservati gli atti manoscritti dei processi del Tribunale
del Governatore: magistratura che, istituita da Eugenio IV nel 1436, vide
progressivamente crescere nei secoli il proprio potere, fino a diventare la più
importante autorità, in materia criminale, della Roma dei papi.
Il governatore poteva giudicare cause civili e criminali, spirituali e
temporali, colpire con la scomunica, emanare e far eseguire sentenze capitali,
promulgare editti, modificare leggi. Si occupava anche dei processi di
banditismo, quel fenomeno di opposizione collettiva e violenta alla legge che
creò notevoli problemi di ordine pubblico alle autorità papali dei secoli
passati.
Centinaia e centinaia di volumi manoscritti, percorsi da una grafia sbiadita dal
tempo e spesso di difficile lettura, ripercorrono la vita e le azioni delle
bande di fuorilegge e, più in generale, ci descrivono le condizioni di vita e
la cultura del mondo contadino, attraverso gli interrogatori e le testimonianze
rilasciate ai processi.
Sono una fonte insostituibile, la più diretta di cui disponiamo. Le popolazioni
rurali ed i settori poveri non hanno infatti lasciato tracce scritte della
propria vita. La loro forma di comunicazione era quella orale, tramandata di
generazione in generazione, di cui con il passare del tempo si è perso il
ricordo.
Ma gli atti dei processi sono, ovviamente, una fonte parziale, perché
raccolgono i racconti di chi si trova di fronte ad una istituzione giudicante:
la verità processuale non può esaurientemente ricostruire un fenomeno sociale
che riguarda un mondo oppresso e sfruttato. Spesso però gli interpellati
rispondono con una ingenuità per noi sorprendente, ripercorrendo le tappe della
loro vita in un modo che - almeno all'apparenza - ci sembra spontaneo. Per
questo la difficile lettura di quegli atti mantiene un suo fascino particolare,
oltre che un insostituibile valore storico.
Un compleanno impegnativo quello di Ponte Milvio, che ha superato i 2200 anni
di esistenza. Nel 297 a. C. Tito Livio ci parla infatti per la prima volta del
ponte, attraversato dalle centurie romane trionfanti dopo la vittoria contro i
Cartaginesi. All'epoca era ancora in legno, e solo un secolo dopo, in occasione
della costruzione della Via Flaminia, il Ponte Molle, come veniva popolarmente
chiamato, sarà edificato in muratura. Vincitori e vinti, nei secoli, lo hanno
attraversato per entrare nella città. Qualcuno ci è anche morto, come
Massenzio, sconfitto dalle truppe di Costantino, ucciso e gettato nel Tevere. Il
vincitore attraversò invece il ponte acclamato dalle sue milizie. Era il cambio
di un'epoca: il nuovo imperatore, convertitosi al cristianesimo, lo dichiara
religione ufficiale dell'Impero. Siamo al 313 d. C.
Nei secoli successivi la storia registrerà ancora molti trionfi e passaggi di
personaggi famosi sul ponte: la Flaminia era infatti considerata una delle
strade più sicure. Il ponte divenne quindi transito obbligato per tutti coloro
- condottieri, pontefici ed imperatori - che si preparavano ad entrare
trionfalmente in Roma.
Una sicurezza certo molto relativa: le cronache del Cinque e Seicento ci
informano infatti che talvolta anche i dintorni di Ponte Milvio erano popolati
da gruppi di banditi che, assalendo i passanti, rendevano difficile il transito
ai viaggiatori.
Le ristrutturazioni di questo ponte, che ha sempre avuto una particolare
importanza per la città, sono state numerose nel corso del tempo: la
principale, dell'architetto Giuseppe Valadier, è del 1805. Il ponte sembrava
dunque aver raggiunto il suo aspetto definitivo quando fu minato e quindi
distrutto su ordine di Garibaldi, nel 1849, nel corso delle guerre di
indipendenza, per impedire che i francesi entrassero a Roma. La successiva
ricostruzione, che è poi quella attuale, si è comunque fedelmente attenuta al
progetto del Valadier.
Mestiere: capro espiatorio. Associazione obbligata di idee: Benjamin
Malaussène. Come dire, praticamente sinonimi! Per chissà quali meccanismi ci
si convince così che la singolare professione debba essere appannaggio
esclusivo del simpatico e sgangherato personaggio dei romanzi di Pénnac.
Nessuna prova a suffragare tale credenza, chissà, forse nessuno ha mai
affermato nulla in proposito, ma la fede è tale, si sa, proprio perché non
cerca conferme.
Quindi con non poco stupore, un po' di delusione, la gioia della scoperta e il
desiderio di comunicarla, o forse di tacere a vantaggio dei tanti estimatori di
Pènnac, arrivata a pagina 170 di un libro scritto da Gino Monaldi in tempi
certo non sospetti (I teatri di Roma negli ultimi tre secoli, Napoli, Ricciardi,
1928) mi imbatto casualmente in un suo degno antenato, tal Giovannino, che
esercitò la inconsueta professione in carne e ossa (almeno così si racconta)
ma in incognito, senza poter godere della gloria del suo più fortunato e
immaginario successore.
Nientemeno che nella prima metà dell'Ottocento l'idea di assumere un capro
espiatorio era venuta all'infaticabile Vincenzo Jacovacci, che chiameremo
amichevolmente Sor Cencio come facevano i romani dell'epoca, noto impresario
teatrale del secolo scorso. Uno di quei tipi che una ne fa e cento ne pensa,
sempre alla ricerca di nuove idee che, se non gli erano sufficienti per
diventare ricco - morì, nonostante tutto senza una lira - almeno gli evitarono
il rischio di una esistenza monotona!
Per quattro paoli al giorno - anche per quell'epoca, niente di che - Giovannino
doveva star lì, in teatro - l'Apollo, una delle più prestigiose sale romane
del tempo - a sorbirsi reclami e lamentele della gente. C'è da dire che le
proteste il sor Cencio se le andava a cercare con i suoi comportamenti che non
brillavano proprio quanto a correttezza. In genere la faceva franca, ma qualche
volta non riuscì a evitare la prigione!
Ma venivamo a nostro capro, che in molti ancora, sono sicura, crederanno ben
diverso dal nostro eroe. In cosa consisteva il mestiere di Giovannino? Facciamo
un esempio. In occasione di spettacoli particolarmente importanti, i palchetti
esaurivano senza riuscire ad esaudire tutte le richieste. Alcuni non erano di
pertinenza dell'impresa, erano già stati venduti a principi e cardinali, che
però non sempre intervenivano agli spettacoli. Se un nuovo acquirente
insisteva, il sor Cencio non ce la faceva proprio a lasciarsi sfuggire
l'occasione per guadagnare di più, e allora poco prima dell'inizio dello
spettacolo il singolare impiegato ne vendeva uno che in quel momento era ancora
rimasto vuoto. Se il legittimo proprietario quel giorno non si faceva vedere,
tutto filava liscio; se invece arrivava al botteghino, magari all'ultimo minuto,
a prendere la chiave, e si infuriava perché trovava il suo posto occupato,
allora lì Giovannino interveniva sfoderando tutte le sue doti di attore:
affermava di aver effettuato la vendita interamente di sua iniziativa. Seguivano
quindi fra uno scandalizzato sor Cencio e il "capro" discussioni
drammatiche, minacce di licenziamento e pianti per inesistenti figli che non
avrebbero più avuto di che sopravvivere. Il truffato, impietosito, supplicava
l'impresario di dimenticare quanto era successo. La storia finiva lì, per la
gioia dell'astuto sor Cencio.
Non ti intristire Malausséne, non sarai l'unico, ma comunque rimani grande!
Monaldi, impresari celebri
Monaldi G, La morale del sor Cencio, "Il signor pubblico", 8
settembre 1900