Banditi e società. Lo Stato pontificio agli inizi del Seicento
1. Il problema e la storiografia
L'analisi dei fenomeni di opposizione collettiva e violenta alla legge nella
prima età moderna è stata solo negli ultimi decenni al centro dell'interesse
storiografico, nel quadro di quel processo di rinnovamento che ha condotto gli
studiosi, tra l'altro, ad ampliare positivamente i propri campi di indagine. I
notevoli progressi della storia sociale, lo sviluppo della storia criminale (1)
hanno fornito preziosi elementi per una comprensione del modo di vita e della
cultura delle popolazioni urbane e rurali, nonché dei loro rapporti con le
autorità statali. A tutt'oggi però la mancanza di studi organici su numerose
situazioni specifiche pone ancora in primo piano la necessità di proseguire
l'indagine non soltanto nel tentativo di approfondire i temi ed i problemi
generali, ma anche nella direzione di una ricostruzione degli avvenimenti e
delle concrete manifestazioni di tali fenomeni. E proprio nel tentativo di
approfondire tale ricostruzione, questo contributo sarà limitato ad alcuni
aspetti di un fenomeno e di una situazione specifica, il banditismo nello Stato
della Chiesa nei primi decenni del Seicento, come prima sintesi di uno studio
che si propone di approfondire la ricerca sulla storia del crimine e della
giustizia criminale nei domini pontifici del XVII secolo, nelle sue
manifestazioni urbane, oltre che in quelle tipicamente rurali.
E' evidente che la peculiare uniformità (sia pure solo fenomenica) del
banditismo in differenti periodi e luoghi - sottolineata da tempo da E. J.
Hobsbawm (2) - rende ripetitivo ed ovvio ogni studio che si limiti ad una mera
ricostruzione delle azioni o delle figure "tipiche" di banditi in una
determinata epoca: più interessante risulta invece ancora oggi una analisi
problematica dell'atteggiamento che i vari settori sociali ebbero nei confronti
dei fuorilegge e della risposta che le classi dominanti diedero, nel XVII
secolo, a coloro che si posero fuori e contro la società "legale".
Per gli inizi del Seicento mancano totalmente studi riguardanti il banditismo
nello Stato della Chiesa, dal momento che solo recentemente la storiografia ha
posto in dubbio l'affermazione, precedentemente condivisa dalla totalità degli
studiosi, che riteneva che il banditismo, esploso in modo dirompente negli
ultimi decenni del Cinquecento, debba considerarsi esaurito alla fine del
secolo, o comunque che, se esso fu in qualche modo presente anche nel Seicento,
assunse una forma endemica e, quindi, non rilevante per l'indagine
storiografica.
Una più approfondita analisi delle, pur lacunose, fonti archivistiche
sull'argomento smentisce tale affermazione. Certamente è vero che i primi
decenni del secolo XVII non videro agire, nello Stato della Chiesa, banditi
paragonabili a Marco Sciarra o ad Alfonso Piccolomini, cioè fuorilegge la cui
figura è stata tramandata nel tempo, avvolta da quell'alone leggendario
corrispondente più che alla reale vita degli uomini descritti al simbolo di
giustizia che essi rappresentavano per la popolazione povera. Non per questo
però si può affermare che il banditismo, nello Stato pontificio, sia scomparso
alla fine del Cinquecento. Sicuramente vi fu una notevole riduzione del numero
di fuorusciti operanti nel territorio dello Stato ma, nonostante tale
diminuzione - le cui cause immediate possono essere ricercate nell'arruolamento
di fuorilegge per la guerra d'Ungheria e la conquista di Ferrara, nella, seppur
temporanea, efficacia degli strumenti usati nella repressione del fenomeno e
nell'attenuarsi, per alcuni anni, delle carestie che avevano pesantemente
colpito la popolazione negli ultimi anni del XVI secolo - il banditismo fu,
ancora nei primi decenni del Seicento, significativamente rilevante dal punto di
vista quantitativo e, quanto all'aspetto qualitativo assunse, nonostante le sue
multiformi e spesso contraddittorie caratteristiche, i caratteri di quel
fenomeno che comunemente viene definito banditismo sociale. Ci riferiamo in
particolare alla provenienza sociale del bandito e al diffuso appoggio che i
settori poveri della società fornirono ai fuorilegge.
Per questi motivi riteniamo che, anche nel Seicento, in uno studio dello Stato
pontificio, ed in particolare in una ricerca sulle classi ed i conflitti
sociali, l'analisi del banditismo assuma un ruolo importante e sicuramente non
trascurabile.
Allora, le ragioni del silenzio degli storici vanno ricercate altrove. Innanzi
tutto forse in quella tendenza, egemone nella storiografia fino a tempi
relativamente recenti (ed in essa si inseriscono quelle classiche e monumentali
opere sullo Stato della Chiesa, a tutt'oggi punti di riferimento obbligati della
storiografia dei domini pontifici), che ha portato ad una liquidazione, fra i
fatti privi di interesse storico, dei movimenti e delle proteste popolari della
prima età moderna. Tendenza che ha condotto a studiare soltanto, o
prevalentemente, quei fenomeni di protesta - quali il banditismo degli ultimi
decenni del Cinquecento - che videro una vasta partecipazione dei signori
feudali. Proprio a causa di tale visione - che tende a interpretare le rivolte
del XVI e XVII secolo in chiave di contrasti fra nobiltà e Stato, descrivendole
come movimenti in difesa di quei consolidati privilegi feudali che si presume
siano stati incrinati dal progredire del processo di accentramento e di
assolutizzazione - è stata sopravvalutata la partecipazione dei nobili a
movimenti che, nella sostanza, furono invece popolari e contadini. (3)
In tempi più recenti, la storiografia ha mostrato interesse per una indagine
maggiormente accurata sia del banditismo della fine del Cinquecento sia delle
rivoluzioni e dei movimenti popolari della prima metà del XVII secolo.
Nonostante ciò, manca del tutto una ricostruzione del fenomeno del banditismo
nello Stato pontificio del Seicento, ed una sua interpretazione in rapporto alla
struttura sociale nel quale esso si è manifestato. (4) Se dunque riteniamo
importante tentare di colmare questa assenza, una precisazione ci sembra però
doverosa. La parzialità della limitazione temporale di questa prima ricerca
(che cronologicamente abbraccia i primi due decenni del XVII secolo) appare
evidente. Una completa comprensione del fenomeno, delle sue caratteristiche
permanenti e delle sue modificazioni, può infatti discendere solo da una
indagine che si occupi di un arco di tempo più vasto, "mediamente
lungo", che abbracci cioè l'intero Seicento, e si soffermi ad analizzare
anche le altre forme di criminalità, urbana e rurale. Viceversa, la brevità
del periodo studiato dalla presente ricerca potrebbe rischiare di non far
comprendere le peculiarità del fenomeno, e di farlo apparire esclusivamente
come un residuo ed uno strascico di ciò che avvenne nel secolo precedente.
Nonostante tale limite però, ci è sembrato comunque importante sintetizzare i
risultati della ricerca relativi ai primi decenni del XVII secolo, perché da
essi emerge il quadro di un fenomeno sicuramente molto più rilevante di quanto
finora la storiografia non abbia sottolineato, e degno comunque anche di una
trattazione autonoma. Se è vero infatti che il banditismo del Seicento fu per
numerosi aspetti analogo a quello del secolo precedente, è anche vero che se ne
differenziò per alcune caratteristiche determinanti.
La principale differenza fra il banditismo del Cinquecento e quello del secolo
successivo è rintracciabile proprio nella composizione dei partecipatiti al
fenomeno. Seppure con obiettivi diversi, questo aspetto fu sottolineato già da
J. Delumeau, il quale affermò che il banditismo, "dans la mésure où il
survécut" anche nel Seicento, divenne "surtout le fait de petites
gens, et par là méme, somme tonte, moins dangereux; car il ne bénéficia plus
des appuis qu'il avait eus auparavant jusque chez les princes et les cardinaux".
(5)
Nei primi decenni del Seicento quindi il banditismo fu un fenomeno che coinvolse
quasi esclusivamente i settori più poveri del mondo rurale. La vasta ed attiva
partecipazione dei signori feudali che, pur se non va sopravvalutata, fu
sicuramente una caratteristica del banditismo della seconda metà del
Cinquecento, era venuta meno alla fine del secolo. Riacquistate le posizioni
precedentemente perdute - in quel processo che generalmente viene chiamato di
rifeudalizzazione e che, più recentemente, è stato definito come
"processo di aristocratizzazione legato ad un nuovo sviluppo della
proprietà terriera" (6) - la nobiltà, come classe sociale, non aveva più
motivazioni sufficienti per passare attivamente dalla parte dei ribelli e porsi
alla loro guida. E' noto comunque che, pur se la nobiltà nel suo complesso,
come classe, non aveva perso potere e prestigio, né il governo papale adottò
mai una costante ed incisiva politica antisignorile, (7) molte famiglie nobili
si trovarono in una situazione di estrema difficoltà finanziaria, mentre
emersero nuove famiglie il cui successo aveva, tra le sue cause principali, la
politica del nepotismo. In questo contesto il ribellismo di alcuni signori
feudali va ricercato più nelle vicende e nelle vicissitudini dei singoli e
delle famiglie che non in una analisi generale della posizione nella società
della classe cui appartenevano.
Pur se la transizione dal feudalesimo al capitalismo avvenne in un arco di tempo
molto ampio, e fu un complesso processo che marciò tra flussi e riflussi, già
nel Seicento si possono individuare alcuni paesi (come l'Inghilterra) in cui
venivano poste le prime basi perché la forma economica capitalistica si
avviasse a divenire progressivamente dominante nelle relazioni economico-sociali:
lo Stato della Chiesa permaneva invece in una situazione di ristagno economico e
di arretratezza politica. In questa situazione il banditismo (tipica espressione
di protesta rurale delle società pre-capitalistiche) riacquistò la sua vera
impronta popolare: ad esso non parteciparono "uomini di spicco", e
perse quindi l'attenzione degli storici, che solo negli ultimi decenni -rivalutando
la "quotidianità" e rifiutando una ricostruzione meramente
"evenemenziale" - si sono interessati alla vita di quei milioni di
uomini e donne che dopo la loro morte lasciano ben poche tracce si sé. E
infatti, per i banditi del Seicento, le principali (quasi uniche) tracce che ci
sono giunte sono reperibili negli atti della burocrazia dell'epoca, in genere
solo nei verbali degli interrogatori del Tribunale del governatore durante i
quali -spesso nel corso delle terribili torture cui venivano sottoposti - i
fuorilegge ricostruiscono la propria vita e le proprie azioni.
Questa ricerca vuole essere un tentativo di analisi comparata delle
manifestazioni e caratteristiche del banditismo agli inizi del '600 e
dell'immagine e dell'atteggiamento che i vari settori sociali (ed in particolare
le classi dominanti e le popolazioni, urbane e rurali) avevano dei fuorilegge.
E' chiaro però, come più volte è stato sottolineato negli studi di storia
sociale, che la ricerca è limitata dal fatto che le fonti utilizzabili
sull'argomento ed i documenti esistenti sono tutti prodotti in ambienti estranei
a quelli del bandito. I banditi infatti non hanno scritto una loro storia, non
hanno spiegato le motivazioni delle loro azioni, così come non ci hanno
lasciato alcun documento quelle popolazioni contadine, quel mondo rurale al
quale i banditi sono collegati, e dal quale vengono talvolta considerati eroi,
simboli di giustizia. Il mito del bandito si tramanda tra il popolo, di
generazione in generazione, tramite quella comunicazione orale che entro alcuni
decenni si affievolisce, fino a svanire. Le fonti utilizzabili per uno studio
del banditismo sono quindi solo quelle prodotte dalle istituzioni statali le
quali, considerando il banditismo esclusivamente come problema di ordine
pubblico, fenomeno da reprimere, non possono darci un quadro esauriente delle
sue reali caratteristiche e delle cause che lo generano. E' vero che nei
processi contro i banditi, celebrati dal Tribunale del governatore, sono
raccolte testimonianze, interrogatori che possono evidenziare numerosi tratti
del modo di vita dei poveri e della cultura popolare contadina. Ma è anche vero
che ci si trova a dover rispondere alle domande di una istituzione giudicante:
l'appoggio delle classi rurali ai banditi, lo stretto legame fra fuorilegge e
mondo contadino, pur evidente, non potrà mai emergere fino in fondo, così come
rimarranno nell'ombra tante altre caratteristiche del banditismo, che pure
sarebbe interessante conoscere per analizzare a fondo il problema. La
"verità processuale" non può ricostruire un fenomeno sociale che
riguarda un mondo oppresso e sfruttato perché una classe al potere, tesa a
perpetuare lo status quo per difendere la sua posizione, si serve della
giustizia come instrumentum regni ed esprime, nella legislazione come nei
processi, i suoi valori, la sua cultura, così lontani da quelli delle classi
più povere. E proprio perché negli archivi giudiziari non troviamo la storia
della criminalità, ma solo quella della giustizia criminale, è impossibile
condurre una compiuta analisi seriale/quantitativa del banditismo. (8) Ma i
limiti delle fonti disponibili, ed in particolare degli atti del Tribunale del
governatore, sono dovuti anche alla incompletezza dei documenti: tale
frammentarietà sembra sia generata soprattutto dalle procedure stesse del
Tribunale, che spesso non arrivava neanche alla conclusione dei processi.
1. La risposta delle istituzioni
Le classi al potere considerarono il banditismo esclusivamente sotto
l'aspetto punitivo e, quindi, della politica penale e della repressione
militare. Del resto, agli stessi teorici politici fu estraneo il tentativo di
ricercare le origini e le cause del fenomeno, di indagare quel complesso di
fattori - dal peggioramento delle condizioni materiali di vita dei settori
poveri al mutamento dell'organizzazione sociale delle campagne - che aumentavano
il malcontento della popolazione. Essi si limitarono a suggerire quelli che, a
loro avviso, erano i migliori rimedi, dal punto di vista repressivo, per
eliminare il fenomeno. (9)
Nella prima metà del Seicento, il banditismo fu ancora il fenomeno che
maggiormente preoccupò il governo papale, anche se oggi per noi è evidente che
non vi erano allora nello Stato della Chiesa le condizioni oggettive (né quelle
soggettive, cioè la coscienza di classe) perché i settori poveri e oppressi
della popolazione potessero incidere realmente e mettere in pericolo la
stabilità stessa del sistema. Ma, seppure non politicizzato, certamente non
rivoluzionario, privo persino di un programma di rivendicazioni immediate (e,
dunque, facilmente disgregabile con la forza militare), il banditismo
rappresentava una forza organizzata fuori della legalità: per questo, i
pontefici tentarono con ogni mezzo di annientarlo.
1.1. L'uso dei reati politici e la "apoliticità" del banditismo
Un primo elemento da sottolineare nella risposta data dalle istituzioni
papali al banditismo è relativo all'utilizzo dei reati politici per colpire un
fenomeno che, nel suo complesso, non si configurò come un movimento politico
cosciente. La legislazione degli inizi del Seicento, dichiarando i banditi
"ipso facto ribelli, e rei di lesa Maestà" (10) equiparava ogni
infrazione violenta della legge, soltanto perché collettiva, ad una ribellione
politica organizzata contro il potere politico. Nello Stato pontificio quindi il
reato politico, ed in particolare il crimen lesae maiestatis, cogliendo l'
occasione della lotta al banditismo, diviene uno strumento più generale di cui
le classi dominanti iniziano a servirsi per reprimere ogni disobbedienza",
conservare il proprio dominio politico e perpetuare così la sottomissione delle
popolazioni. Per questo il reato di lesa maestà arriva a coprire "aree
sempre maggiori di comportamenti criminosi comuni nei quali si cerca
minuziosamente un "minimo politico", che inevitabilmente essi
contengono,onde farne argomento della loro intera "politicità". (11)
L'accusa di lesa maestà tende dunque a diventare il corollario di ogni altra
accusa, perché - se il processo è alle intenzioni - è ovvio che "ogni
infrazione dell'ordine, ogni violazione della legge contiene in sé quel tanto
di "sfida allo Stato" che può essere visto come un affronto al
sovrano". (12)
Ed anche se fra i giuristi non vi era unanimità circa l'applicazione nei
confronti dei banditi del reato di lesa maestà, le motivazioni del disaccordo
erano sempre di natura "tecnica" e non riguardavano le radici del
problema. Si discuteva infatti se i fuorusciti, in quanto colpiti dal bando,
potessero mettere in atto il reato, perché, non dovendo più essere considerati
sudditi di quel sovrano, non dovevano neanche essere soggetti alla sua
giurisdizione.
Si rende allora necessaria una precisazione sul significato e sull'uso del
termine bandito (che riteniamo più appropriato, per descrivere la realtà degli
inizi del Seicento, rispetto a quello di brigante): (13) mentre infatti
tecnicamente con il termine bandito si definiva, negli Stati del Cinque e
Seicento, soltanto colui che, in seguito ad un reato commesso, veniva colpito
dal bando, comunemente il termine viene utilizzato (ed anche nel nostro lavoro
è usato in tal senso), in una accezione più ampia, che comprende anche i
latrones, i grassatori, ecc. pur se non colpiti dal bando.
Come abbiamo visto dunque, le autorità papali utilizzarono il reato politico
contro un fenomeno a cui mancò un, seppur vago, orientamento politico. I
banditi dei primi decenni del Seicento, come si è detto, erano accomunati
dall'appartenenza ai settori più miseri del mondo rurale: la loro ribellione
violenta però, a differenza di quanto accadde in altri paesi nella prima metà
del XVII secolo, fu priva persino di obiettivi o rivendicazioni immediate. Per
questo il fenomeno, nella sua peculiarità, rimase l'espressione
dell'arretratezza economico politico sociale dello Stato ecclesiastico
dell'epoca. E' interessante notare come -nello Stato della Chiesa come in altri
Stati di Antico Regime - si ebbe un processo inverso a quello che si
verificherà in numerosi paesi in tempi più recenti quando le autorità,
anziché considerare "politici" alcuni comportamenti soltanto perché
collettivi, viceversa tenteranno di equiparare tutte le azioni politiche
commesse fuori della legalità a crimini comuni.
In relazione al reato di lesa maestà va ancora detto però che la prassi
concretamente adottata dalle autorità papali nel XVI e XVII secolo non
corrispose ai principi stabiliti dalla legislazione: nei processi celebrati dal
Tribunale del governatore infatti tale crimen viene contestato solo in rari
casi. Fra questi, quelli di Alfonso Piccolomini e di pochi altri capi banditi
celebri, a conferma del compito di "esemplarità" che il governo
papale assegnava alla pena. (14) La mancanza di una diffusa applicazione del
reato di lesa maestà induce a pensare che le classi dominanti intendessero
servirsi di questo strumento come monito, come minaccia nei confronti dei
fuorilegge e di tutto il mondo rurale: infatti, la sua previsione nella
legislazione - seppure la sua applicazione non fu frequente - faceva sì che
esso potesse essere in qualsiasi momento contestato dai giudici agli imputati.
In genere quindi i fuorilegge venivano giudicati e condannati per i reati che,
presumibilmente, avevano commesso. E solo per i reati specifici, dal momento che
agli inizi del Seicento, nello Stato pontificio come negli altri Stati
dell'epoca, la dottrina non prevedeva la criminalizzazione di fattispecie
analoghe a quella che oggi, negli Stati contemporanei, viene definita
"banda armata". Mancava totalmente cioè la previsione dei reati
associativi: ovvero, l'unirsi in gruppi al fine di commettere azioni catalogate
come reati non era allora, di per sé, un crimine, quando non si commettevano
anche azioni specifiche. (15) Certo, tale specificazione può sembrare meramente
astratta e priva di influenza nella pratica, in un sistema in cui era prevista
la pena di morte anche per reati non gravi ed in cui i processi venivano
istruiti su un castello accusatorio spesso del tutto privo di elementi probatori
(fondato su ipotesi, convinzioni di giudici e testimoni), ma è sicuramente
utile per comprendere la politica del governo papale nei confronti del
banditismo.
1.2. La criminalizzazione del mondo rurale
Il provvedimento legislativo del 25 aprile 1608 è estremamente severo e
ferocemente repressivo anche nei confronti di tutti coloro che, in qualsiasi
modo, abbiano favorito un bandito. La severità di tali misure mirava a rompere
il forte vincolo di solidarietà che univa il bandito al mondo rurale, alle
classi più povere alle quali quasi sempre apparteneva. Si doveva impedire ciò
che frequentemente accadeva: i lavoratori poveri, invece di perseguitare i
banditi, "li celano, nascondono, favoriscono, sovvengono di cose necessarie
al vitto, o vestito; e alle volte di monitioni, o armi, e ben spesso gli fanno
la spia per poter commettere qualche delitto, o per salvarli dalla Corte, o per
altri loro disegni". Per evitare ciò, nel Bando si dichiara che chiunque
"darà aiuto, favore, o consiglio a detti delinquenti, direttamente o
indirettamente, incorra ipso facto nelle medeme pene di ribellione, e lesa
Maestà". Chi aiutava i banditi incorreva dunque in pene severissime, ma le
autorità pretendevano ancora di più. Non bastava rimanere neutrali, non
favorire i banditi: in linea con la via energicamente sostenuta da Sisto V
infatti si esigeva una collaborazione ed una partecipazione attiva di tutti i
sudditi nella repressione del banditismo. Ognuno doveva "farsi sbirro"
e collaborare con le autorità, pena la morte. Le disposizioni nei confronti dei
parenti e di tutti coloro che hanno aiutato i fuorusciti proseguono minuziose
nel provvedimento esaminato, cercando di prevedere tutti gli eventi possibili.
Tra l'altro, i familiari di banditi "fino in quarto grado, secondo il Ius
Canonico, e più oltre ad arbitrio del Presidente, o Superiore" sono tenuti
"alla refettione, e restitutione di tutti li danni che tali delinquenti,
ancorché non fossero giuditialmente condennati, daranno a qual si voglia loco
publico, o privato con scacciamenti de lavoratori, ammazzamenti d'animali,
devastationi de beni, o altra simil sorte di sceleratezza; et similmente siano
tenuti al resarcimento e restitutione di tutte le spese che in qualsivoglia modo
farà la Rev. Camera Apostolica per l'estirpatione, e persecutione di tali
delinquenti".
Nell'analizzare il contenuto del provvedimento colpisce la severità delle norme
stabilite per coloro che aiutano i banditi. Rischia la morte persino chi non
denuncia o informa le autorità di ogni notizia, relativa ai fuorusciti, di cui
è venuto a conoscenza. Certo, nella realtà tutte queste disposizioni non
furono applicate alla lettera - anche perché il rispetto di tali norme avrebbe
portato ad un vero sterminio delle popolazioni - ma deve far riflettere il
rigore e la minuziosità di quanto disposto. Si può anche notare che in questo
Bando, emanato per combattere i banditi, la parte dedicata a costoro è minima.
Questo induce a ritenere che le autorità volessero esercitare una più generale
azione repressiva contro le popolazioni: si voleva diffondere il terrore,
colpire alcuni come "esempio" per tutto il mondo rurale che,
sicuramente, era più vicino al mondo dei banditi che a quello delle autorità.
Si volevano "educare" con mezzi terroristici tutti coloro che, più
facilmente, potevano unirsi ai banditi, aiutarli, o comunque esprimere in
qualche modo la protesta. Destinatarie di questi provvedimenti erano dunque -oltre
ai banditi - le classi più povere, oppresse.
Il tentativo di spezzare il vincolo familiare, tramite questa politica
ricattatoria che non considera personale la responsabilità penale, era stata
una delle caratteristiche dell'azione di Sisto V, di cui il Bando del 1608 segue
in pieno la strada. Ma Sisto V si era adoperato nella persecuzione dei familiari
dei banditi non soltanto come "misura di rappresaglia": la famiglia
era infatti "il nucleo fondamentale dell'organizzazione interna del mondo
contadino, la base più solida e resistente della difesa delle comunità rurali
di fronte a minacce e pericoli provenienti dall'esterno e dell'aiuto reciproco
nei bisogni della vita quotidiana". (16)
I risultati dell'azione papale volta a recidere il profondo legame di
solidarietà esistente fra il mondo contadino e i fuorusciti furono però
irrilevanti per le autorità pontificie, e i fuorilegge continuarono a godere
dell'aiuto dei propri familiari e compaesani.
1.3. Mancanza di omogeneità fra teoria e prassi
Quanto abbiamo finora detto in relazione all'azione del governo papale nei
confronti del banditismo ha messo in luce un elemento fondamentale tipico dello
Stato della Chiesa agli inizi del Seicento, cioè di un paese in cui il processo
di accentramento e assolutizzazione fu più lento e contraddittorio che altrove.
Uno studio dello Stato pontificio nel Seicento evidenzia infatti l'esistenza di
uno squilibrio fra i principi stabiliti dai provvedimenti e la loro applicazione
concreta da parte dei tribunali e delle altre autorità competenti. In una
ricostruzione storica degli aspetti giuridici della criminalità collettiva del
XVII secolo vi è quindi la necessità di condurre uno studio comparato della
legislazione e della struttura giuridica da un lato, e della concreta azione dei
governi di Antico Regime dall'altro. Nello Stato pontificio infatti, mentre i
provvedimenti esprimono, più che una realtà concreta, una linea di tendenza
delle istituzioni statali anche quando - soprattutto a causa della persistente
inefficienza degli organi dello Stato nonostante il seppur lento e
contraddittorio progredire dell'accentramento - non furono applicati per intero,
per comprendere appieno la situazione è necessario analizzare anche la prassi
concretamente adottata, spesso non coincidente con i principi.
Nei primi decenni del Seicento, come è noto, lo Stato della Chiesa si trovava
in una situazione di estrema arretratezza rispetto alle monarchie assolute
dell'epoca. Dal punto di vista economico la fase di sviluppo si era ormai
conclusa, lasciando il passo ad una profonda depressione che, accentuando le
contraddizioni e gli squilibri sociali, alimentava il malcontento popolare. A
livello politico il processo di centralizzazione e di sviluppo dell'assolutismo
pur avendo subito, dagli ultimi decenni del XVI secolo, un notevole impulso
(soprattutto ad opera di Sisto V) fu indubbiamente contraddittorio e di certo
non portò, come invece taluni autori hanno affermato, ad un controllo
effettivo, e non solo nominale, di tutti i territori dello Stato.
Nella lotta al banditismo e alla violenza organizzata gli esempi di tale
mancanza di omogeneità sono numerosi: la difformità fra previsione ed
applicazione del reato di lesa maestà, la confusione nelle competenze dei
tribunali, l'arbitrio dei giudici nell'uso della tortura sono soltanto alcuni
esempi di tale discordanza, che caratterizzò per tutto il secolo lo Stato
pontificio.
Ci siamo già soffermati sull'uso dei reati politici e sulla criminalizzazione
del mondo rurale, in cui le ragioni dello squilibrio derivavano dalle
caratteristiche stesse impresse dal governo papale alla lotta al banditismo. Ci
soffermeremo ora brevemente sulle funzioni e competenze del Tribunale del
governatore, ovvero l'autorità competente nei giudizi contro i banditi.
Teoricamente vi era una struttura organizzata di Tribunali centrali e
periferici: oltre al governatore di Roma esistevano i governatori di provincia -
coadiuvati da alcuni funzionari minori - con competenze analoghe a quelle
dell'alta magistratura romana. Ma tale organizzazione raramente trovava
applicazione nella pratica: i funzionari locali infatti persero progressivamente
la loro autorità, con l'avanzare del processo di accentramento dello Stato. Il
governatore di Roma riusciva ad avocare a sé i processi riguardanti i reati
particolarmente gravi commessi in tutto il territorio dello Stato: secondo il
diritto di prevenzione infatti il giudice che iniziava la causa aveva il diritto
di continuarla. La migliore organizzazione del Tribunale di Roma faceva sì che
esso potesse assicurarsi il maggior numero di cause. (17)
Ma, mentre è evidente l'esistenza di una differenza fra principi teorici ed
organizzazione pratica, più difficile risulta, dall'analisi dei verbali dei
processi, comprendere in base a quali criteri venisse stabilita, nella pratica,
la competenza territoriale. Infatti, mentre in via di principio il governatore
di Roma poteva giudicare soltanto i reati commessi nel distretto di Roma (che si
estendeva per 40 miglia intorno alla città) nella pratica esso istruiva
processi anche per reati commessi in altri distretti o, quantomeno, proseguiva i
procedimenti iniziati dai tribunali locali.
Altro esempio di discordanza fra legislazione e prassi riguarda, come si è
detto, l'uso della tortura. In questo caso però non si tratta di una
peculiarità dello Stato pontificio, ma di una pratica corrente ovunque venga
praticata la tortura. "Priva d'un preciso fondamento nelle leggi,
debolmente regolata dai giureconsulti, essa aveva la sua norma nella
consuetudine giudiziaria, molte volte nell'occasione e nell'opportunità, spesso
nell'arbitrio degli esecutori o degli inquirenti". (18) Così, mentre lo
Statuto di Roma elencava le condizioni necessarie perché i giudici potessero
sottoporre l'imputato alla tortura (19) e la Bolla di Paolo V Reformatio
Tribunalium Urbis, eorumque officialium stabiliva i principi generali che i
giudici dovevano osservare nell'applicare il tormentum vigiliae (20), nella
pratica i giudici agirono sempre a loro arbitrio, sia in relazione alle
modalità di applicazione dei vari metodi di tortura, sia ignorando i
presupposti che le disposizioni legislative ponevano come discriminanti perché
un imputato potesse o meno essere sottoposto al supplizio.
1.4. Legislazione ordinaria e "speciale"
Nell'analizzare i metodi e gli strumenti con cui le autorità pontificie
risposero al banditismo bisogna ricordare che, accanto alla legislazione
ordinaria, esse si servirono anche di strumenti eccezionali. Contro il
banditismo infatti -come spesso accade in materia di reati politici - vennero
nella pratica sospese molte delle leggi e delle procedure ordinarie, così come
le, seppur minime, garanzie previste per chi infrangeva la norma.
Quanto alla legislazione ordinaria, per tutto il periodo di cui ci occupiamo
rimase in vigore a Roma lo Statuto pubblicato nel 1580: (21) per la quasi
totalità dei reati generalmente commessi dai banditi in esso era prevista la
pena di morte: ciò spingerebbe a ritenere che i fuorilegge, rischiando comunque
la morte, siano stati spinti da tale severità a commettere reati più gravi, ma
non vi sono tracce di una siffatta consapevolezza da parte dei banditi. Lo
Statuto prevedeva la pena di morte per impiccagione per gli autori di un
latrocinium (ovvero qui per vin furatur) (22), per gli assassini (cioè coloro
che "pretio vel pecunia aliquem quomodocumque occiderit, aut occideri
tentaverit, vel occidi fecerit, aut mandaverit"), (23) per i fures (coloro
che occulte rubano) solo in caso di recidiva e persino, in talune circostanze,
per gli autori di incendi. Nello Stato della Chiesa degli inizi del XVII secolo
il supplizio rimaneva dunque la forma principale per colpire chi non rispettava
le "regole del gioco" e, quindi, il corpo dell'imputato era ancora il
principale bersaglio della giustizia. La funzione più importante della prigione
rimaneva dunque quella - tipica della società pre-capitalista - di custodire
temporaneamente gli accusati, prima del processo e dell'esecuzione della pena.
Accanto alle punizioni corporali nel sistema delle pene adottato nello Stato
pontificio assunse un ruolo importante - a causa della sua massiccia
applicazione - l'istituto del bando. "Exilium, prout est, simplex eiectio
è Civitate...in absentes dicitur bannum, in praesentes exilium, secundum
communem usum loquendi". (24) Tale diffusa applicazione, se dimostrava
l'inefficienza dell'apparato repressivo, contemporaneamente alimentò il
fenomeno del banditismo.
Bisogna però specificare che, nell'analisi della risposta statale al banditismo
non è possibile limitare l'indagine alle leggi ordinarie dello Stato: per i
fuorusciti esisteva infatti anche una "legislazione speciale", molto
più severa di quella ordinaria, oltre che, come vedremo in seguito, un modo di
procedere di fatto, militare e non legislativo.
Abbiamo già detto che negli ultimi decenni del Cinquecento e nei primi del
Seicento vennero emessi numerosi provvedimenti legislativi specifici contro i
banditi. Essi erano di due tipi: i Bandi generali, che stabilivano i reati, le
pene e le misure da adottare contro i fuorusciti, e i provvedimenti riguardanti
singoli banditi, nei quali si stabilivano premi per chi li avesse consegnati,
vivi o morti, alle autorità.
La severità di tali provvedimenti, come si è detto, era indirizzata oltre che
contro i fuorusciti, contro l'intero mondo rurale, anche se la reiterazione
legislativa, tipica del periodo in esame, evidenzia l'inefficienza dell'apparato
repressivo, per diventare spesso solo l'espressione dell'incapacità del potere
di controllare realmente il proprio territorio.
Nei confronti dei banditi il Bando del 26 giugno 1608 stabiliva persino che
"per una sola crassatione, cioè robbare alla strada, senza ferire, o
ammazzare alcuno, habbia nondimeno luogo l'ultimo supplitio, ad arbitrio de gl'Illustriss.
Legati, o Presidenti, e Governatori delle Provincie del detto Stato
Ecclesiastico e così debbano li giudici esseguire". (25) Ed anche per i
nobili, i quali come ricorda P. Farinacci "puniuntur mitius, etiam quod lex,
seu statutum mandet delinquentes nullam misericordiam consequnturos"(26)
nel caso dei reati politici - ed in particolare del crimen lesae maiestatis -
veniva sospesa ogni garanzia o privilegio.
Ma I "'eccezionalità" non è rintracciabile soltanto nella
legislazione: nella repressione dei crimina atrocia (o atrociora) infatti -e fra
questi vi erano il crimen lesae maiestatis e il latrocinium - gli Stati di Antico
Regime fecero uso di una lunga serie di specialia anche nella procedura penale,
con l'obiettivo di togliere all'imputato anche quelle minime garanzie previste
per chi infrangeva la norma. (27)
1.5. Il tentativo di disgregare le bande dal loro interno
Caratteristica dell'azione del governo papale contro i banditi e, dunque,
anche della "legislazione speciale" contro il banditismo, fu il
tentativo di disgregare le bande dal loro interno, promettendo premi ed
impunità a tutti quei banditi che avessero consegnato, vivo o morto, un loro
compagno. Adottata in altri Stati dell'epoca e inaugurata nello Stato della
Chiesa dai predecessori di Sisto V - ma solo da quest'ultimo pontefice attuata,
con spietata energia, in modo più organico ed efficiente - tale politica fu
seguita anche da Paolo V agli inizi del Seicento.
E mentre, come si è detto, l'azione del governo papale volta a recidere il
vincolo di solidarietà fra fuorilegge e mondo rurale non produsse gli effetti
sperati nella lotta al banditismo, il sistema di premi ed impunità costruito
per distruggere dal loro interno i gruppi di banditi produsse risultati non
irrilevanti per le autorità pontificie. Fra i banditi si insinuò la paura del
tradimento, che ruppe in parte quella solidarietà presente fra i fuorilegge. I
risultati furono notevoli, nel breve periodo, soprattutto perché la mancanza di
un programma, di una motivazione politica o di rivendicazioni immediate rendeva
più fragile il vincolo e, quindi, più disgregabile il movimento. Gli effetti
dell'azione repressiva non potevano però essere durevoli, in assenza di
radicali mutamenti della struttura sociale.
Per i primi anni del Seicento il principale provvedimento nel quale si
notificano i premi e le taglie per la cattura dei banditi è il Bando Delle
nominationi, e Taglie contro Banditi, e altri facinorosi, emanato il 26 giugno
1608. (28)
In esso vengono stabiliti consistenti premi - oltre alla grazia -per coloro che
consegneranno un bandito, perché "per esperienza [si è visto] che il
premio facilita l'estirpazione de scelerati". Se colui che consegnerà un
bandito (vivo o morto) è bandito, otterrà la grazia, per sé e per un altro a
sua scelta, oltre al premio pecuniario (maggiore se il bandito consegnato è
vivo), differente a seconda del "grado" di colui che viene consegnato.
Capi sono "quelli i quali notoriamente guidano compagnie d'altri banditi, e
sono famosi, o altramente ad arbitrio di sua Signoria Illustrissima". Il
provvedimento è valido anche - e qui si arriva veramente alla legalizzazione
dell'arbitrio! - per coloro i quali, pur non essendo condannati,
"notoriamente sono homicidiali, ladroni, sicarij, crassatori, e
facinorosi", ovvero coloro "che vanno in conventicola, taglieggiando,
svaligiando viandanti, depredando e guastando la roba d'altri, li quali ex nunc
si dichiara, che s'habbino per nemici publici"
Bisogna però ricordare che tali provvedimenti legislativi prevedevano premi
anche per coloro che, pur non essendo banditi, avessero consegnato, vivo o
morto, un bandito. Sulla base delle fonti disponibili non sembra che tali misure
abbiano prodotto risultati notevoli nella lotta al banditismo. Quando non
esisteva un interesse immediato, diretto, legato alla propria vita (ovvero la
possibilità di ottenere la grazia), pare che, nonostante la miseria della
popolazione, nessuno si adoperasse per guadagnare le ingenti taglie sui banditi,
anche se 200 o 300 scudi - tale era l'ammontare medio delle taglie - avrebbero
risolto molti problemi a chi aveva, a malapena, di che sopravvivere.
Al momento della presentazione delle teste emergeva anche un problema più
generale degli Stati dell'epoca: in una società in cui l'identificazione degli
individui (e quindi anche dei banditi) era incerta, per l'assenza di metodi
univoci di riconoscimento, non si poteva certo escludere il rischio di frodi nel
macabro "mercato".
Insieme al premio pecuniario era un bandito, la possibilità di ottenere la
remissione per uno o più banditi. Considerando che la maggioranza della
popolazione rurale aveva almeno un parente bandito, con il quale rimaneva
legata, tali disposizioni erano sicuramente allettanti. I premi pecuniari per la
cattura dei banditi erano previsti anche per soldati e sbirri, pure se costoro
già ricevevano una paga per il proprio mestiere: evidentemente si voleva
incentivare chi non si sentiva altrimenti motivato a difendere l'ordine
pubblico. Si deve però aggiungere che non sembra che lo Stato abbia sempre
mantenuto le promesse, pagando le somme previste dalle taglie sui banditi.
1.6. Prevalenza della repressione militare su quella penale
Fin qui si è detto della repressione del banditismo condotta all'interno
della legalità: bisogna però ricordare che nel combattere i fuorilegge le
autorità pontificie utilizzarono anche, e nei periodi di maggiore espansione
del fenomeno forse in modo prevalente, l'annientamento militare, di fatto,
sottratto dunque a qualsiasi norma e legge. Se molti furono i banditi condannati
a morte e giustiziati, un numero notevolmente maggiore di fuorusciti moriva nel
corso degli scontri militari, le "scaramucce" con i soldati, senza
neanche aver subito un processo ed una condanna.
Le spedizioni contro i banditi furono numerose, negli ultimi decenni del XVI
secolo così come nei primi del secolo successivo: nonostante ciò, come si è
detto, il contraddittorio processo di riorganizzazione dello Stato allora in
corso non riuscì, nel periodo in esame, a rendere effettivo il controllo su
tutti i territori. I verbali dei processi sono ricchi di esempi in relazione
alla libertà di azione di cui godevano i banditi a causa della mancanza di
organizzazione delle forze che avrebbero dovuto combatterli.
Mentre è possibile, sulla base della documentazione archivistica utilizzabile,
stabilire quanti furono i banditi giustiziati a Roma agli inizi del Seicento
(29), sulla base delle fonti disponibili è sicuramente impossibile fare una
valutazione quantitativa del numero di fuorilegge uccisi nel corso degli scontri
militari. E, come si è detto precedentemente, il bandito poteva essere ucciso
anche dai privati: bannitus potest impune occidi, sottolineano i giuristi
secenteschi, (30) ed anzi, come sappiamo, era previsto anche un allettante
premio per gli uccisori.
Mentre per le autorità papali il banditismo fu esclusivamente un problema di
ordine pubblico, un fenomeno da reprimere ed annientare militarmente con ogni
mezzo, ben diverso fu, agli inizi del XVII secolo, l'atteggiamento dei nobili
dello Stato Ecclesiastico i quali, pur non partecipando attivamente al
banditismo, si servirono talvolta dei fuorusciti nelle loro inimicizie o per
motivi di difesa personale. Le motivazioni di ciò vanno probabilmente ricercate
nel fatto che essi preferivano scegliere uomini d'azione, esperti nel
combattimento. I banditi, in questo senso, erano i più "fidati". Del
resto, la mancanza di motivazioni ideali nei fuorusciti spingeva costoro -
magari per essere protetti, o soltanto per sopravvivere - a mettersi al servizio
dei potenti. La posizione sociale del bandito rimase dunque sempre ambigua:
infatti, pur appartenendo alle classi più povere, il fuorilegge è attratto
dalla ricchezza e dal potere. "E' insomma "uno dei nostri" che ad
ogni istante rischia di passare dall'altra parte, con "loro", di
entrare "a far parte del sistema dei ricchi". (31)
La vasta partecipazione di nobili al banditismo degli ultimi decenni del XVI
secolo è stata fin troppo sottolineata e sopravvalutata, a scapito di altri
aspetti e caratteristiche del fenomeno: le figure del ribelle duca di
Montemarciano, Alfonso Piccolomini o, in misura minore, di Ramberto Malatesta e
di altri signori feudali sono descritte in studi specifici, e ricordate in tutti
i lavori sul banditismo. (32) Gli autori che hanno sopravvalutato il ruolo dei
nobili nel banditismo inoltre sono spesso gli stessi che interpretano la
politica delle autorità pontificie come un costante e coerente intervento - tra
la metà del XV secolo e la metà del XVII - volto allo smantellamento del
potere feudale: il banditismo è infatti interpretato come l'espressione della
resistenza dei baroni feudali all'accentramento dello Stato.
E' chiaro dunque che in un tentativo di analisi del banditismo dello Stato
pontificio e dell'atteggiamento delle diverse classi sociali nei confronti dei
fuorusciti è fondamentale comprendere quale fosse allora la posizione della
nobiltà e, più in generale, la struttura sociale dello Stato, e ripercorrere
le tappe principali della politica papale nei confronti dei nobili.
Un attento studio della politica dei pontefici evidenzia che, se è vero che
negli ultimi anni del Cinquecento il processo di centralizzazione subì una
notevole accelerazione nei domini papali, è anche vero che in tale periodo il
potere ed il prestigio della feudalità rimasero incontrastati, né il governo
papale si impegnò coerentemente e costantemente per mutare la situazione.
Esisteva invece - anche se finora non è stato analizzato a fondo dalla
storiografia - un diffuso malcontento della popolazione nei confronti delle
vessazioni e dei soprusi ad opera dei signori feudali che certo furono allora,
rispetto alle popolazioni, più tirannici del governo centrale.
Significativo a questo proposito un processo celebrato dal Tribunale del
governatore nel 1604, (33) che raccoglie le testimonianze di decine di abitanti
di Vacone (una comunità considerata "irrequieta") delineando un
quadro interessante della vita di questa cittadina, sottoposta ad ogni sorta di
angherie ad opera del suo proprietario, il conte Gaspare Spada. Dalle
testimonianze raccolte nei verbali è chiaro infatti come i fratelli Spada - i
quali, circa dieci anni prima del processo avevano acquistato Vacone, al prezzo
di 10.000 scudi, dai signori Caetani - "simpre hanno tiranneggiato, et
turbata l'antica pace, et quiete di tutto il popolo, trattandolo alla peggio con
modi iniqui" ovvero, ad esempio, facendo ricadere sulla popolazione (non
pagando né la manodopera nè i materiali) il peso della costruzione del proprio
palazzo, pubblicando bandi il cui contenuto danneggiava seriamente i più
poveri, rinchiudendo numerosi uomini in prigione "senza motivo", non
contribuendo, come era consuetudine, alle spese del maestro di scuola. Ottavio
Bertollo, un bandito del luogo che - come viene riferito da numerosi testimoni,
abitanti di Vacone - si premurava sempre di rassicurare i suoi concittadini, con
le parole ma anche con il suo modo di agire,del suo "rispetto a questa
Communità", ferì un capitano che si trovava con il conte Spada e
minacciò di morte il conte stesso, prima di essere catturato, condotto a Roma
ed impiccato.
Emerge chiaramente in questo processo (come in altri dei primi decenni del
Seicento, in cui traspare il malcontento della popolazione verso i signori
feudali e le loro vessazioni) quella componente antifeudale del banditismo, che
sicuramente fu molto generica e non rappresentò una delle caratteristiche
principali del fenomeno, ma che non va assolutamente trascurata, come invece è
stato fatto dalla quasi totalità della storiografia.
Agli inizi del XVII secolo, come si è detto, non vi fu una attiva
partecipazione dei nobili al banditismo; unica eccezione significativa la figura
di Fausto Massei, signore di Ascoli postosi a capo di una formazione composta da
alcune decine di banditi suoi seguaci, con i quali "andava scorrendo la
campagna nel territorio di Ascoli senza stimare quei pochi soldati corsi che
altrimente gli furono mandati contro".(34) La vicenda di questo capo
bandito, ai cui seguaci dava stipendio di 30 scudi il mese", (35) viene
ampiamente documentata negli Avvisi, fino alla sua conclusione, nel giugno 1608,
quando "s'hebbe aviso dalla Marca della morte di Fausto Massei, ammazzato
nel territorio di Fermo co 7 compagni, et dui presi le cui teste erano state
portate a Macerata et di là si portarà quella di Fausto in Ascoli per poter
riscotere le taglie". (36)
I menanti, questi proto-giornalisti redattori degli Avvisi, davano molto
risalto, nei primi decenni del Seicento, alla vita delle famiglie nobili e,
dunque, alla loro partecipazione al banditismo o, comunque, ai rapporti dei
signori feudali con i fuorilegge, prendendo spesso posizione a favore dei
nobili. (37)
Si è detto precedentemente che nel XVII secolo i signori feudali non
parteciparono attivamente al banditismo. Ciò non significa però né che essi
commettessero meno reati rispetto al secolo precedente (l'uccisione dei propri
nemici era infatti all'ordine del giorno nella società secentesca) né che vi
fu, da parte di costoro, una condanna del fenomeno (infatti, come si è detto,
nei momenti in cui ne avevano bisogno per la propria difesa personale, i nobili
utilizzarono senza scrupoli i banditi). Semplicemente, i contrasti fra autorità
pontificie e membri dell'aristocrazia si attenuarono, dal momento che la
nobiltà aveva riacquistato, dopo le scosse del Cinquecento, un ruolo dominante
nella società.
Negli ultimi anni del Cinquecento, come è noto, l'apporto del clero al
banditismo fu rilevante. Numerosi autori hanno tentato di spiegare le cause del
forte e diffuso legame creatosi fra ecclesiastici e banditi negli ultimi anni
del XVI secolo: le conclusioni non sono unanimi. Mentre alcuni hanno individuato
nella corruzione del clero la motivazione principale che spinse un numero
consistente di ecclesiastici dalla parte dei fuorusciti altri, ritenendo tale
giudizio insufficiente e, dunque, incapace di far comprendere il reale
significato di questa partecipazione, affermano che tale legame vada
interpretato nel quadro della "resistenza interna all'indirizzo della
Controriforma". (38) Per i primi anni del Seicento non ci sembra si possa
concordare totalmente con tali interpretazioni. Se infatti la prima è da
respingere, in quanto non spiega le ragioni sociali del fenomeno, la seconda
sembra attribuire all'azione degli ecclesiastici passati nelle file dei banditi
un fine cosciente che essi, nello Stato pontificio agli inizi del XVII secolo,
non avevano. Non ci risulta infatti che si ebbero,nello Stato della Chiesa (alla
fine del Cinquecento come agli inizi del secolo successivo) episodi di
resistenza, analoghi a quelli verificatisi nei due conventi napoletani - la cui
vicenda ci è stata riferita nei particolari da R. Villari - ma non si può
certo negare che la profonda e diffusa solidarietà fra banditi ed ecclesiastici
sia stata, oltre che l'espressione dell'appartenenza ad uno stesso mondo di
oppressi, anche "la spia di un malessere diffuso e profondo nella chiesa
locale". (39)
Nei primi anni del Seicento, pur mancando una diffusa partecipazione del clero
alle azioni dei banditi - anche se vi sono significativi esempi a tale proposito
- parte di esso fu interno al mondo dei fuorusciti, con i quali solidarizzò,
soprattutto fornendo loro consistenti aiuti materiali. Generalmente inoltre il
clero rurale non si adoperava nel tentativo di convincere i fuorusciti a cessare
le loro azioni; tutt'al più gli ecclesiastici tentavano di far concludere la
pace fra gli autori degli omicidi ed i parenti delle vittime. Ci riferiamo
ovviamente ai settori più poveri del clero, a quegli ecclesiastici che
condividevano il modo di vita e la cultura del mondo contadino. Le alte
gerarchie ecclesiastiche ed il clero romano - la cui vita era caratterizzata da
quello sfarzo e quel lusso tipici dei nobili e delle famiglie più ricche -
erano completamente esterni a questa realtà. L'aiuto del clero ai banditi si
concretizzò in varie forme: innanzi tutto, i conventi continuavano a praticare
il diritto di asilo; inoltre gli ecclesiastici fornivano cibo e denaro ai
fuorilegge. Va detto poi che i preti - come tutta la popolazione povera -
finivano spesso in carcere e, oltre a commettere numerosi reati, avevano
frequentemente in loro possesso armi proibite.
I banditi dunque restavano spesso legati al proprio paese, a quella gente che si
sentiva unita, da un vincolo di solidarietà, al proprio "paesano",
anche se condannato: nei piccoli centri parte del clero era interna a questo
mondo. E anche nei casi in cui mancava il concreto appoggio degli ecclesiastici
nei confronti dei banditi, tale assenza non sembra si sia mai trasformata in
persecuzione nei loro confronti, in collaborazione con le autorità pontificie.
Fra sbirri, soldati e banditi esisteva, nei primi anni del Seicento, un
rapporto sicuramente contraddittorio. Se da un lato troviamo spesso menzione,
nelle fonti archivistiche, di feroci scontri fra banditi e soldati, allo stesso
modo non accade raramente di leggere che un soldato passi dalla parte dei
banditi. In effetti, pur servendo lo Stato ed affrontando anche con molta
crudeltà i banditi, non sembra che i soldati fossero realmente interessati alla
difesa del paese dai fuorilegge. Il soldato, "legato temporaneamente al suo
capitano da un rapporto assai tenue che non esitava a spezzarsi se solo
mancavano o ritardavano le paghe", (40) abituato a combattere,poteva
facilmente, una volta terminata la sua condotta,ritrovarsi fra i banditi. La
mancanza di prospettive di lavoro, la difficoltà di reinserirsi nella società
facevano sì che molti ex-soldati si unissero ai fuorilegge. Questa mutevolezza
di ruoli non deve meravigliare: non dobbiamo stupirci del fatto che gli ex-soldati
si trovassero, a distanza di poco tempo, al fianco di coloro che avevano
perseguitato ed ucciso. Tra gli stessi banditi infatti non era assente tale
crudeltà - caratteristica di tutta la società dell'epoca - che portava ad
uccidere un proprio compagno o a combatterlo.
Talvolta inoltre sbirri e soldati, anziché combattere i fuorilegge, li
aiutavano, come risulta da numerose testimonianze dell'epoca: (41) ma il fatto
che non sempre i soldati combattessero i banditi dipendeva anche dalla mancanza
di organizzazione delle forze che dovevano difendere lo Stato e dalla assenza di
un controllo effettivo del territorio. In un processo del 1612 leggiamo che un
uomo, Settimio, pur essendo bandito, si recava spesso nella sua casa a Tivoli.
Un giorno il bargello del luogo, pur sapendo che il bandito si trovava lì, non
lo catturò perché "non li bastò l'animo a andare in casa sua per
pigliarlo perché stava con molti altri compagni". (42) Così, a volte,
quando i banditi si organizzavano in gruppi numericamente consistenti, non vi
era nessuno disposto ad andarla combattere.
Non bisogna però dimenticare l'aspetto opposto del rapporto fra sbirri e
banditi, quello dello scontro militare, e delle conseguenze sulla popolazione.
Nel corso di un interrogatorio un imputato, parlando di un bandito famoso, Santi
di Poggio Paganello, riferisce di averlo "sentito nominare dalli Corsi
quando venevano ad allogiare a cartella a casa mia che andavano contro
banditi". (43) Sappiamo che negli ultimi anni del Cinquecento e nei primi
del Seicento, con il pretesto della lotta al banditismo, si verificarono vere e
proprie occupazioni militari di interi villaggi. L'obbligo per la popolazione di
alloggiare a cartella le truppe -ovvero a spese delle comunità - rientrava nel
tentativo di troncare il forte legame di solidarietà che univa i banditi alla
popolazione, di bloccare gli aiuti che il mondo rurale dava ai fuorilegge. Tale
strategia, nonostante la brutalità con la quale veniva applicata, non provocava
comunque i risultati sperati. In alcuni casi, forse per non creare problemi di
ordine pubblico, si cercava di evitare gli eccessi dell'azione repressiva e i
soprusi dei soldati contro il mondo rurale. In una relazione da Viterbo del
1610, relativa alla lotta al banditismo, leggiamo infatti: "...sentendosi
in cotisti parti rumori di banditi che vanno infistando li paesi, non mancareti
d'ogni opportuna diligenza nel far guardi e nil mandar ginti attorno per dar
loro la caccia e per pigliarli potindo, valendovi dove sia necessario de soldati
delli Militij. Ma pir esir hora le faccinde dilla vindimia havirite risguardo di
non travagliar cotisti ginti fuori di nicissità". (44) La protesta della
popolazione nei confronti di operazioni repressive che colpivano interi paesi si
esprimeva in varie forme; a volte veniva usata anche la forma legale, come
risulta ad esempio da un esposto, di cui riportiamo il testo corredato dalle
considerazioni aggiunte dai giudici:
"La Corte et homini del Varco della Badia S. Salvatore humilmente espongono
a VS. Ill.ma et R.ma che il Governatore della Badia già 20 giorni senza
citatione mandò li sbirri con corsi a far pregioni molti huomini et donne di
d.o luogho, et li retiene sotto pretesto habbino dato da magnare alla Vecchia
bandito di Regno et perché il Varco è Villa aperta, situata tra montagne et
boschi, et esposta a tutte ingiurie, et se è vero che alcuno gli habbi dato da
magnar è stato per paura et no per male, ricorrono a supplicar humilmente VS.
Ill.ma et R.ma che no siano così maltrattati, et consumati nelle pregioni no
havendo commesso delitto alcuno, che lo riceveranno per molta gratia da VS.
Ill.ma et R.ma quale nostro S.re Dio feliciti.
Se fusse vero che la Vecchia fusse bandito del Regno solamente si potrebbe haver
consideratione delle cose esposte, ma essendo capitalissimo bandito anco del
Stato Ecc.co no meritano l'oratori scusa che sebene il Varco è villa se può
quando se vedono banditi gridare all'Arme et darne notitia alla Corte et no
accarezzare et recettare questi scelerati come si fa in d.o luogho, et però il
V. Govern.e faccia la giustitia ma no agravi nisuno fuor di ragione". (45)
Si è detto che quasi tutti i banditi che agivano nello Stato della Chiesa
nei primi decenni del Seicento appartenevano alle classi più povere, ed in
particolare ai settori rurali senza una occupazione fissa, ovvero i lavoratori
giornalieri e stagionali. Fra i banditi e la totalità della società rurale
esisteva una profonda solidarietà e uno stretto legame, che le severissime
disposizioni legislative e la repressione militare non riuscivano a recidere.
I banditi erano dunque interni al mondo rurale: per questo, intorno alla figura
di alcuni di essi si è creato nella società contadina un alone leggendario,
una sorta di mito che ha fatto sì che il ricordo di tali fuorilegge sia rimasto
legato, nella memoria popolare, all'idea di giustizia e di libertà. Nei primi
anni del Seicento, come abbiamo detto, non hanno agito banditi le cui azioni
sono rimaste celebri fino ai nostri giorni. Ciò non significa però che in quel
periodo siano mancati banditi che hanno colpito i sentimenti e l'immaginazione
delle classi povere: si ha quindi una conferma di quanto sia effimera la gloria
del bandito. L'immagine dei fuorilegge viene infatti tramandata da quella
comunicazione orale che in poche generazioni sfuma, diviene sempre più vaga,
fino a svanire. Così, mentre gli eroi delle classi dominanti rimangono impressi
nei libri di storia gli eroi popolari, tranne rari casi, sono destinati
all'oblio. E' il caso, ad esempio, di un capo bandito, Francesco Marocco,
catturato nel 1607 in un campo vicino Tor San Lorenzo. I numerosi testimoni
ascoltati nel corso del processo esprimono una profonda ammirazione per
quest'uomo, ormai anziano ma ancora pieno di energie - tutti si meravigliano di
come ancora "gli fusse bastato l'animo a fare tanto gran cose tenendo lui
il capo dentro la fossa" (46) - "che ne haveva fatte tante, che no ci
era stato mai nesuno che ne haveva fatte più di lui, né Marco di Sciarra né
Battistella né Pacchiarotto né altri banditi famosi". (47) L'uomo, che
dagli ultimi decenni del Cinquecento si era reso protagonista di azioni
clamorose, (48) viene presentato con poteri quasi soprannaturali. In un'epoca in
cui molto spesso, data l'assenza di cure efficaci, si moriva in seguito a ferite
anche leggere, l'anziano capo bandito, tutto "corvellato d'archibusciate
per la vita", capace "di togliersi da se stesso un pugnale dalla
gola", sembra essere circondato da un alone di invulnerabilità.
Ma, mentre alcuni banditi divennero gli eroi degli oppressi, gli altri, e si
tratta della grande maggioranza, furono soltanto una parte del mondo dei poveri,
ed in particolare quel settore perseguitato dalla legge ufficiale per azioni che
la società rurale non considera reati. Per questo vi fu, ancora nei primi anni
del Seicento, un diffuso appoggio della popolazione ai banditi, che emerge
chiaramente anche nei verbali dei processi, nonostante le severe pene previste
e, quindi, la necessità di doverlo negare di fronte ai giudici. La forma
principale tramite la quale si concretizzò la solidarietà della popolazione
rurale nei confronti dei fuorusciti fu quella degli aiuti alimentari, di cui
troviamo menzione in tutti i processi esaminati. (49) A volte poi l'aiuto si
concretizzava anche in altre forme, ed in particolare nelle informazioni fornite
ai banditi per sfuggire alla cattura e per compiere le loro azioni. In genere
erano i più poveri (garzoni, guardiani, contadini) ad appoggiare i banditi. Ma
in taluni casi le bande di fuorilegge venivano aiutate anche da persone che, pur
non essendo ricche, sicuramente avevano un tenore di vita superiore alla media.
Innanzi tutto i banditi ricevevano l'aiuto dei propri familiari. E si tratta di
un aiuto generalizzato ed incondizionato, come risulta da numerosi processi
specifici istruiti contro parenti di banditi i quali, pur essendo a conoscenza
delle pesanti pene nelle quali si incorreva aiutando i fuorusciti, non
intendevano lasciare senza appoggio i propri congiunti: "lui è mio
fratello bisogna che io l'agiuti", risponde ad esempio un uomo a tutti
coloro che gli ricordano che si può rischiare la morte favorendo i banditi.
(50)
Se l'appoggio dei parenti ai fuorusciti è evidente, altrettanto chiaro appare
dai processi che essi non erano dispiaciuti di avere un familiare bandito, né
risulta che tentassero mai di dissuadere i fuorilegge dal compiere reati.
Mala solidarietà nei confronti dei banditi andava oltre il vincolo di
parentela, per essere estesa ai propri compaesani, o persino a tutti coloro ai
quali ci si sentiva legati da una comune miseria. Va detto però che, se la
solidarietà della popolazione nei confronti dei propri compaesani appare
evidente in tutti i processi esaminati - nonostante le già citate esigenze di
difesa personale degli interpellati - il rapporto fra mondo rurale e fuorilegge
"forastieri" appare più contraddittorio. Infatti, anche se non
mancano numerosi e significativi esempi di aiuto, da parte dei più poveri, nei
confronti di banditi di altri luoghi, va ricordato che la popolazione talvolta
era diffidente nei riguardi degli estranei. Non bisogna però dimenticare che,
se i fuorusciti "stranieri" venivano talvolta trattati con diffidenza,
non si può certo affermare che i soldati e gli sbirri trovassero, da parte
della popolazione, una migliore accoglienza. Frequentemente i banditi vivevano
fuori dei centri abitati, quindi il cibo era loro offerto da quei lavoratori che
abitavano o si trovavano in campagna: ad esempio, "per quelli contorni
della Tolfa" i banditi si facevano "dar da magnare, et da bere dalli
pecorari, cavallari, et altri". Anche i mulini venivano molto spesso
frequentati dai banditi, evidentemente sempre perché, essendo fuori dai centri
abitati, erano ritenuti luoghi sicuri.
Non sempre però l'immagine che i differenti settori della popolazione hanno
dei banditi corrisponde alla realtà: per comprendere appieno il significato del
fenomeno è necessario quindi esaminare il banditismo anche nelle sue
manifestazioni concrete, senza dimenticare il contesto economico e sociale nel
quale esso si manifestava. In primo luogo non può essere tralasciato un, seppur
schematico, accenno alla struttura sociale dello Stato pontificio agli inizi del
Seicento.
Se è vero infatti che quasi tutti i banditi che agivano nello Stato della
Chiesa nei primi anni del XVII secolo appartenevano alle classi più misere, è
anche vero che non tutti i settori poveri della popolazione parteciparono nella
stessa misura al banditismo: le diverse condizioni materiali generavano infatti
modi di vita in parte differenti, seppur analoghi per molti aspetti.
Vediamo dunque, schematicamente, il panorama delle classi oppresse nello Stato
per poi indicare quali furono i settori che più attivamente parteciparono al
banditismo.
A Roma, lo sviluppo esteriore della città e l'aumento del lusso, tipici dei
secoli XVI e XVII, avevano evidenziato una serie di contraddizioni, rendendo
più forti gli squilibri sociali ed accentuando la povertà. Per tutto il secolo
XVI era infatti cresciuto, insieme al numero di abitanti, anche il numero di
vagabondi e mendicanti presenti nella città. La sede dei papi sembrava forse il
luogo più adatto per poter vivere elemosinando, o "accattando", come
si diceva allora. Ma il drammatico panorama della povertà nella capitale non si
esauriva certo con le figure dei vagabondi e dei mendicanti: infatti, se il
vagabondaggio ne era l'aspetto esteriormente più eclatante, la maggior parte
della popolazione, nell'ombra, incontrava enormi difficoltà. Non bisogna
infatti dimenticare che a Roma, accanto ai proprietari delle botteghe esisteva
una enorme massa di apprendisti e di sfruttati.
Quanto alle condizioni di vita della popolazione rurale è impossibile, allo
stato attuale delle ricerche, fornire una descrizione esauriente. Mentre
infatti, pur con enormi lacune, esistono studi sulla nobiltà, sulle classi
ricche o, magari, sulla popolazione romana, vi è un vuoto totale rispetto agli
abitanti delle campagne, sui quali però sono contenute interessanti indicazioni
nei verbali dei processi del Tribunale del governatore.
Nell'Italia centrale permaneva ancora nel '600 una vasta area occupata da una
struttura poderale su base familiare. Accanto ad essa vi era una estesa
superficie dove "i tempi della storia rurale sono stati scanditi
principalmente dalle vicende del latifondo feudale e del suo processo di
trasformazione in latifondo borghese". (51) Le terre intorno alla capitale
erano nelle mani dei mercanti di campagna, ovvero dei ricchi "affittuari di
grandi proprietà terriere, mercanti di grano e di bestiame": (52) nella
Campagna romana era dunque in corso un processo di diffusione del Bracciantato.
Il numero di contadini che coltivava il proprio terreno diminuiva
progressivamente: l'estensione dei pascoli, la presenza di vasti terreni
paludosi faceva sì che, intorno a Roma, le possibilità di trovare una
occupazione nell'agricoltura diminuissero sempre di più. In una campagna ormai
quasi deserta, e infestata dalla malaria, la popolazione era raccolta nei
villaggi che circondavano i castelli feudali, e diminuiva sempre di più con il
passare del tempo.
Nel resto dello Stato permanevano invece numerosi contadini più indipendenti
perché proprietari di un piccolo terreno: anche sui colli laziali "molti
"paesani" hanno un pezzetto di terra", così come numerosi "
non contadini hanno un orticello o un vigneto o un oliveto per uso
familiare". Ma anche qui la maggioranza "della proprietà terriera è
in mano ai nobili o ai conventi". (53) Le numerose testimonianze rese dalla
popolazione nel corso dei processi contro i banditi confermano questo quadro
generale. Accanto a coloro che possedevano un piccolo terreno o "un poco de
vigna", vi era una massa di uomini che, non avendo propri terreni, lavorava
a giornata nei periodi dell'anno nei quali trovava una occupazione. Vi era poi
chi, pur avendo un proprio lavoro, per riuscire a vivere era costretto ad
arrangiarsi anche in altri modi. (54) La maggioranza di coloro che venivano
ascoltati, come testimoni o imputati, dichiara di "attendere all'arte del
campo". C'è poi chi - e si tratta dei più poveri - riferisce: "L'essercitio
mio è di attendere a tutti li mestieri di fuori". Ci si adattava quindi a
qualsiasi lavoro (zappare la terra o vendemmiare, fare il guardiano di animali o
di vigne) spostandosi da una zona all'altra dello Stato a seconda dei periodi
dell'anno. Numerosi erano dunque i lavoratori a giornata o stagionali, i quali,
fra i lavoratori poveri, erano sicuramente i più sfruttati, e quelli con le
peggiori condizioni di vita. Inoltre, per molti periodi dell'anno non trovavano
lavoro, e anche una breve malattia poteva avere conseguenze molto gravi per
costoro, che vivevano soltanto con il frutto del proprio, saltuario, lavoro.
Furono proprio i più giovani, di questa fascia del mondo rurale, che si unirono
maggiormente ai banditi. Meno legati al proprio paese d'origine, i lavoratori
stagionali e i braccianti, costretti a spostarsi da una zona all'altra, soggetti
a lunghi periodi di disoccupazione e quindi di maggiore miseria, erano infatti
coloro che vivevano nelle condizioni più drammatiche. I lavoratori romani
dunque, anche se poveri, più difficilmente si univano ai banditi:
evidentemente, avendo un lavoro più stabile, erano poco propensi ad
abbandonarlo per unirsi ai fuorusciti. Il banditismo quindi mantenne anche nei
primi decenni del Seicento il suo carattere rurale, e solo indirettamente
interessò i grandi centri urbani. Come in numerosi altri periodi storici
inoltre, molti banditi sono soldati o ex-soldati: riferiscono di aver combattuto
in Ungheria o di essere stati a Ferrara. Altri, infine, dichiarano di aver
servito, sempre come soldati, le principali famiglie nobili.
Quanto all'origine geografica dei banditi, va detto che esistevano alcune zone
dalle quali proveniva un numero maggiore di fuorusciti: fra queste, in
particolare, il territorio di Ascoli. E' chiaro che tale circostanza non è da
far risalire - come invece si usava fare all'epoca - alla proverbiale
bellicosità degli ascolani, quanto alla situazione economico-politico-sociale
di tale zona, caratterizzata, fin dal '500, da forti tensioni interne. Le aspre
lotte fra fazioni, il progressivo immiserimento di larghe fasce del mondo
rurale, la politica fiscale del governo erano state, evidentemente, alcune cause
dell'inasprimento della tensione nel territorio di Ascoli.
Ma vi erano anche altri fattori - geografici ad esempio - che determinavano una
differente sottomissione delle varie regioni al governo centrale, che incontrò
sempre notevoli difficoltà nell'esercitare un reale controllo su alcuni
"comuni montani di forte consistenza economica e demografica, quali Norcia
e Visso, posti alle spalle di Spoleto, tra Abruzzo, Ascolano e Camerte";tali
territori infatti subivano l'influenza degli Stati confinanti e, tra questi, in
particolare del ducato di Camerino. (55)
Dall'analisi dei processi contro i banditi emerge dunque una conferma di quella
uniformità (nello spazio e nel tempo) della figura del bandito, definita da
Hobsbawm nel noto studio sul banditismo sociale: anche nei primi anni del
Seicento infatti nello Stato della Chiesa la figura tipica del bandito è quella
di un uomo abbastanza giovane, di età compresa fra i venti ed i trent'anni,
interno al mondo rurale che, dopo essere stato colpito dal bando e condannato,
in genere per un omicidio (bannito), o comunque dopo aver commesso un reato
(latro), si unisce ad altri fuorilegge, stringendo un vincolo non duraturo nel
tempo. Le bande infatti si disgregano molto facilmente: spesso i banditi che le
compongono vengono uccisi; dagli sbirri o dai loro compagni, oppure riescono ad
essere reintegrati all'interno della società. Nell'analizzare la composizione
dei gruppi di fuorusciti, va precisato innanzi tutto che essi sono composti
esclusivamente da uomini: ciò non significa però che le donne fossero estranee
al mondo dei banditi. Pur non essendo attivamente partecipi delle azioni dei
fuorilegge infatti, costoro molto spesso aiutavano i fuorusciti, soprattutto
fornendo loro il cibo di cui avevano bisogno. Per questo appoggio dunque
finivano talvolta in carcere: ma la maggioranza, fra le donne che subivano
processi, era accusata di reati connessi alla morale. (56)
Una volta condannati, i fuorilegge si organizzano fuori della società
"legale". Si è detto precedentemente che i gruppi di banditi sono in
genere composti da pochi uomini ed hanno una durata molto breve: ogni bandito
infatti non trascorre tutta la sua vita nella stessa formazione, e neanche tutto
il periodo che va dalla condanna alla cattura o al reinserimento nella società.
Molto spesso i banditi alternano periodi in cui agiscono insieme ad altri
fuorusciti a periodi durante i quali, pur essendo condannati a morte, vivono e
lavorano normalmente, anche se fuori dal loro paese, nel quale più facilmente
rischierebbero di essere riconosciuti e catturati. Come abbiamo visto
precedentemente infatti, l'assenza di metodi certi di riconoscimento, rendeva a
volte difficoltosa l'individuazione dei banditi, favorendo la loro libertà
d'azione.
Nel corso degli interrogatori cui, spesso sotto tortura, vengono sottoposti, i
banditi riferiscono le azioni compiute dai gruppi di fuorilegge: oltre a furti
ed omicidi, vi sono numerosi racconti di assalti ai viaggiatori, soprattutto in
occasione di mercati e fiere, (57) e di rapimenti di "gintil huomini",
al fine di ottenere ingenti riscatti. (58)
I banditi inoltre erano soliti recarsi a raccogliere la frutta di notte, o a
danneggiare i campi ed i vigneti dei propri nemici: si trattava comunque di
un'abitudine molto diffusa non solo fra i fuorilegge ma, più in generale, fra
tutta la popolazione, come risulta da numerose testimonianze, oltre che dai
ripetuti provvedimenti legislativi emanati contro coloro che danneggiavano
vigne, frutteti, ecc. (59)
Chi abitava fuori dei centri abitati dunque veniva spesso a contatto con i
banditi: i più poveri, in genere, aiutavano i fuorilegge, gli altri erano
spesso vittime delle loro azioni. Generalmente infatti i banditi non
effettuavano furti nei confronti di persone povere, anche se non mancano alcuni
esempi che smentiscono tale affermazione: a volte il bisogno spingeva i
fuorilegge a prendere tutto ciò che riuscivano a trovare, chiunque ne fosse il
proprietario. La mancanza di motivazioni politiche, la miseria e le disumane
condizioni di vita nelle quali le classi oppresse si trovavano a vivere,
facevano quindi sì che quella solidarietà, pur presente fra i banditi, nei
confronti dei più poveri, fosse molto fragile, soprattutto nei momenti di
bisogno. Così, quando non avevano neanche di che vestirsi, i banditi rubavano
persino indumenti e scarpe ai più poveri, e anche ai propri compagni. Ma se,
generalmente, i più poveri non erano bersaglio dei banditi, bisogna dire che
non lo erano, di solito, neanche i più ricchi. Le classi medie, i piccoli
proprietari erano dunque i più colpiti (forse perché era più facile rubare a
costoro) sia durante i viaggi, sia nelle loro case. A volte però i viaggiatori,
quando venivano assaliti dai banditi, si fingevano poveri per essere lasciati
andare. Così, ad esempio, nel 1610 un uomo, circondato da alcuni banditi armati
nel territorio di Orte, dopo aver finto di essere un guardiano di animali, porse
ai fuorilegge alcune monete, affermando di non avere altro. Come l'uomo stesso
riferisce ai giudici, i banditi rifiutarono dicendo: "Lasciamolo questo
povero homo lasciamolo".(60)
Il banditismo sociale non assunse mai, anche in altri paesi ed epoche storiche,
il carattere di movimento rivoluzionario: al massimo si propose, in alcune
situazioni, l'obiettivo di vendicare gli eccessi, raddrizzare i torti. I banditi
infatti non misero in discussione la struttura generale della società, lo
sfruttamento, l'oppressione, l'esistenza di forti squilibri sociali; il fenomeno
rimase sempre una forma di protesta in negativo, senza precisi obiettivi o
strategie politiche, senza idee o programmi per una diversa organizzazione della
società. I banditi "sociali" raramente acquistano una coscienza
antagonista, quasi mai assumono la guida di movimenti rivoluzionari,
eventualmente vi partecipano come uomini d'azione. Così, nella maggioranza dei
casi essi si pongono come difensori dell'ordine esistente o, al massimo, come
fautori di riforme che non mettono in discussione la struttura della società. F
Braudel, accennando ad alcune caratteristiche generali del banditismo, afferma
che esso "convoglia in sé le acque più diverse", è "jacquerie
latente, figlio della miseria", ma è anche "brigantaggio puro e
semplice, feroce avventura dell'uomo sull'uomo". (61) Anche agli inizi del
Seicento i banditi dello Stato pontificio non sono certo rivoluzionari. I
fuorilegge condividevano allora il modo di vita ed i valori del mondo contadino,
innanzi tutto la religiosità. La lettura delle fonti dell'epoca evidenzia una
moralità difficilmente comprensibile per un uomo del nostro tempo: i banditi
infatti, come il resto della popolazione, erano religiosi, ma contemporaneamente
avevano una scarsa considerazione del valore della vita. Ad esempio in un
processo del 1610 emerge, dalle dichiarazioni di un bandito (confermate dai
testimoni) che l'uomo, dopo aver commesso insieme ad altri un omicidio si recò
con il suo gruppo da alcuni pecorari. Il bandito ricorda: uno di essi "ci
fece carezze dandoce del coscio et della ricotta, sebene io no ne magnavo che
facevo il giorno della Madonna".(62) I fuorilegge inoltre, pur essendosi
posti fuori della società "legale", ne rispettavano o ne accettavano
l'impostazione generale ed i valori dominanti, anche i più crudeli. Spesso
quindi gli imputati, per dimostrare la veridicità delle loro dichiarazioni,
arrivavano persino a chiedere di essere torturati, per poter confermare,
"alla corda et in altro luogho" quanto già detto. Più in generale, i
banditi accettavano di essere giudicati, non disconoscevano l'autorità del
giudice, né le procedure adottate.
E' chiaro che, per comprendere i fenomeni dei secoli XVI e XVII non possiamo
fare riferimento a termini quali "conservatore" o
"rivoluzionario" nella loro accezione contemporanea: bisogna infatti
ricordare che, all'epoca, anche i movimenti che noi oggettivamente possiamo oggi
definire rivoluzionari o riformatori, guardavano con diffidenza il progresso,
auspicando invece il ritorno ad un antico e più felice passato. Il banditismo
dei primi decenni del Seicento rimase comunque un fenomeno peculiare e, anche se
oggettivamente popolare (in relazione alla posizione sociale dei suoi
partecipanti), sicuramente non portò ad un avanzamento, dal punto di vista
soggettivo, della coscienza di classe dei settori più poveri del mondo rurale.
E non solo perché al suo interno vi parteciparono anche nobili o settori non
poveri della popolazione (era infatti impensabile allora, nella prima età
moderna, un movimento popolare autonomo, del tutto privo di collusioni - o in
qualche modo strumentalizzato - con altre classi o Stati) quanto perché
mancarono completamente non solo un programma ed una strategia dei suoi
partecipanti, ma anche obiettivi o rivendicazioni parziali e immediate (il caso
di Marco Sciarra è sicuramente unico in questo senso). Così, non è neanche
possibile accostare il banditismo alle rivolte della prima metà del XVII
secolo, ed in particolare alle rivoluzioni che scoppiarono in numerosi paesi
negli anni 1647-1648. In questi paesi infatti (ed in particolare nelle lotte che
si svilupparono in Francia per tutta la prima metà del Seicento) (63) la
ribellione, seppur confusa e priva di strategia politica, aveva comunque alcuni
obiettivi che meglio mettevano in luce la natura di classe del conflitto
(scontro con la nobiltà feudale e lotta contro l'inasprimento della pressione
fiscale, caratteristica degli Stati assoluti).
Nello Stato della Chiesa - che rimase per tutto il Seicento come nel secolo
successivo una delle zone economicamente e politicamente più arretrate e fu
completamente emarginato dallo sviluppo capitalistico -esisteva un profondo e
diffuso malcontento della popolazione, anche in relazione all'aumento della
pressione fiscale nelle campagne.
Il rapporto diretto fra banditismo sociale e rivoluzione è dunque limitato ad
un contributo militare di singoli banditi, esperti combattenti. Più in generale
il banditismo, espressione del malcontento diffuso fra la popolazione rurale,
"rientra nelle rivoluzioni contadine soprattutto come uno dei tanti aspetti
di una mobilitazione multipla di forze e con la consapevolezza di esserne un
aspetto subordinato, tranne in un senso: in quanto fornisce alla rivoluzione
uomini capaci di combattere". (64)
Espressione violenta di una protesta incapace di trovare sbocchi politico-sociali,
il banditismo evidenziò dunque l'arretratezza e le contraddittorie tendenze
presenti nel '600 nello Stato della Chiesa, dove la lotta politica e sociale si
svolgeva in un contesto in parte diverso da quello degli altri Stati italiani,
per l'intrecciarsi dei motivi religiosi con le questioni del governo temporale.
L' appartenenza della quasi totalità dei fuorusciti ai settori poveri della
popolazione fa sì che uno studio del mondo dei banditi sia uno studio sulla
vita e sulla cultura di tutto il mondo contadino. La prigione, la galera,
l'esilio erano parte della vita delle classi oppresse: i banditi furono soltanto
i bersagli principali di una società oppressiva, che colpiva tutto il mondo
rurale.
I fuorilegge, quando non riuscivano o non intendevano reinserirsi nella società
- tramite l'arruolamento nell'esercito o la grazia, ottenuta generalmente in
cambio dell'uccisione di un proprio compagno o ad opera di una Confraternita
(65) - morivano quasi sempre molto giovani. Dimenticati a lungo dalla storia
ufficiale (tranne i rari e mitici casi dei banditi "famosi") essi sono
quindi caduti nell'oblio :eppure si tratta di un importante capitolo di storia
sociale.
1. Essendo impossibile elencare i più significativi contributi sulla storia
sociale del crimine pubblicati negli ultimi anni, ci limitiamo qui a ricordare
il numero monografico di "Quaderni storici", LXVI(1987), dedicato a:
Fonti criminali e storia sociale e per una sintesi sullo stato attuale delle
ricerche di storia criminale, il saggio di M. Sbriccoli, Fonti giudiziarie e
fonti giuridiche. Riflessioni sulla fase attuale degli studi di storia del
crimine e della giustizia criminale, in "Studi storici". XIX(1988),
pp. 491-501.
2. E. J. Hobsbawm, I banditi. Il banditismo sociale nell'età moderna, tr. it.,
Torino 1971. L'Autore è tornato più recentemente sull'argomento nell'Introduction
al Convegno veneziano del 1983, i cui atti sono pubblicati in G. Ortalli (a cura
di), Bande armate, banditi, banditismo e repressione di giustizia negli Stati
europei di antico regime, Roma 1986. Di recente è stato sottolineato come
"il latrocinium, solo in apparenza e alla luce di dati formali, può
presentarsi in maniera ripetitiva; perché le tensioni interne, le motivazioni
profonde, i suoi numerosi "percorsi" ne fanno ogni volta una
espressione "nuova" (L. Lacchè, Latrocinium. Giustizia, scienza
penale e repressione del banditismo in antico regime,Milano 1988,pp.9-10).
3. Per questa interpretazione, cfr. le notissime opere di J. Delumeau, Vie
économique et sociale de Rome dans la seconde moitié du XVI siècle, Paris
1957-59; di J. A. Von Hübner, Sixte Quint, Paris 1882; di L. Von Pastor,
Storia
dei papi, tr. it. Roma 1942-55; di G. Carocci, Lo Stato della Chiesa nella
seconda metà del secolo XVI, Milano 1961.
4. L'unico contributo edito sull'argomento è il mediocre saggio di A. Ademollo,
Il brigantaggio e la Corte di Roma nella prima metà del secolo decimosettimo,
in "Nuova Antologia", XV(1880), pp. 454-472. Il lavoro, poco
approfondito rispetto all'analisi delle caratteristiche e delle cause del
banditismo, si occupa di due figure di banditi notevolmente diverse fra loro:
Pietro Mancino, il quale diventò in seguito "uomo di guerra e capo di
insorti" e Giulio Pezzola, che "fini sgherro politico al servizio
della tirannide".
5. Delumeau, op. cit., p. 565.
6. P Prodi, Il sovrano pontefice. Un corpo e due anime: la monarchia papale
nella prima età moderna, Bologna 1982, p. 152.
7. La tesi opposta è stata di recente ribadita da Prodi nel citato Il sovrano
pontefice, in cui l'Autore sostiene l'ipotesi dello svuotamento del potere
politico e giuridico della feudalità (tra la metà del XV e la metà del XVII
secolo) ad opera di una continua e coerente azione del governo papale.
8. Cfr. M. Sbriccoli, Fonti giudiziarie e fonti giuridiche cit. in cui l'Autore
ricorda tra l'altro che "per riempire di fascicoli un archivio di tribunale
vale molto di più una giustizia efficiente che una società trasgressiva"
(ivi, p.493).
9. Botero, ad esempio, allo scopo di difendere lo Stato dai banditi, suggeriva
di rimediare "con lo star bene co' vicini, col tor la commodità de'
boschi, e de' ricettacoli a sì fatta gente", ma soprattutto di alimentare
il tradimento fra i banditi, seguendo "la via tenuta da Sisto V e da
Clemente VIII che ne hanno sgombrato affatto la razza" (G. Botero, Discorso
intorno allo Stato della Chiesa, Venezia 1611, p. 37).
10. Il più significativo provvedimento legislativo emesso contro i banditi nei
primi decenni del XVII secolo, il Bando del 25 aprile 1608 del sopraintendente
generale dello Stato pontificio card. Borghese, stabiliva infatti "che
tutti li banditi, sicarij e altri scelerati di qual si voglia Stato, grado,
ordine, e conditione si siano, e loro seguaci, e fautori, li quali, o hanno
armato, infin'ad hora nello Stato Ecclesiastico, ò per l'avvenire armaranno, o
in qual si voglia altro modo infesteranno la pubblica quiete de sudditi di esso
Stato siano ipso facto ribelli, e rei di lesa Maestà in primo capite, e incorsi
in tutte le pene, & pregiuditij, che nelle leggi, Canoni, Statuti, Bolle, e
Constitutioni de Sommi Pontefici sono contenute, & espressamente contro li
ribelli, e rei di lesa Maestà" (ASR, Bandi, 25 aprile 1608, Vol. 10).
11. M. Sbriccoli, Crimen lesae maiestatis. Il problema del reato politico alle
soglie della scienza penalistica moderna, Milano 1974, p. 263.
12. ibidem.Dello stesso Autore cfr. anche Brigantaggio e ribellismi nella
criminalistica dei secoli XVI-XVII, in Bande armate, banditi, banditismo cit,
pp. 465-486.
13. Sul dibattito per una definizione terminologica del fenomeno, cfr. gli atti
del convegno veneziano, in Bande annate, banditi, banditismo cit.
14. Un processo contro Alfonso Piccolomini per il reato di lesa maestà è in
ASR, Trib. Gov. proc., 1581, Vol. 173, proc. 15.
15. Bisogna infatti arrivare all"'associazione di malfattori" del
codice penale napoleonico del 1810 per trovare una compiuta previsione della
fattispecie associativa.
16. R. Villari, La rivolta antispagnola a Napoli. Le origini (1585-1647), Bari
1967, pp. 87-88.
17. Per una analisi delle funzioni del governatore di Roma, ed in particolare
per ciò che riguarda la competenza nelle cause criminali si rinvia a J.
Spizzichino, Magistrature dello Stato pontificio (476-1870), Lanciano 1930 e N.
Del Re, Monsignor governatore di Roma, Roma 1972. Per una analisi dei processi
contro i banditi nella seconda metà del Cinquecento, cfr. invece I. Polverini
Fosi, La società violenta. Il banditismo dello Stato pontificio nella seconda
metà del Cinquecento, Roma 1985.
18. P Fiorelli, La tortura giudiziaria nel diritto comune, Milano 1953-54,
p.192.
19. Lo Statuto del 1580 stabiliva tra l'altro: "Publici latrones e viarum
violatores, homicidae, falsarij monetarum, maiestatis rei, incendiarij,
violatores mulierum, sodomitae, Status Romani Populi turbatores, e proditores,
ac de praedictis, seu aliquo praedictorum infamati vel descripti, e nominati in
infrascriptis libris infamatorum pro praedictis, si fama praecedente per tres
saltem idoneos testes probata, ad manus Curiae devenerint, ne tanta scelera
impunita remaneant, pro veritate eruenda, prout dictaverit discretio Senatoris,
e suorum Iudicum, ad tormenta contra eos procedatur" (Statutta almae urbis
Romae authoritate Gregorij PP. Xlll a Senato populoq. Romano edita et reformata,
cum glossis D. Leandri Galganetti, Roma 1611,1. II, c. XIII).
20. Rispetto alla tortura della veglia la Bolla del 1612 stabiliva:
"Tormento vigiliae iudices non utantur, tisi in delictis atrocissimi, et in
quibus etiam urgentissima praecedant indicia; et tunc, nonnini voto
congregationis illius tribunalis, quo proceditur contra reum, nec unquam reus
subiiciatur huic tormento vigiliae eodem quo die agio genere tormentorum fuit
tortus; minusque reus, qui tormento vigiliae positus, deteneantur, ne ultra
vigiliae tormentum patiatur etiam tormentum funis; sed in omnibus modus
adhibeatur, quo, vel innocentiae reus, vel supplicio reserventur, et iudices,
tam in hoc quam in aliis tortnentis, ipsi assidue, contineque assistant omnino
nec eorum locum notarium, vel substitutum fiscalem dimittant" (Paolo V,
Bolla CXCIV, Reformatio Tribunalium Urbis, eorumque officialium,in Bullarum
diplomatum et privilegiorum sanctorum romanorumm Pontificium, Augustae
Taurinorum 1860).
21. Dello Statuto di Roma abbiamo consultato l'edizione del 1611; un elenco
delle differenti edizioni degli Statuti è nel Catalogo della raccolta di
Statuti, consuetudini; leggi, decreti, ordini e privilegi dei comuni, delle
associazioni e degli enti locali italiani dal Medioevo alla fine del XVIII
secolo, Roma 1943-63.
22. Così lo Statuto descrive le pene previste per gli autori del latrocinium:
"Insidiatores viarum, e itinerum frequentatorum e piratas impune occidere
unicuique permittitur; pro primo autem latrocinio, in loco ubi reperti sunt (si
in fragranti crimine deprehendantur) furca suspendantur, itaut moriantur: sed si
in fragranti crimine deprehendi non sint, e in potestate habeantur, causa
cognita, similiter pro primo latrocinium furca suspendantur ad mortem". (Statuta
cit., 1. 11, c. LVIII). Per una analisi del crimen di latrocinio e degli altri
reati tipici dei banditi, cfr. M. Sbriccoli, Brigantaggio e ribellismi cit. e L.
Lacchè, Latrocinium cit.
23. Statuta cit.,1. II, c. XXIIII.
24. G. B. Scanaroli, De visitatione carceratorum libri tres, Roma 1655, p. 160.
25. ASR, Bandi, 26 giugno 1608, Vol. 10.
26. P. Farinacci, Praxis et theorica criminalis amplissima, Roma 1605, p. 219.
27. Per una analisi degli specialia, cfr. L. Lacchè, "Ordo non servatus".
Anomalie processuali, giustizia militare e "specialia" in Antico
Regime, in "Studi storici",XIX (1988),pp.361-384 e, dello stesso
Autore, il già citato Latrocinium, p.205 sgg.
28. ASR, Bandi, 26 giugno 1608, Vol. 10; di questo provvedimento legislativo
troviamo menzione anche negli Avvisi. Il 28 giugno leggiamo ad esempio: "E'
uscito un altro bando più rigoroso del p.o contro li banditi et lor fautori
promettendosi alli uccisori grosso premio et all'istessi banditi ancor che capi
l'impunità in occasione che ammazzassero il compagno" (BAV, Avviso dei 28
giugno 1608 in Cod. Urb. Lat. 1076, fol. 474).
29. Una stima quantitativa del numero dei giustiziati nella città di Roma, ma
non nette altre zone dello Stato, è possibile sulla base dei dati della
Confraternita di S. Giovanni Decollato, che assisteva i condannati a morte negli
ultimi attimi della loro vita. L'elenco dei Nomi dei giustiziati assistiti negli
ultimi momenti dalla Arciconfraternita di S. Giovanni Decollato detta della
Misericordia conservato all'ASR non fornisce però indicazioni sui reati
commessi dai condannati; alcune notizie sono comunque contenute nella
documentazione della Confraternita.
30. Cfr. P Farinacei, op. cit., p. 339. Anzi, "a poena immunis sii non
solum occisor, sed etiam qui mandavit ipsum uccidi". E ancora, "liceat
bannitum ne dum occidere, sed etiam suspendere", oppure "in privato
carcere detinere, e ibidem torqueri", ma su questo non tutti i doctores
erano concordi.
31. E. Hobsbawm, l banditi cit., p. 82.
32. Su Alfonso Piccolomini cfr. in particolare la monografia di L. Grottanelli,
Alfonso Piccolomini. Storia del secolo XVI, Firenze 1892 e i più recenti studi
di E Benadusi, A. Piccolomini duca e bandito del XVI secolo, in "Ricerche
storiche", VII(1977), pp. 93-118, di A. Vanzulli, Il Banditismo, in G.
Spini (a cura di), Architettura e politica da Cosimo I a Ferdinando I, Firenze
1976, e il citato studio di I. Polverini Fosi.
33. ASR, Trib. gov proc., 1604, Vol. 35, proc. 2, da fol. 74.
34. BAV Aiviso del 22 luglio 1606, Cod. Urb. Lat. 1074, fol. 394.
35. BAV,Aiviso del 12 aprile 1608, Cod. Urb. Lat. 1076, fol. 282.
36. BAV Avviso del 21 giugno 1608, Cod. Urb. Lat. 1076, fol. 473.
37. E' il caso della vicenda del signor Filiberto della Bordisiera, arrestato
con l'accusa di aver ricettato un bandito. Per questo episodio, cfr. in
particolare gli Avvisi del 13 e del 20 ottobre 1607, Cod, Urb. Lat. 1075.
38. Per una esplicitazione di questa interpretazione cfr. R. Villari, op. cit.,
pp. 71-81 e, dello stesso Autore, Ribelli e riformatori dal XVI al XVIII
secolo,
2^ ed., Roma 1983.
39. I Polverini Fosi, op. cit., p. 111.
40. ibidem, p. 168.
41. Nelle fonti archivistiche non capita raramente di trovare notizie analoghe a
quelle contenute in una relazione del 1604 in cui si riferisce che un capitano
"non fa altra professione che di recettar banditi, fumentarli, et
aiutarli" (ASR, Trib. gov proc., 1604, Vol. 35, proc. 2, da fol. 74).
42. ASR, Trib. gov proc., 1612, Vol. 112, proc. 11, da fol. 190.
43. ASR, Trib. gov proc., 1610, Vol. 87, proc. 18, fol. 601.
44. ASR, Trib. gov: proc, 1610, Vol. 88, proc. 18, fol. 670.
45. ASR, Trib. gov: proc., 1612-1613, Vol. 116, proc. 8, fol. 268.
46. ASR, Trib. gov proc., 1607, Voi. 56, proc. 12, fol. 1147.
47. ASR, proc. cit., fol. 1146.
48. Ad esempio, "una mattina s'accordò co quattordici altri banditi che fu
la mattina della festa del Corpo di Cristo, entrò in Vicalvi mentre se diceva
messa et entrorno in Chiesa cioè esso Francesco et m.ro Gio., et l'altri
aspettorno fora, et tagliorno la fune delle campane et caporno quelli volevano
et li legorno co quelle fune delle campane et li menorno fora et lì fora della
porta della Chiesa l'amazzorno che furno dieci li morti, et tra l'altri ci fu un
not.o co tre figlioli et così cominciò andare in campagna con banditi...che
questo fu cinq o sei anni innanzi l'anno santo di Papa Gregorio" (ASR, proc.
cit. fol. 1109).
49. Un capo bandito riferisce ad esempio: "Quanto al magnare lo levavamo
dove lo trovavamo ...ma veramente la magior parte ce ne dava amorevolmente"
(ASR, proc. cit., fol. 1120).
50. ASR, Trib. gov. proc., 1608, Vol. 74, proc. 1, da fol. 1.
51. G. Giorgetti, Contadini e proprietari nell'Italia moderna. Rapporti di
produzione e contratti agrari dal secolo XVI a oggi, Torino 1974, p. 15.
52. Per informazioni sui mercanti di campagna, cfr. oltre alle opere generali, Piscitelli,
Un ceto scomparso nello Stato della Chiesa: i mercanti di campagna, in
"Studi romani", XVI (1968), pp.446-457.
53. M. Petrocchi, Roma nel Seicento, Bologna 1970, p. 64.
54. Tale situazione era molto diffusa, come risulta dalle testimonianze rese at
processi: "Il mio essercitio è di calzolaro et da un anno in qua... quando
io ho lavorato, quando sì et quando no, che alli volti quando è stato tempo di
vendemmia andavo a vendemmiare et quando era tempo di spigolare spigolavo"
(ASR, Trib. gov. proc., 1609, Vol. 82, proc. 2, fol. 429).
55. R. Paci, La ricomposizione sotto la Santa Sede: offuscamento e marginalità
della funzione storica dell'Umbria pontificia, in E. Fasano Guarino (a cura di),
Potere e società negli Stati regionali italiani del '500 e '600, Bologna 1978,
pp. 229-239.
56. Comunque, nel difendere i fuorusciti, talvolta anche le donne commettevano
reati: ad esempio nel 1612 a Tivoli la moglie di un bandito, dopo aver
minacciato un oste che non intendeva lasciare la casa dove abitava per lasciarla
al marito bandito, gli gettò "un tizzoni di foco nel fienili della stalla,
et il foco si accesi di maniera nel fieno che arsi una buona quantità di fieno,
et se non fusse stato il concorso di molta genti, che venne con quantità
d'acqua per smorzare il foco si abrusciava la rasa con tutti le massarie" (
ASR, Trib. gov. proc., 1612,Vol.110, proc. 11, fol. 195).
57. Così viene descritto un gruppo di banditi che nel territorio di
Montefortino il 13 dicembre 1609 assaltarono coloro che tornavano dalla fiera di
Santa Lucia. Si trattava di "quattro huomini che stavano in un fosso"
e "portavano l'infrascritti contrasigni. Doi portavano le cappe fratische
uno di spazzacamino et l'altro no havea cappa, erano giovani et di giusta
statura. Uno havea la ciuffa uno poco dì barba rossa un altro havea la barba
rasa et uno andava col viso coperto et tutti erano armati d'archibugio et
pugnale" (ASR, Trib. gov. proc., 1610, VoI.87, proc. 18, fol. 583).
58. Fra i numerosi esempi di rapimenti, il pia interessante e forse quello
avvenuto a Farfa nel 1601 ad opera di un gruppo di banditi che, come riscatto,
aveva chiesto l'esorbitante cifra di duemila scudi. Ciò che è interessante,
nel rapimento di quest'uomo "che fu priso da banditi per ricattarlo",
e che fu tenuto "in lontani paesi et asprissime montagne per doi misi
continui", è il fatto che durante il sequestro numerose persone si siano
recate in montagna nel luogo - evidentemente conosciuto dalla popolazione - in
cui i banditi tenevano l'ostaggio, per trattare il riscatto e la liberazione del
rapito, senza mai denunciare i1 fatto alle autorità pontificie (ASR, Trib. gov
proc., 1602, Vol. 17, proc. 9, da fol. 348).
59. Talvolta in tali situazioni si verificarono anche contrasti fra i banditi e
i guardiani dei campi: così nel caso di un uomo trovato in una vigna. I
guardiani gli dissero "che no stava bene a far danno nelle vigne d'altri
così di notte et colui ci rispose oh si farìa il mondo ho colto solo un poco
d'uva ...et poi ci disse voi guardiani bravate motto forte, et noi li
rispondessimo ci pare bavere ragione, perché a noi tocca di rifare li
danni" (ASR, Trib. giovi prnc., 1610, Voi. 87, proc. 18, fol. 562).
60. ASR, Trib. gov. proc., 1610, Vol. 88, proc. 18, da fol. 660.
61. F Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II, trad.
il. Torino 1953, p. 890.
62. ASR, Trib. gov. proc., 1610, Vol. 87, proc. 18, fol. 574.
63. Sul ricco dibattito storiografico intorno a queste rivolte, cfr. tra gli
altri, R. Villari, Ribelli e rifonnatori cit., oltre alle opere, di differente
impostazione, di B. E Porschnev, Lotte contadine e urbane nel grand siècle, tr.
it., Milano 1976 e di R. Mousnier, Fureurs paysannes dans les révoltes du XVII
siècle (France, Russie, Chine), Paris 1967. 64. E. Hobsbawm, I banditi
cit., p.
95.
65. Ogni anno, in occasione delle feste natalizie, le Confraternite ottenevano
la liberazione di alcuni carcerati. Sembra però che la scelta ricadesse quasi
sempre sui più ricchi i quali, una volta scarcerati, erano soliti elargire una
cospicua donazione alla Confraternita che li aveva aiutati. Sulla liberazione di
un uomo, Claudio Bernabei, "solito a delinquere", accusato tra l'altro
di essere "publico partecipante, commensale et recettatore di banditi
publici", cfr. ASR, Trib. gov Proc., 1612-1613, Vol. 116, proc. 8, fol. 163
sgg.
Era
l'autunno del 1590 quando a Roma circolò sempre più insistentemente la voce
che alcune centinaia di banditi, presenti ormai da mesi nella Campagna romana,
si preparavano ad entrare nella città per ricattare i cardinali riuniti in
conclave. La situazione politica, in quei mesi particolarmente instabile,
faceva temere che i fuorilegge fossero fomentati dagli spagnoli.
Sisto
V, il pontefice che aveva dedicato molte energie alla spietata guerra contro il
banditismo, esploso in quegli anni in modo dirompente, era scomparso nell'agosto
di quell'anno. Il suo successore, Urbano VII, morto improvvisamente dopo soli
dodici giorni di pontificato, aveva lasciato lo Stato della Chiesa in una
situazione politica particolarmente difficile. I contrasti sorti fra il
granduca di Toscana Ferdinando I e gli spagnoli avevano infatti portato ad
un'aspra
contesa: le due parti tentavano con ogni mezzo di sostenere i propri
candidati. I banditi rappresentavano dunque una pesante minaccia, e il timore
che potessero essere strumentalizzati non era infondato. A peggiorare la
situazione c'era la carestia, che imperversava a Roma aumentando la tensione.
Gli spagnoli utilizzarono abilmente la circostanza promettendo, in cambio
dell'elezione del pontefice, l'approvvigionamento della città. Il grano era
fermo nel porto di Napoli, e il malcontento della popolazione aumentava
l'instabilità politica.
In
questa situazione alcune centinaia di banditi, guidati da Marco Sciarra e
Battistello da Fermo, si avvicinarono alle porte di Roma, effettuando
saccheggi e scorrerie.
Abruzzese, "homo, benché di vil condizione, d'animo e di spirito elevato", lo Sciarra era riuscito con la sua fortissima personalità a porsi a capo di una formazione composta da un migliaio di uomini. "Marcus Sciarra, flagellum Dei, et commissarius missus a Deo contra usurarios et detinentes pecunias otiosas": così, sembra, si autodefinisse il fuorilegge che, caso unico nel panorama del banditismo cinquecentesco, prelevava denaro ai ricchi per donarlo ai poveri. Nel 1590, con il soprannome di Re di Campagna giungeva nelle vicinanze di Roma aiutato dal mondo contadino, dopo essersi scontrato con le truppe del viceré di Napoli.
Inutilmente
Sisto V, tramite una crudele repressione contro tutta la società rurale,
aveva tentato di spezzare l'appoggio che la popolazione forniva ai banditi: le
truppe inviate dal governo per combattere i fuorilegge trovavano da parte del
mondo contadino un'ostilità che a volte si trasformava in una vera e propria
resistenza armata. Avevano le loro ragioni. Se i banditi rispettavano in genere
i beni ed il modo di vita dei poveri, i soldati inviati per combatterli
seminavano il terrore senza alcun rispetto per le popolazioni.
Nel
1592 la banda aveva ormai perso l'unità che la aveva caratterizzata negli anni
precedenti: Marco Sciarra e trecento suoi compagni passarono al servizio della
Repubblica di Venezia per combattere gli Uscocchi. La tensione, già esistente
fra Venezia e lo Stato pontificio crebbe enormemente. Dopo essersi ribellati
ai veneziani, che intendevano inviarli a sostituire le truppe decimate dalla
peste, alcuni fuorilegge, fra cui Marco Sciarra, riuscirono a fuggire e a
ritornare clandestinamente nello Stato della Chiesa. Nel 1593, vicino ad Ascoli,
il capo bandito venne ucciso da un suo ex-luogotenente, che in cambio ottenne
dal governo papale la grazia per sé e per numerosi altri banditi.
Il duca ribelle
Alcuni
capi-banditi della fine del Cinquecento sono rimasti avvolti, nella fantasia
popolare, da un alone leggendario. Si racconta ad esempio che, in una locanda
di una piccola località nei dintorni di Roma, un commerciante inglese incontrò
uno sconosciuto dall'aspetto imponente ed affascinante. Il misterioso uomo,
entrato in confidenza con il viaggiatore, lo esortò a non attraversare
l'Abruzzo, essendo il luogo frequentato da una banda di briganti. Ma il
commerciante
voleva proseguire il viaggio: lo sconosciuto gli diede allora un bottone
d'argento, dicendo di mostrarlo ai fuorilegge nel caso di un loro assalto. Il
regalo ebbe un effetto magico; i banditi fecero persino la scorta al
commerciante
perché arrivasse a destinazione senza fastidi. Dopo un lungo cammino i
viaggiatori incontrarono nuovamente il misterioso donatore del
"magico" bottone.
Alfonso
Piccolomini rivelò così la sua identità, ripercorse le tappe più
importanti della sua vita per poi congedarsi fornendo al gruppo una scorta per
proseguire il viaggio. Duca di Montemarciano e feudatario a Firenze oltre che
nello Stato della Chiesa, Alfonso Piccolomini divenne capo-bandito in seguito
a dissensi con le autorità pontificie. Il signore ribelle fu ben presto colpito
da alcuni provvedimenti di Gregorio XIII, il quale fece anche demolire un suo
castello che si era trasformato in un rifugio di banditi.
Nel
1581 le truppe inviate dal papa nelle Marche contro Alfonso Piccolomini e i suoi
seguaci si rifiutarono di combattere i fuorilegge.
Godendo
di potenti appoggi nel granducato di Toscana, il leggendario nobile ribelle, che
si era lasciato crescere una folta barba e lunghi capelli, poteva agire pressoché
indisturbato; nel 1583 riuscì persino ad entrare in Roma dove, con un breve
pontificio, gli fu concesso il perdono. Gregorio XIII non vedeva altre
possibilità, dopo aver speso in un anno, senza risultati, 70.000 scudi per
combattere il Piccolomini.
In
seguito ad una mediazione del cardinale dei Medici Alfonso riuscì a
stabilirsi, con altri banditi, nel suo feudo di Montemarciano finché i dissensi
con il duca di Urbino lo portarono a partire per la Francia dove erano in corso
le guerre di religione. Ma l'avventura francese durò poco e nel 1585 Alfonso è
in Italia, al servizio del granduca Francesco I per combattere i banditi nel
territorio di Siena. Il suo spirito ribelle, la sua insofferenza nei confronti
di ogni autorità lo portarono però ben presto di nuovo sulla scena come
capo-bandito prima al servizio degli spagnoli, poi sempre più solo, dopo aver
perso gli appoggi importanti.
L'estrema
mobilità, gli astuti accorgimenti (si serviva di un sosia ed usava alcuni
travestimenti), rendevano più difficile alle autorità pontificie una sua
localizzazione. E mentre si intensificavano le azioni ed i saccheggi di banditi
nella Campagna romana nel 1590 Marco Sciarra si unì, nei pressi di Caprarola,
al Piccolomini, che aveva sconfitto le truppe pontificie a Palidoro. I due
capi-banditi riuscirono a mettere insieme circa cinquecento fuorilegge, ma
nel giro di pochi mesi iniziò l'epilogo della vicenda del Piccolomini, ormai
abbandonato a se stesso. Alla fine di novembre le autorità papali diedero il
permesso alle truppe granducali di entrare nei domini pontifici per combattere i
fuorilegge. Il 6 dicembre si svolse la battaglia determinante alla quale
partecipò anche Marco Sciarra. Le truppe pontificie, insieme e quelle toscane,
pur non riuscendo ad accerchiare i banditi, crearono però tra le loro fila un
disorientamento dal quale non furono più in grado di uscire. Le truppe
granducali proseguirono la lotta contro il Piccolomini finché, il 5 gennaio
1991, riuscirono a catturarlo a Forlì. Sorsero aspri contrasti fra la corte
toscana e le autorità pontificie, che desideravano avere nelle proprie mani una
preda così ambita: per una parte della nobiltà e delle gerarchie
ecclesiastiche l'eventualità di una confessione del Piccolomini rendeva
temibile la sua permanenza nelle carceri di Firenze.
Ma
Ferdinando I non aveva interesse a pubblicizzare intrighi e protezioni; dopo
un processo a porte chiuse, la vita del nobile ribelle si chiuse il 16 marzo
1591 quando, senza che mostrasse alcun pentimento, fu impiccato a Firenze, al
palazzo della Podestà.
Il brigantaggio
a
Roma e nel Lazio
Nel luglio 1819 Pio VII diede l'ordine di radere al suolo l'intero paese di Sonnino, patria di numerosi briganti. Le autorità pontificie erano infatti arrivate alla convinzione che "fino a che si lasci esistere questo nido, e questo principal sostegno dei malviventi, non sarà mai possibile distruggere il Brigantaggio". Fortunatamente l'attuazione del famigerato provvedimento venne bloccata, in seguito a numerose proteste, dopo che furono abbattute "soltanto" una ventina di case. Gli esiliati tornarono nel loro paese ma nessuno risarcì quei malcapitati che si erano visti distruggere la propria abitazione.
Da alcuni secoli il brigantaggio turbava i sonni delle autorità pontificie, che avevano tentato invano di sconfiggerlo con metodi più o meno ortodossi e talvolta anche spietati. Nulla da fare. Dopo brevi periodi di tranquillità le condizioni economiche, sociali e politiche rigeneravano il fenomeno. Le bande scorrevano nei dintorni di Roma - pittoresca componente di un paesaggio che affascinava i viaggiatori stranieri ma era un inferno per i suoi abitanti - in un'area semideserta e devastata dalla malaria che si estendeva fra la Maremma meridionale e l'Agro romano, la Ciociaria e le Paludi pontine.
La diffusione e il permanere del brigantaggio erano all'epoca imputati all'incapacità degli uomini impiegati nella repressione e all'inadeguatezza della legislazione. Nessuno dava infatti ascolto alle poche voci più sensibili, come quella di un ufficiale dei Carabinieri che nel 1821 individuava le cause del fenomeno nella disoccupazione - la "mancanza di travaglio" - e nelle "vessazioni che si fanno ai poveri per parte degli esattori", oppure quella di un missionario secondo cui esso traeva origine dall'oppressione e dalla conseguente "odiosità fra poveri e benestanti": tra insuccessi e glorie effimere la lotta contro il brigantaggio continuava quindi ad essere condotta principalmente con misure militari, e seguiva i principi di sempre, in particolare l'incentivazione del tradimento tramite misure premiali e la repressione contro intere comunità rurali.
Il brigantaggio laziale dell'Ottocento, alimentato dal permanere di giurisdizioni particolari e dall'incapacità delle autorità centrali di controllare le periferie, era l'espressione della decadenza di un sistema ancora feudale che favoriva le angherie dei nobili e i soprusi del fisco. A tutto ciò si aggiungeva la divisione dell'Italia in diversi Stati, che permetteva ai briganti di sfuggire alle truppe passando da un paese all'altro, dal momento che i differenti governi spesso non riuscivano a trovare accordi per un intervento comune. Il brigantaggio proliferava in particolare nelle zone montagnose di confine del Basso Lazio, nelle Province di Marittima e Campagna che si estendevano intorno a Frosinone e Velletri, e al nord nelle selve del Viterbese confinanti con la Maremma grossetana.
Endemico nelle società rurali, il fenomeno trovava alimento in ogni crisi politica e nei momenti di instabilità sociale; alla fine del Settecento e all'inizio dell'Ottocento fu rinvigorito dall'occupazione francese. La resistenza armata contro le forze rivoluzionarie (appoggiate da parte della borghesia ma osteggiate dal popolo) e, in seguito, contro le armate napoleoniche si trasformò nel Basso Lazio in brigantaggio perché i giacobini non solo non avevano alleviato l'estrema povertà delle popolazioni locali, ma le avevano anche spaventate con la minaccia della leva obbligatoria. In molti si diedero alla macchia, divenendo facile strumento dalle forze borboniche e clericali.
I francesi promulgarono, fra le altre, la legge della ristretta, adottata in seguito anche dalle autorità papali: per evitare i contatti fra pastori e briganti si vietava di condurre in montagna il bestiame, che doveva essere fatto pascolare in un unico luogo e, di notte, rientrare nei recinti. I briganti non ebbero difficoltà a sopravvivere, ma intere greggi furono devastate dalle epidemie.
Nel 1814, alla notizia che al ritorno del papa sarebbe stata concessa un'amnistia, alcuni fuorilegge si scatenarono contro francesi e loro "fiancheggiatori". Quando si consegnarono fu loro intimato di trovarsi un lavoro, ma l'esortazione suonava come una beffa in una situazione in cui la disoccupazione raggiungeva livelli spaventosamente alti. All'inizio comunque tutto andò bene; gli amnistiati, che avevano messo da parte grazie alle loro azioni un po' di risparmi, cercavano infatti un periodo di tranquillità, molti ne approfittarono per sposarsi. Alcuni furono riarmati dallo Stato e divennero sbirri. Ben presto però ricominciarono le azioni di brigantaggio e l'anno successivo molti vennero arrestati.
Le autorità papali continuavano ad adottare la politica del bastone e della carota, con periodiche amnistie affiancate da severe misure repressive. I briganti usufruivano del perdono scatenandosi nei periodi di trattativa, sapendo che di lì a poco quei reati sarebbero stati condonati. Dopo un breve periodo di "normalità" tornavano però alla macchia.
Fra gli amnistiati del 1818 figurava il capobanda Masocco che, divenuto sbirro, iniziò a combattere con accanimento ed abilità i compagni di un tempo. Il brigante De Cesaris, attiratolo in un tranello, lo uccise provocando una feroce rappresaglia degli sbirri, che trucidarono tutti i suoi familiari e sgozzarono la moglie incinta.
Intanto i briganti proseguivano nella "normale routine": uccidevano i propri nemici ma soprattutto le spie, sequestravano nobili e religiosi per ottenere un riscatto ed assaltavano i viaggiatori, per i quali il rischioso incontro con i fuorilegge costituiva un'affascinante componente del Grand Tour. I briganti erano ormai mitizzati e celebrati quali giustizieri e vendicatori di torti in numerose ballate, versi e romanzi, ma anche ritratti da pittori ed incisori: Bartolomeo Pinelli trascorse un periodo della sua vita "alla macchia" per riprenderli dal vivo.
Alcuni fuorilegge sembravano imprendibili. Sfuggivano alla cattura servendosi di sentinelle, pattuglie e segnali di riconoscimento ed adottando una tattica efficace che univa estrema velocità di movimento, attacchi improvvisi e rapidità nella ritirata. Ma soprattutto godevano di informazioni molto maggiori delle truppe perché le popolazioni erano dalla loro parte. Fra i corpi impiegati contro i briganti, oltre alle forze statali c'erano milizie locali come i Cacciatori che, comprendendo molti ex-briganti, spesso aiutavano i fuorilegge anziché combatterli.
Acconciarsi "da brigante" era una moda per i giovani, che sostavano nelle piazze indossando "cappello a pan di zucchero con coppola alta, ornamento di colorati lacci e crini intrecciati in replicati giri con fiocchetti dei medesimi, le zazzere di lunghi capelli vicino le orecchie ed anche una certa allacciatura a fascia con gli spaghi delle cioce nello streto del piede sopra il malleolo".
I provvedimenti legislativi divennero, nel corso dei primi decenni dell'Ottocento, via via più severi: distruzione di case di briganti, taglio delle macchie ai lati delle strade per evitare agguati, chiusura di case ed osterie isolate, introduzione di permessi di polizia per chi si allontanava dalla propria abitazione, deportazione di intere famiglie e confisca dei beni, mentre i tribunali e le commissioni speciali condannarono in pochi anni centinaia di persone. I partecipanti alle conventicole (in alcuni periodi bastavano due persone perché il gruppo fosse dichiarato tale) erano ipso facto condannati a morte, anche senza aver commesso altri delitti e potevano essere fucilati, come coloro che avevano solo aiutato un parente brigante, considerati anch'essi rei di lesa maestà, il reato politico per eccellenza.
I pastori erano stretti fra due fuochi; mentre però i briganti in genere li rispettavano, limitandosi a pretendere un po' di pane, polenta o carne per nutrirsi, i provvedimenti governativi li danneggiavano certamente di più. Scarsi risultati avevano dunque i ripetuti tentativi di coinvolgere le popolazioni nella lotta al brigantaggio, ordinando loro di marciare contro i fuorilegge oppure istituendo pesanti pene per i manutengoli, cioè i fiancheggiatori, ma anche portando a cifre astronomiche le ricompense per chi avesse consegnato un brigante vivo, oppure la sua testa. Pur se i premi promessi (ma talvolta non pagati) erano certamente allettanti per chi aveva a malapena di che sopravvivere, ben pochi tentavano l'impresa. Queste norme producevano però strani "commerci", perché quando un brigante moriva per cause naturali c'era sempre qualcuno che cercava di trarne profitto tagliandogli la testa e consegnandola alle autorità.
Nel 1820 a Napoli era nato un sistema costituzionale, osteggiato dalla reazione internazionale; le truppe austriache si rovesciarono allora sull'Italia per restaurare la monarchia borbonica. Le forze costituzionali armarono un grande esercito per difendere le frontiere con lo Stato pontificio, proponendo ai capibanda Alessandro Massaroni, principale figura del brigantaggio pontificio, e Michele Magari, che operava nel Regno di Napoli, una Carta che garantiva loro sicurezza, una paga giornaliera e un alloggio a Monticelli (oggi Monte S. Biagio) in cambio dell'impegno a molestare, al suo passaggio, la retroguardia austriaca.
Massaroni accettò subito: divenuto comandante del Corpo Franco del Regno indossò con orgoglio un'uniforme rossa con spalline da capitano. Si formò così un'oasi di tranquillità per i briganti e in poco tempo ne arrivarono circa 150. Alcuni, fra cui forse lo stesso Massaroni, aderirono alla Carboneria, altri si sposarono.
Quando gli austriaci, vittoriosi, scesero velocemente verso il sud, i briganti non fecero in tempo ad intervenire. La Carta fu però inaspettatamente rinnovata anche dagli austriaci, nonostante le vigorose proteste delle autorità papali, infuriate perché i briganti entravano nello Stato, commettevano delitti e poi ritornavano nel loro comodo asilo. Molti fuorilegge, convinti che quel paradiso non potesse durare a lungo, erano intanto tornati alla macchia. In effetti nel giugno 1821 ci fu un assalto congiunto di truppe pontificie ed austriache.
Massaroni fu catturato ormai morente (era in gravi condizioni per una vecchia ferita mai guarita) ed esposto al pubblico. Una volta morto fu decapitato e la sua testa venne presentata a Terracina, ma per questioni burocratiche e per mancanza di denaro per pagare la taglia i soldati dovettero portarsi dietro per un po' la testa prima di ricevere i soldi.
Antonio Gasparoni si preparava a prendere l'eredità di Massaroni come capo del brigantaggio del Basso Lazio.
Nel 1824 il cardinal Pallotta, ricevuti da Leone XII i pieni poteri, notificò un Editto per lo sterminio dei banditi nelle province di Marittima e Campagna che provocò le proteste dei comuni - obbligati a pagare una vessatoria ammenda per ogni reato compiuto nel loro territorio - secondo i quali il cardinale "faceva lui solo più danni alla provincia di tutti i briganti messi insieme!". Riuscirono a farlo sostituire. Con la cattura della banda di Gasparoni, nel 1825 le autorità erano convinte di aver definitivamente sconfitto il fenomeno che invece, dopo alcuni anni, riapparve in modo virulento.
Nel 1861, dopo la caduta della monarchia borbonica, il brigantaggio fu riacutizzato dalla mancata realizzazione delle promesse della borghesia liberale alle masse contadine; la collaborazione borbonico-clericale attizzò la rivolta nel Sud ma anche nelle zone di confine dello Stato pontificio, che allora era ormai costituito solo da un territorio più o meno coincidente con la regione laziale. Lo Stato unitario, per soffocarlo, ricorse a leggi e tribunali speciali, esercito e stato d'assedio.
Intorno al 1870 il brigantaggio fu estirpato dalla Ciociaria, ma non ancora dall'Alto Lazio. Nel 1893 Giolitti tentò di risolvere il problema attraverso assurde retate di massa che non raggiunsero l'obiettivo. L'evoluzione sociale aiutò però le autorità, decretando la fine del brigantaggio: con gli inizi del secolo pure dal viterbese scomparve dunque questa "calamità naturale" delle società preindustriali.
Il Novecento ha prodotto soltanto alcuni isolati epigoni del fenomeno, giustizieri urbani animati da un elementare orientamento politico che, individuando come nemico il sistema dei ricchi, hanno agito da novelli Robin Hood.
Antonio Gasparoni
Ecco la storia. Il vicario di Sezze, monsignor Pellegrini, contattò il capo brigante Gasparoni - da tempo principale incubo delle autorità pontificie - attraverso le mogli di due carcerati proponendogli l'amnistia, e l'esilio in America, in cambio della resa. Il brigante, che non era certo uno sprovveduto, iniziò a credere alle promesse forse anche perché, innamoratosi di una giovane donna, desiderava rientrare nella "normalità" per poterla sposare.
Dopo la consegna delle armi, gli arresi furono rinchiusi a Castel Sant'Angelo, ma l'inganno non era ancora terminato. Alle due intermediarie venne infatti garantita la scarcerazione dei loro mariti solo nel caso in cui avessero convinto il resto della banda a consegnarsi. Inviate in montagna, le donne raggiunsero lo scopo: risultato della storia, tutti i briganti trascorsero il resto della loro vita fra le prigioni di Roma, Civitavecchia, Spoleto e Civitacastellana. I sopravvissuti, tra cui Gasparoni, vi rimarranno fino al 1870 quando saranno scarcerati in seguito ad una supplica a Vittorio Emanuele II. Giunto a Roma, il mitico brigante ormai ottantenne, che trascorreva il tempo facendo la calza, divenne un simbolo della lotta contro le ingiustizie. Morì alcuni anni dopo ad Abbiategrasso in una sorta di esilio.
Durante la lunga carcerazione il capo brigante, visitato da numerosi stranieri, era riuscito insieme al suo luogotenente Pietro Masi a trasformare l'inconsueto "pellegrinaggio" in un piccolo ma ingegnoso business, vendendo opuscoli manoscritti contenenti il racconto delle leggendarie azioni della banda. L'edizione completa delle Memorie ci fornisce un interessante e divertente resoconto di vita "alla macchia".
Nato nel 1793 a Sonnino e rimasto orfano da piccolo, il giovane Antonio si unì ai fuorilegge dopo aver ucciso il fratello di una bella contadina di cui era innamorato. La famiglia della donna lo aveva infatti allontanato in quanto fratello di un "poco di buono", quel Gennaro divenuto brigante per non andare alla leva.
Antonio si trovò ben presto a capo di una banda che agiva prevalentemente nel Lazio meridionale: i briganti fecero parlare di sé a tal punto che si era diffusa, fra gli eccentrici e intraprendenti galantuomini stranieri, la moda di trascorrere le vacanze insieme ai fuorilegge. Il gruppo sopravviveva effettuando sequestri di ricchi signori o clamorose irruzioni nei conventi, portando i religiosi sulle montagne ed ottenendo ingenti riscatti. Gasparoni esaminava le "domande di ammissione" seguendo norme molto rigide, e non accettò, ad esempio, un parricida in quanto indegno.
I fuorilegge si attenevano a regole da guerriglia - perfetta conoscenza del territorio e frequenti spostamenti - servendosi di una vasta rete di appoggi e di informatori retribuiti che permetteva loro di prevedere gli spostamenti delle milizie. Le autorità pontificie provarono a catturare Gasparoni con mezzi più o meno leciti, arrivando persino a tentare di avvelenarlo.
Nel 1818 quattro gendarmi pontifici, travestiti da briganti, furono accolti nella banda ma dopo poco furono uccisi dai fuorilegge che avevano scoperto il tranello. Successivamente si cimentò nell'impresa un colonnello dei gendarmi, senza sospettare che il suo cuoco era un informatore dei banditi. Per tutta risposta i fuorilegge gli rapirono il figlio, insieme ad un amico, e ottennero - in cambio della liberazione dei due giovani - il rilascio di alcuni carcerati appartenenti alla banda, compresi tre condannati a morte.
Cresceva così la taglia (e la leggenda) sul capo di un brigante "buono", inflessibile con le spie ma generoso con la sua gente, soprattutto con bambini ed anziani.
Nel marzo 1822 sulla strada fra Roma e Napoli i briganti rapirono un colonnello austriaco. Circondati da migliaia di soldati, si salvarono perché Gasparoni riuscì a "mascherare" i fuorilegge da gendarmi pontifici "in cerca di malfattori". Ferito più volte dalla forza armata, il capo brigante veniva curato dai contadini, mentre i suoi compagni mediante azioni diversive tenevano lontane le truppe.
Anche il governatore (e medico) di Pisterzo, armatosi, provò a catturare i briganti: riuscì ad avere fra le mani solo alcuni cappelli e mantelli. In compenso crebbe l'odio nei suoi confronti, tanto che la popolazione chiese a Gasparoni di eliminarlo. La banda entrò in chiesa il giorno dell'Ascensione, durante la messa, e lo uccise con somma gioia dei presenti. Dopo il fatto l'arciprete, oltre a pregare per l'anima della vittima, invitò i briganti a mangiare nel presbiterio. Stranezze dell'epoca!
Domenico Tiburzi
Proprio cento anni fa, nel 1896, si concludeva la rivolta
solitaria di uno degli ultimi "miti" del brigantaggio, quel
leggendario
Domenico Tiburzi che per un quarto di secolo aveva agito con la sua piccola
banda nell'appena costituito Stato Italiano, in una zona compresa fra il
Viterbese e la Maremma grossetana.
Ormai anziano - sessant'anni all'epoca per un uomo che
aveva condotto una vita così avventurosa non erano certo pochi - con una gamba
dolente per i postumi di una ferita, forse annebbiato dall'alcool dopo una
lauta cena, l'imprendibile "Re della macchia" non riuscì a sfuggire
agli sbirri, a differenza del suo giovane luogotenente. Fu ucciso in un casale
vicino Capalbio dove era ospite di una famiglia di contadini.
Ma le peripezie, per il mitico brigante, non erano ancora
finite. Il suo corpo fu infatti legato ad una colonna e immortalato,
armato di tutto punto, come se fosse ancora vivo, nell'unica fotografia che ci
è rimasta del fuorilegge.
Il popolo si recò in massa a rendere omaggio alle spoglie
di un uomo sempre generoso con la povera gente, ma il parroco decise che un
peccatore, pur se religioso, non poteva essere interrato nel cimitero. Per
evitare una sollevazione, il pretore ideò uno strano compromesso. Il corpo fu
seppellito, attraverso il cancello del cimitero di Capalbio, metà
all'interno e metà - la parte inferiore, considerata "impura" -
fuori.
Non è tutto: la sezione del cervello del brigante che non
era stata distrutta dai proiettili fu inviata a Cesare Lombroso, il quale
dovette concludere che non solo non si trattava di un delinquente
costituzionale, ma era addirittura un individuo molto più intelligente della
media, una sorta di genio.
Domenichino
era nato nel Viterbese, a Cellere, nel maggio 1836; tranquillo pastore e poi
buttero, sposato con due figli - la moglie morì però molto giovane - iniziò a impegnare la
giustizia papale a trent'anni, uccidendo nel suo paese d'origine
un guardiano con cui aveva litigato. Rifugiatosi nella Selva del Lamone dopo una
fuga dal carcere, accumulò ben presto numerose condanne.
Il suo ideale di giustizia sociale era
confuso; mentre
da giovane aveva aderito all'attività clandestina della Lega Castrense, di indirizzo liberale, come brigante si era
ritrovato a difendere i privilegi dei signori locali, anche se in modo
certamente inconsueto. Aveva infatti ideato la "tassa sul brigantaggio",
una sorta di assicurazione che i possidenti gli pagavano in cambio della
protezione
di proprietà e bestiame. Ma i soldi che prelevava ai ricchi li elargiva con
generosità ai poveri, che fornivano al brigante informazioni e servizi
preziosi, e ad alcune giovani donne che avevano avuto un figlio dal
fuorilegge, per le quali si premurò pure di trovare un marito che
riconoscesse il bambino.
Rigido nei suoi principi tanto da disdegnare accordi con i
delinquenti, implacabile con i
traditori e fedele con gli amici, il brigante bassino dagli occhi neri
penetranti (che faceva impazzire le donne) nel corso della sua carriera commise
17 omicidi, ma solo per difesa o per eliminare spie e compagni che non
accettavano i criteri della banda, ovvero il rifiuto della violenza gratuita e
la ricerca del consenso tramite elargizioni anziché minacce. Era inoltre
contrario all'uccisione dei carabinieri, che riteneva "poveri figli di
mamma" costretti dalla fame a fare quel mestiere.
Divenne il mito dei diseredati della Maremma, una terra
incolta
e abbandonata preda della malaria e del contrabbando, in cui le speranze
risorgimentali dei contadini (la bonifica e l'assegnazione delle terre) erano
state deluse.
La colossale retata effettuata da Giolitti per togliere
sostegno a un brigante ormai leggendario non ebbe l'effetto sperato. Durante il
governo Crispi la taglia posta sul capo di Tiburzi arrivò a 10
mila lire cioè il valore, all'epoca, di un podere, ma la gente era più
vicina al brigante, simbolo dell'opposizione allo sfruttamento, che alle
istituzioni.
Al momento della morte di Tiburzi il brigantaggio
maremmano era alla sua naturale conclusione. I problemi della zona rimanevano
invece invariati, ma per tentare di risolverli non erano più possibili rivolte
individuali.
Giuseppe
Albano, il Gobbo del Quarticciolo
Con il tramonto della società contadina si era chiusa
l'epoca del brigantaggio. Eppure anche il Novecento ha avuto i suoi Robin
Hood, isolati "giustizieri urbani" animati da un confuso senso di
giustizia sociale. Giuseppe Albano, soprannominato il Gobbo
per una deformazione alla spina dorsale, fu un tipico esempio di bandito di
città che operò nell'estrema periferia romana, ma anche un protagonista
della Resistenza e di una solitaria guerra contro i nazisti. Qualcuno lo
ricorda ancora oggi come un ragazzo dolce, dal bel viso, acerrimo nemico dei
nazisti ma sempre generoso con i poveri.
Nato in provincia di Reggio Calabria nell'aprile 1926, era
approdato con la famiglia al Quarticciolo all'età di dieci anni. Noto per
il suo coraggio, a diciassette anni si era già unito ai partigiani,
partecipando a diverse operazioni come il sabotaggio di treni tedeschi,
l'assalto ai forni per distribuire farina alla popolazione, l'agguato a militi
fascisti.
Nella primavera del 1944 uccise in una trattoria tre
soldati
tedeschi, scatenando una massiccia caccia all'uomo che lo fece cadere nelle
mani delle SS. Qualcuno (a voler insinuare una presunta collaborazione del
giovane con i nazisti), afferma che ne uscì pochi giorni dopo illeso; altri, ed
è la versione più probabile, ricordano invece che riuscì a resistere alle
torture e si salvò dall'esecuzione fuggendo all'arrivo degli Alleati.
Molti misteri circondano la vita (e la morte) di un
personaggio scomodo, perché le motivazioni politiche si sono spesso inserite nei
tentativi di ricostruzione storica. Diverse ragioni hanno quindi impedito,
all'epoca, di fare chiarezza sulla vicenda, ad esempio la necessità di parte
della sinistra di doversi difendere da una campagna denigratoria che accomunava
lotta di classe e "banditismo". Una sinistra con cui il Gobbo
aveva avuto fugaci contatti, che non erano però stati sufficienti ad indicare
una strada politica alla sua rabbia, sfociata in una confusa rivolta in grado
di aggregare il sottoproletariato delle periferie romane, dove con la fine
della guerra ben poco era cambiato.
Dopo l'arrivo degli Alleati sembra che Giuseppe
Albano consegnò alla questura alcuni componenti della famigerata banda del
torturatore nazista Koch: ben presto però fu emesso contro di lui un mandato di
cattura. Al Quarticciolo, dove era amato e protetto dalla popolazione, aveva
intanto organizzato una banda con circa 60 membri, fra effettivi e
"simpatizzanti". Nino er boia,
Mario er burino, Pippo er gatto, Giovanni er
zozzo erano imprendibili come il Gobbo
(che pure non passava inosservato) perché la borgata era con loro. I
banditi infatti non agivano per avidità personale (pur se tenevano parte dei
bottini per sé), ma distribuivano farina ai poveri, organizzavano tavolate
in piazza, elargivano denaro alle donne costrette dalla miseria a
prostituirsi.
Dopo la morte di un carabiniere nel corso di un conflitto
a fuoco le forze dell'ordine trasformarono la borgata in "zona di
guerra", arrivando a impiegare carri armati leggeri e centinaia di
carabinieri e poliziotti che, non trovando di meglio da fare, riempirono Regina
Coeli di abitanti del Quarticciolo. Il Gobbo,
anche se ormai braccato, era riuscito ancora una volta a fuggire.
Cercò allora aiuto dai suoi ex-amici partigiani ma cadde
in un'imboscata della polizia: venne riconosciuto in via Fornovo e, al suo primo
movimento, ferito a morte. Era il 16 gennaio 1945. Fu ucciso da un colpo in
fronte, dissero le forze dell'ordine; raffica alle spalle, sentenziò invece
l'autopsia. Insomma, uno dei primi "misteri" della Repubblica. Ciò
che è certo è che quando morì non aveva ancora compiuto 19 anni.
Lo stesso giorno tre uomini della banda, recatisi a
prendere una rata del ricatto a Beniamino Gigli (legato al regime fascista e accusato dai banditi di aver presenziato alle
torture in via Tasso) furono
catturati dai carabinieri - su segnalazione del tenore - nella sua villa in via
Serchio. In quei giorni vennero anche arrestate decine di persone con
l'accusa di far parte della banda, il Quarticciolo fu militarizzato e un
uomo, soprannominato Er Cipolletta,
rimase ucciso mentre fuggiva. Si racconta che la madre e l'amante del Gobbo
furono arrestate, pistola in pugno, pronte a vendicare la morte del loro caro.
Nel 1960 il
regista Carlo Lizzani dedicò a Giuseppe Albano il film Il Gobbo, mentre nel 1979 nel luogo in cui il bandito fu ucciso
qualcuno ha deposto una corona di fiori per ricordare questo mitico
personaggio della malavita romana che taglieggiava gli ex-collaborazionisti
del fascismo per dividere con il popolo i loro profitti.
Per saperne di più
GIOVINE Umberto, Il banditismo in Italia nel dopoguerra, Milano 1974.
LA BELLA Angelo, MECAROLO Rosa, Tiburzi senza leggenda, 1995.
MASI Pietro, Memorie di Gasparoni, Firenze 1960.
RONTINI Eugenio, I briganti celebri italiani. Narrazioni storiche, Firenze 1890.
A
Sonnino, sulle tracce dei briganti
Nella patria del brigantaggio, in un suggestivo casale ai Fienili di Sonnino si trova, ormai da alcuni anni, l'insolito e interessante Museo del brigante, allestito da Aldevis Tibaldi con l'obiettivo di mantenere viva la cultura popolare della zona.
Questa particolare raccolta, aperta al pubblico previo appuntamento, conserva tutto ciò che, più o meno direttamente, riguarda il brigantaggio: dipinti, incisioni, bandi ma anche locandine cinematografiche, biglietti di ristoranti con nomi di banditi, una divertente mostra di disegni di bambini del luogo e, ovviamente, numerose tracce del mitico Gasparoni, ancora oggi ricordato con simpatia dai pastori di Sonnino. Particolarmente vivaci sono le celebri acqueforti e incisioni di Pinelli, realizzate nel periodo che l'artista trascorse con i fuorilegge.
Previo accordo inoltre Aldevis Tibaldi guida direttamente i visitatori in un itinerario volto alla scoperta delle radici culturali popolari ma anche dei percorsi segreti e dei nascondigli dei briganti. Ogni estate il suo caratteristico casale dell'Agro Pontino è animato dalla Festa del brigante, che permette di avvicinarsi "dal vivo" - attraverso canti, balli popolari e l'incontro con i pastori della zona - alle tradizioni locali. Per informazioni telefonare al numero 0773/98039.
La storia di Francesco Marocco
La zona dei Castelli, come tutti i dintorni di Roma, fu nei secoli passati patria e luogo d'azione di numerosi gruppi di fuorilegge. In particolare nel Cinque e Seicento il banditismo, tipica rivolta del mondo rurale, ebbe una notevole diffusione, tanto da rappresentare per le autorità papali un serio problema di ordine pubblico. Solo pochi banditi sono però ricordati nei libri: come tutti gli eroi popolari, essi sono infatti parte della "storia che si ricorda", quella comunicazione orale che si tramanda di generazione in generazione sino a svanire. Le uniche tracce di banditi che pure all'epoca erano famosi sono quindi rintracciabili negli atti manoscritti dei processi del Tribunale del governatore, conservati all'Archivio di Stato di Roma in Corso Rinascimento. E' del 1607 un processo per fatti accaduti a Genzano che ripercorre l'avvincente storia di un capo-bandito, Francesco Marocco, operante negli ultimi decenni del Cinquecento. Nei racconti ammirati dei testimoni l'uomo appare quasi circondato da un alone di invulnerabilità. In un'epoca in cui, data l'assenza di cure efficaci, si moriva anche in seguito a ferite lievi, il capo-bandito, "capace di togliersi da se stesso un pugnale dalla gola" era ancora in forma, al momento della cattura, nonostante i suoi settant'anni ed il corpo "tutto corvellato d'archibusciate". Era stato protagonista, anni prima, di clamorose azioni: un giorno "co quattordici altri banditi che fu la mattina della festa del Corpo di Cristo entrorno in Chiesa et tagliorno la fune delle campane et caporno quelli volevano et li legorno et lì fora della porta della Chiesa l'amazzorno che furno dieci li morti". Utilizzato da nobili per difesa personale, ferito più volte da suoi nemici l'uomo, come dicono con malcelata ammirazione i suoi conoscenti di Genzano, "ne haveva fatte tante, che no ci era stato mai nesuno che ne haveva fatte più di lui". Una storia come molte altre, tipica espressione di un mondo rurale in cui il malcontento assumeva la forma di una violenza collettiva ed organizzata in bande, appoggiate delle popolazioni rurali tanto che la autorità non riuscivano a debellare il fenomeno, se non temporaneamente, con la forza militare.
Una storia di banditismo a Monte Rotondo
Nel 1613 a Monte Rotondo gli sbirri catturano un uomo, un certo Ippolito,
accusato di "pratica con banditi e furti". Il Tribunale del
governatore istruisce il relativo processo, i cui atti manoscritti sono ancora
oggi conservati all'Archivio di Stato di Roma in Corso Rinascimento. E' una
storia, simile a molte altre all'epoca, in cui l'estrema povertà era stata la
molla che aveva portato a compiere i primi furti. Ci si ritrovava così colpiti
dal bando: a questo punto non c'era più scelta. Per non finire in prigione ci
si organizzava in gruppi che conducevano una vita fuori dalla legalità
effettuando furti, rapine e sequestri, minacciando ed uccidendo i propri nemici.
Un fatto raccontato dall'imputato evidenzia come l'estrema miseria portava a
compiere anche azioni contrarie ai propri principi. Ippolito ricorda come, tempo
prima, la moglie fece due figli. Non potendoli mantenere, ne lasciarono uno alla
ruota del Santo Spirito, quell'istituto che permetteva di abbandonare i neonati
nell'anonimato. Nello stesso tempo però, per guadagnare qualcosa, dallo stesso
ospedale si fecero affidare una bambina da allattare: gli fu promessa una somma
in denaro per il mantenimento, ma i patti non furono rispettati. Ippolito
vendette le fasce che gli erano state consegnate con la bambina e la abbandonò
in un vicolo, senza riportarla alla ruota per paura di essere riconosciuto.
L'imputato dichiara di vergognarsi di aver fatto ciò, ma di esserne stato
costretto dalla miseria.
Il poveretto, come accadeva praticamente in tutti i processi dell'epoca, viene
sottoposto alla tortura della corda, pur dopo aver già ripetutamente confessato
tutte le azioni commesse. Questo metodo di tortura consisteva nel legare le mani
dell'imputato dietro la schiena con una fune legata ad una carrucola fissata al
soffitto e quindi nel sollevare il malcapitato e tenerlo in quella posizione per
un periodo di tempo variabile. Il giudice di questo processo mostra però un
particolare accanimento nei confronti dell'imputato che viene infinite volte
sottoposto a tortura, pur dopo aver confessato anche nei minimi dettagli tutti i
reati commessi.
I banditi al Castello di Bracciano
Bracciano era un tempo feudo degli Orsini, antichissima famiglia romana che
si trovò, alla fine del Cinquecento, in una situazione di profonda difficoltà
economica. La nobiltà, nel suo complesso, manteneva a quell'epoca un enorme
potere nella società. Emergevano infatti nuove famiglie, favorite dalla
politica del nepotismo, quella pratica cioè che portava i pontefici ad affidare
ai propri familiari le più importanti funzioni di governo. Gli Orsini, parte
della nobiltà storica di Roma, ebbero frequenti contrasti con il governo
pontificio. All'epoca in effetti numerosi signori feudali si ritrovarono a
combattere apertamente le autorità papali, in alcuni casi ponendosi alla guida
di formazioni di banditi, più spesso servendosi di loro per difesa personale o
per eliminare i propri nemici. I banditi erano parte dei settori poveri della
popolazione, la loro ribellione non era però cosciente: per essere protetti o
soltanto per sopravvivere, si trovarono quindi spesso a servire i potenti,
"tradendo" la loro classe.
Il castello di Bracciano divenne così, negli ultimi decenni del Cinquecento,
rifugio di alcune centinaia di banditi, ospitati da quel Paolo Giordano Orsini
che pure precedentemente, nelle Marche, era stato persecutore di banditi. Tipico
esempio di una nobiltà che non si subordinava all'autorità del governo
centrale.
Nell'estate del 1583 vi fu una situazione talmente tesa che si rischiò una vera
e propria guerra aperta: il Duca di Bracciano aveva infatti ordinato ai suoi
sudditi di bloccare ogni esportazione verso Roma. Quando la calma sembrava
ritornata, Paolo Giordano sposò Vittoria Accoramboni. I due erano coinvolti
nell'omicidio del marito della donna: il processo non fu però mai concluso,
come spesso accadeva quando gli imputati erano nobili. Soltanto l'elezione al
soglio pontificio dell'energico Sisto V, parente della vittima, convinse il
signore ribelle ad una partenza dalla quale non fece ritorno.